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9 febbraio 2016

Silenzio generativo

Carissimi,

credo che qualcuno di voi abbia notato che sono diversi mesi che questo blog, di cui mi prendevo cura ogni domenica, non viene più aggiornato.
Ci sono nella vita delle persone silenzi generativi. Questo tempo per me è particolarmente generativo.
Forse un giorno riprenderò a scrivere queste pagine o più probabilmente inizierò pagine nuove.
Ormai sono completate le riflessioni di tutti i tre anni liturgici. La ricerca non è immediata ma per trovare le corrispettive riflessioni su google si può digitare: sognandoemmaus + buon samaritano + anno di riferimento.
La ricerca con parole chiave non è difficile.
L'idea è di mettere in ordine un giorno tutti questi scritti e farne una raccolta cartacea.
Se volete contattarmi o scrivermi mi trovate su fb o all'indirizzo mail:
annalisa.margarino@gmail.com

Annalisa Margarino


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15 dicembre 2015

Saltiamo su!

Sussultare è il verbo dell’ultima domenica di Avvento. Sussultare ovvero ‘saltare su, in alto’. Siamo chiamati a saltare in alto. Questa domenica allora ci invita a saltare in aria.

Il vangelo di oggi che anticipa il Natale ormai prossimo è una pagina di corse, incontri, riconoscimenti e sussulti.

Primo movimento: Maria, gravida del Figlio di Dio, attraversa una regione montuosa, cammina, provando probabilmente fatica e stanchezza per incontrare la cugina, altrettanto gravida.

Ci sembra normale. In realtà il viaggio di Maria verso Elisabetta ha qualcosa di straordinario. Non è un percorso comodo e senza disagi. Le donne incinte possono comprendere bene come questo viaggio vada oltre le logiche di tutela della maternità. Maria, al suo terzo mese di gravidanza, non sta ferma ad aspettare il bambino. Cammina come camminerà fino al momento del parto. Il Figlio di Dio, già nel ventre della madre, non si tutela, ma è un Dio di incontri, di movimenti, di relazione.

Alsaluto di Maria segue il sussulto nel grembo di Elisabetta. È il movimento di Giovanni, colui che per ultimo annuncerà il Messia, ma è anche il riconoscimento viscerale di Elisabetta che si esprime nelle parole da lei pronunciate: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

È domenica di sussulti e riconoscimenti. Elisabetta che porta dentro il dono di un annuncio, riconosce la fede di Maria che porta il dono di Dio per l’umanità.

Le due donne saltano su, balzano in aria per fede e per capacità di accoglienza. Leggendo queste righe ci soffermiamo facilmente sulla loro gioia per la vita nascente, ma forse fatichiamo a immedesimarci nel loro viversi. Cosa significa portare dentro la vita annunciata da un Angelo?

Sicuramente comporta andare oltre se stesse, riconoscere l’altro da sé, aprirsi al nuovo e uscire da logiche di autoconservazione e autoreferenzialità. Elisabetta sa che il proprio figlio sarà chiamato al riconoscimento del Dio con noi che Maria porta in grembo. Maria sa che il Figlio non è per lei, ma per l’umanità, sa che il Figlio è il Dio con noi, dono per l’umanità, la cui rivelazione invita l’uomoa balzare su. In fondo, se consideriamo il mistero dell’incarnazione unito a quello della risurrezione, non possiamo che leggerlo come un continuo invito a balzare su, saltare in aria da tutti i sepolcri quotidiani.

Il vangelo di oggi suona difficile in tempi di crisi, ma è un ulteriore invito a oltrepassamenti, superamenti di egoismi e logiche di autoconservazione e, soprattutto, diventa incoraggiamento ad aperture inedite alla vita che ha ancora da essere.

Siamo invitati a balzare, saltare in aria, ovvero rompere logiche precostituite, schemi imposti nel riconoscimento costante del Dio che viene. E il Dio con noi viene ad abitare la terra senza la paura delle fragilità dell’umano che spesso seppellisce e si autoseppelisce, ma che ha anche le risorse per andare oltre se stesso. Sussultare, infatti, non significa semplicemente provare gioia a seguito di un incontro, di un annuncio, ma visivamente balzare in aria, saltare su. Saltiamo su, con tutto quello che questo comporta.

 

AnnalisaMargarino




29 novembre 2015

Non moriremo per la paura

Inizia il tempo d’Avvento, un periodo importante per la vita cristiana, di ascolto e attesa. È un tempo in cui siamo invitati ad aprire gli animi alla speranza e alla progettualità, a dischiuderci ad orizzonti nuovi. Inizia il tempo dell’inedito. Si apre lo spazio dei germogli giusti, come dice la prima lettura tratta dal libro di Geremia: “In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto”.
Sappiamo che nel libro di Geremia il ‘germoglio giusto’ è il Messia atteso. Ma nelle nostre vite qual è il germoglio giusto? Quali sono le promesse di bene, di cui parla il profeta, che si devono realizzare?
Avvento è apertura ai germogli nuovi nella nostra vita e alle promesse di bene che sono chiamate a realizzarsi.
Non è facile in un tempo di crisi, in cui spesso la vita reale nella sua concretezza ci restituisce fatica, sensi di oppressione e scoraggiamento. Eppure, l’Avvento, ci invita a cambiare lo sguardo, a fare prevalere la speranza e la fiducia.
Chi non associa questo periodo dell’anno alla dimensione della speranza?
Il Vangelo di questa domenica è chiaro. Le immagini che vengono offerte sono di angoscia e di morte. Eppure risuona un invito a sperare, a rimanere vivi, a non farsi travolgere dai segni e dagli eventi di distruzione. L’invito che irrompe in questa pagina del Vangelo è di non morire per la paura, ma disporsi alla liberazione vicina (Lc 21,25-28.34-36).
Le immagini che vengono da questa pagina di Vangelo rievocano disordine, distruzione, catastrofe. Emerge però un contrasto, una dialettica evidente tra esterno e interno: i cieli si oscureranno, verranno a mancare gli astri di riferimento, il mare farà sentire le sue onde e i suoi flutti, persino le potenze dei cieli (che possiamo intendere come i punti di riferimento dello Spirito) saranno sconvolte, voi avrete paura, ma state attenti a non farvi travolgere in affanni, ubriachezze e dissipazioni. Se sapremo alzare lo sguardo, se nutriremo fede anche in tutto questo, la liberazione è vicina e potremo comparire davanti al Figlio dell’uomo.
Può essere un errore leggere queste righe puramente in chiave apocalittica. Non sono righe per la fine dei tempi, ma per l’oggi dell’uomo costantemente invitato a non morire, a nutrire la speranza e a credere che, se rimaniamo aperti, non le bufere, non i terremoti, non i frastuoni ci coglieranno, ma qualcosa di totalmente inedito e altrettanto sconvolgente, per la vita, non per la morte.

Annalisa Margarino




14 novembre 2015

La fine del mondo

Forse molti di noi lo stanno pensando e lo pensano da tempo che ci sono segni, simboli, modalità umane e disumane che indicano che siamo alla fine del mondo o, se no, alla fine di un tempo.
Dopo i fatti di Parigi commentare le letture della XXXIII domenica non è semplice e si rischia di cadere in tonalità apocalittiche e fuoriluogo, perchè, in parte, antievangeliche.

“Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno”. Così si legge nella Prima lettura tratta dal Profeta Daniele.

È risaputo che il libro del Profeta Daniele ha una prospettiva escatologica. Non a caso viene letto in questo periodo dell’anno, in cui la Chiesa è chiamata a meditare sui tempi ultimi, sull’arrivo del Regno, sul compimento, ma anche sul suo modo di stare nella vita, di agire, di pensare.

Non è facile stare sulla Prima lettura e sul Vangelo di questa domenica perché la prima immediata reazione è pensare ai ‘tempi ultimi’ che, prima o poi giungeranno, ma che per ora non ci riguardano o riguardano quelle persone malvage che seminano odio e violenza. Sbagliato! Queste letture a fine anno liturgico ci dispongono a pensare ai nostri 'tempi ultimi' nell'ora, a come nel nostro quotidiano ci disponiamo a vivere atteggiamenti di vita o di morte.

Il libro del Profeta Daniele dipinge i tempi ultimi, come il momento in cui molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno. Possiamo leggere questa affermazione in molti modi, possiamo fermarci all’interpretazione apocalittica: finirà questo tempo e saremo giudicati.

Riflettere sui tempi ultimi, invece, può essere un invito a meditare, soffermarsi sul ‘qui e ora’ dell’esistenza, come continuo tempo finale, come costante chiamata al compimento.

La polvere, allora, è quello stato di torpore, paralisi, mancanza di consapevolezza in cui viviamo. C’è un tempo, però, in cui siamo costretti a svegliarci, a prendere posizione, ad assumere coscienza del vivere e in quel momento ci si deve esporre. Non c’è ambiguità: o la vita eterna o l’infamia, la vergogna.

È l’alternativa tra il continuare a dormire, a soprassedere, a bypassare la chiamata alla vita o decidere, una buona volta, di entrarci, prenderne parte, sentirsi grati. Questa è la vita eterna, già qui, già ora.

Per questo la Prima lettura conclude: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”.

Sapienza e giustizia diventano allora le coordinate del vivere, dell’esistere, dello stare sulla terra e di cogliere il kairòs, il tempo opportuno per…

Il Vangelo di Marco è però ancora più drastico. Non ci saranno più astri, verranno a mancare tutte le coordinate, mancheranno le risposte, l’uomo non saprà più dove puntare lo sguardo. Cosa rimarrà? La Parola di Dio: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Il Vangelo di Giovanni si apre così: “In principio era il Verbo” e al v. 14 afferma “Il Verbo si è fatto carne”.

Parola e carne. Questo rimarrà. Il Verbo di Dio si è fatto carne, si è fatto vita, si è fatto uomo per amore dell’umanità. Questo non passerà: l’amore di Dio e il comandamento dell’amore.

È questa la coordinata con cui costantemente dobbiamo fare i conti, considerando il nostro ‘qui e ora’ come costante tempo ultimo, kairòs.

Annalisa Margarino




8 novembre 2015

Tutto è dono

Le letture della trentaduesima domenica del tempo ordinario ci mettono di fronte a due vedove e alla lezione del dono: niente è nostro, tutto ci è donato.
Può sembrare una lezione bella e piacevole, leggere la storia di Elia e la vedova (1Re 17,10-16) fa tenerezza, come fa tenerezza il tintinnio delle due monetine nel tempio (Mc 12,38-44). In realtà, di tenero c'è poco, perchè la vedova di Sarepta non ha che quella farina e quell'olio per sfamare sè e suo figlio e la vedova al tempio non ha che quelle due monetine o poco altro per sopravvivere.
La scelta è tra il trattenere o il donare, il tutelarsi o il fidarsi.
La logica umana suggerisce saggiamente di trattenere, proteggere ciò che è proprio, salvaguardare i propri beni di sopravvivenza. La logica evangelica, come anche quella del testo della prima lettura, ci pone di fronte a un'altra possibilità, ovvedo l'inedito del donare. Forse questa capacità di donare, fidarsi, dare, condividere non viene da qualche forma di scaltrezza tipicamente umana, ma dalla logica del Regno che insegna che è donando che si riceve come prega anche San Francesco.
Così le vedove che non hanno più nulla, completamente esposte, scelgono di donare, di condividere, di non trattenere per sè e realizzano quello strano detto evangelico: A chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza. Ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12).
Le donne hanno compreso questa frase, ovvero che il dono dipende dallo sguardo che poniamo sulla nostra vita. Se pensiamo che nulla è grazia, nulla è gratuito, tratterremo, ma non saremo sorprese dal di più. Donare è imitare l'atto di Dio che dona vita, tempo, spazi, incontri, sorprese, inediti e ciò che a volte attendiamo da tempo.
Di recente nella rete circolava un video di una catena di buone azioni, per cui a un atto di bene ne seguiva un altro. Non è poesia, è vita, perchè la vita è fatta di gratuità fin da quando veniamo ospitati dal grembo materno.

Annalisa Margarino




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25 ottobre 2015

Integrare le nostre cecità



La XXX domenica del tempo ordinario ci mette davanti Bartimeo, il figlio di Timeo, uomo cieco che, come i molti emarginati, viveva ai margini della strada con un mantello che gli faceva da casa (Mc 10,46-52).

Gesù sta passando per Gerico. Si sa che la connotazione geografica qui non è casuale. Gerico è famosa per essere la città più bassa del mondo sotto il livello del mare.

Un uomo cieco, ai margini della strada, nella città più bassa del mondo grida e attende Gesù.

Sappiamo che la condizione di cecità nei vangeli e nei testi sacri indica uno stato non solo fisico, ma anche spirituale e anche la letteratura contemporanea ha utilizzato questo vuoto del senso per parlare di una dimensione di mancanza, vuoto, perdita e smarrimento dell’umano, basti pensare a Cecità di Saramago.

Il figlio di Timeo non ha occhi, ma sente. Gesù passa. Forse glielo dicono, forse sente il vociare della folla attorno a lui. La vita in strada allora era diversa. Non passavano macchine e motorini, ma uomini e donne che attraversavano le vie a piedi, parlando tra di loro, urlando, sussurrando, discutendo.

Bartimeo ascolta queste voci. Si è abituato ad ascoltare.

Sente che Gesù sta passando vicino a lui. Chissà pochi minuti prima quanti uomini e donne ha sentito che passavano davanti a lui, dicendo di Gesù che affermavano essere il Messia atteso.

Bartimeo non ha occhi per discernere se si tratti del Messia o no. Non ha modo di vederlo. Può solo percepire. A lui importa ritrovare la vista. È una vita che vive ai margini della strada protetto dal suo mantello.

La mancanza della vista gli preclude ogni forma di socialità.

Gesù passa e, come sempre faceva, lo chiama, grida, implora ai margini della strada.

Gesù si ferma. Non va da lui, non gli si avvicina.

È una dinamica al rovescio rispetto a quelle a cui siamo abituati nel Vangelo, in cui Gesù, passando, si fa prossimo.

Bartimeo invoca e Gesù lo chiama. Vuole che sia lui ad avvicinarsi.

Se seguiamo i movimenti che avvengono dal momento in cui i discepoli dicono al figlio di Timeo di andare da Gesù, se non consideriamo le prime righe del brano, difficilmente teniamo a mente che si tratta di un cieco: balza in piedi, dopo aver gettato via il mantello, ovvero ciò che lo proteggeva in ogni istante della sua esistenza da freddo, intemperie, la polvere della strada e che gli faceva da nido.

Lascia il nido e balza in piedi, verso Gesù. Non viene portato, va.

Bisogna soffermarsi su questo particolare. Il vangelo prosegue con la narrazione. Gesù domanda al cieco cosa desideri e lui domanda di riavere la vista. Cosa mette, però, realmente in movimento quel cieco sui bordi della strada, cosa effettivamente fa sì che Bartimeo possa vedere di nuovo?

La chiamata di Gesù, quel “Coraggio, alzati ti chiama!”.

È una chiamata che reintegra, che convoca, che coinvolge.

Il cieco può vedere perché si sente reintegrato, non più ai margini, finalmente parte dell’esistenza.

È per questo che Gesù lo attende, senza muoversi al suo posto. La vista è possibile nel momento in cui ci si sente in un percorso aperto, che provoca e chiama alla vita.

Se leggiamo questo brano come simbolo della cecità interiore che viene vinta da una nuova vista o, meglio, visione del mondo e dell’esistere, non possiamo tralasciare quel “Coraggio, alzati ti chiama!” che reintegra, non esclude e ci invita a metterci in movimento anche quando ci sentiamo spiritualmente sottotono e nei bassifondi dell’esistere, come la terra di Gerico.

La reintegrazione, il non sentirsi isolati, il sentirsi chiamati dall’altro e invitati a lasciare il proprio mantello di protezione, diventa occasione per una nuova vista che ci costringe a uno sguardo più dilatato e a un atteggiamento reattivo e capace di relazione e di incontro.

In questo modo si realizzerà la profezia di Geremia, per cui tutti, anche nelle nostre cecità, imperfezioni e stanchezze ci sentiremo convocati, parte della grande comunità umana:

 

Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione

e li raduno dalle estremità della terra;

fra loro sono il cieco e lo zoppo,

la donna incinta e la partoriente:

ritorneranno qui in gran folla.

Erano partiti nel pianto,

io li riporterò tra le consolazioni;

li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua

per una strada dritta in cui non inciamperanno,

perché io sono un padre per Israele…

 

Un Dio e, di conseguenza, una comunità che convoca permette che anche un cieco, uno zoppo e ogni tipo di esistenza si senta parte.

È questa la novità che dà la vista a Bartimeo: l’essere parte.


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18 ottobre 2015

Il posto sicuro

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Il Vangelo della XXIX domenica del tempo ordinario ci mette di fronte a tematiche importanti, quali il bisogno umano di potere e dominio, il bisogno di garanzia di salvezza e gloria, il tema del servizio, il farsi ultimi e, non ultimo, lo sbilanciamento tra i piani di Gesù e i piani dell’uomo.

Giacomo e Giovanni, apostoli di Gesù, che lo seguivano con amore e fedeltà, si rivolgono a Gesù con una domanda precisa, quasi perentoria: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Non c’è nulla di allusivo, niente di inespresso. I due hanno una richiesta ben precisa: la salvezza e la gloria. Non vogliono fare parte della vita celeste, ma vogliono una collocazione nella vita celeste. È una domanda che riappacifica anche gli eventuali conflitti terreni tra i due fratelli, vogliono sistemarsi uno alla destra e l’altro alla sinistra di Gesù. Come nel vangelo di domenica scorsa siamo nuovamente messi di fronte al bisogno di sentirsi a posto, di avere garanzie di salvezza e gloria. Se ci fermiamo un attimo a pensare, è anche un modo per non soffermarsi sul momento presente, sul qui e l’ora. Che vita è una vita che ha garantita la salvezza e i posti in cielo? Che vita è una vita che “sistemata” nell’aldilà? Che vita di fede è una vita che si garantisce il posto in Paradiso, tenuto conto che nella ‘casa del Padre suo ci sono molti posti’?

Giacomo e Giovanni camminano con Gesù, credono che davvero egli è il Figlio di Dio e, in cambio della loro fedeltà, della loro sequela, del loro essergli amici hanno una domanda pienamente umana. Chi non rivolgerebbe una domanda simile?

Gesù, però, non è l’uomo delle garanzie. Dà una risposta breve e diretta: sedere nella gloria è possibile se si beve il mio calice e se si è battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato, ma non è possibile nemmeno per me concedere il sedere alla mia destra e alla mia sinistra.

Fa andare oltre il discorso Gesù. Sa che la debolezza e la fragilità umana sono costituzionali, sa che per noi uomini basta poco per partire per la tangente del prestigio e della forza. Forse Giacomo e Giovanni nel profondo erano pronti a gloriarsi, ad innalzarsi, invece si trovano di nuovo davanti alla cruda realtà della Passione. Chi vuole seguire Gesù deve bere il suo calice e ricevere il suo battesimo, deve patire, partecipare della sua Passione che non è addossarsi la Croce a tutti i costi, ma sentire con Gesù, partecipare del suo stare nel mondo e del suo farsi carico.

Non è la gloria che ci rende discepoli di Cristo, non è la garanzia di un posto sicuro che ci fa essere cristiani, la vita futura è tutta una scommessa, ma è proprio la dimensione del qui ed ora che ci rende fratelli di Cristo.

Gesù ribadisce la dimensione cristiana del farsi servi e del dare la vita in conclusione a questo dialogo tra lui, Giacomo e Giovanni e gli altri discepoli che nel frattempo intervengono. Perché intervengono gli altri discepoli in un dialogo che dovrebbe riguardare semplicemente Gesù e gli altri due? Apparentemente potrebbe essere perché hanno compreso che la garanzia dei posti, in Cielo e sulla terra, non è Vangelo, perché hanno in cuore la gratuità della sequela? E se invece non fosse così? Non potrebbe essere forse che gli altri apostoli temono la supremazia di Giacomo e Giovanni? O semplicemente non potrebbe essere che anche loro vogliono farsi vedere a posto davanti a Gesù, garantendosi, così, implicitamente il posto sicuro?

Gesù li ascolta, li segue e sente di doverli mettere di fronte alla sua verità sulla sequela: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

La vita in Cristo non è dominio, ma servizio. La vita in Cristo non è oppressione, ma servizio. La vita in Cristo non è nel primeggiare, ma nel farsi servi. La vita in Cristo è, in sintesi, nell’agape.

Il cristianesimo che è religione di speranza, di salvezza, senza dubbio, ma soprattutto di servizio.

Questo passo del Vangelo è utile per la revisione della propria vita famigliare, lavorativa, comunitaria, di relazione in generale.

Quante volte, anche benignamente, senza evidenti desideri di prestigio e di potere, ci facciamo padroni, dominatori dell’altro, invece che suoi fratelli, servitori?

Quante volte chi ha responsabilità, vive tale responsabilità come motivo di prestigio, anziché come prendersi cura dell’altro, del qui ed ora?

E quante volte chi non ha alcuna responsabilità, invece di farsi ugualmente carico della vita, vive con invidie e gelosie i ruoli dell’altro?

Quante volte l’altro che ha fatto qualche passo in più rispetto a me, mi fa problema e mi impedisce di accostarmi a lui come fratello?

E quante volte, infine, i nostri gesti quotidiani sono garanzia per un posto in cielo?

Sono tutte domande scomode che quella sera probabilmente, contestualizzate, Gesù rivolse ai suoi apostoli. Oggi, con questo passo del Vangelo, le rivolge a noi.

 

Annalisa Margarino


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8 ottobre 2015

Il 'di più' che salva

Chi può essere salvato?

Questa è la domanda della XXVIII domenica del tempo ordinario ed è la domanda dell’uomo religioso di ogni tempo e appartenente a ogni confessione religiosa.

Quante volte, anche noi, nei nostri ragionamenti interiori non ci siamo detti “Se non faccio così, non mi salvo”?

La salvezza è il nostro orizzonte.

È tanto lontana dalla nostra logica quella dell’uomo che in Mc 10, 17-27 si avvicina a Gesù: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”.

È una domanda che chiede rassicurazione, sicurezza, istruzioni d’uso.

Il Regno di Dio, però, non dà istruzioni d’uso, ma cerca disposizioni del cuore.

Gesù sa che l’uomo che ha di fronte segue alla lettera i comandamenti e le prescrizioni della legge del tempo. Non sta ponendo quella domanda per aprirsi ad una novità di vita, ma per sentirsi a posto, sulla strada giusta.

Quante volte anche noi ripassiamo periodicamente tutte le nostre azioni per sentirci a posto, in ordine, senza vuoti e mancanze.

C’è questo strano bisogno nell’essere umano di sentirsi in ordine. I cammini, soprattutto, se ardui, impegnativi e motivo di interlocuzione spaventano, spiazzano.

Il Vangelo spiazza.

Gesù, dopo aver elencato i comandamenti e dopo la risposta pronta dell’uomo: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”, lo fissa in modo amoroso. Sa che serve un di più. Occorre sempre un di più nella vita di ciascuno.

E allora pone la domanda che mette di fronte alla radicalità evangelica: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”,

Il Vangelo racconta che l’uomo si fece scuro in volto e se ne andò via rattristato, perché possedeva molti beni.

Va’, vendi, dai… sono i tre verbi che usa Gesù di fronte alla nostra presunzione di essere a posto, ormai arrivati.

Va’, perché la strada non ha mai fine, perché siamo continuamente in cammino.

Vendi ciò che hai, non trattenere nulla per te, perché tutto ciò che hai ti è affidato, non è tuo. Vendi ciò che hai perché sarai salvo solo nel momento in cui non ti sentirai proprietario di parti di mondo, ma custode, affidatario.

Da’ perché la vita cresce dividendosi. Da’ perché riconosci l’abbondanza di ciò che hai, da’ perché il cuore è grato di ciò che porta dentro.

Questo è il di più.

Mai come in questo tempo di crisi questo Vangelo chiede di essere letto invitandoci a riflettere sul rapporto con le nostre ricchezze personali e la gestione della nostra economia. È un’economia condivisa? Sappiamo vivere secondo la logica della condivisione? Ci ricordiamo della cura del creato che non è nostro, ma che ci è affidato?

Al tempo stesso, è bene andare oltre i beni materiali. La ricchezza che spesso ostacola è la pienezza di sé, l’eccesso del sé. “Io so, io sono, io voglio, io sono capace, io sono buono…” Quanti io sulla nostra bocca! Quanto autocentramento.

Come ci salviamo? Decentrandoci. Andando, donando e dividendo. Sono tutti movimenti decentrati, che ci portano oltre, verso il di più.

La domanda “Chi può essere salvato?”, a quel punto viene meno perché l’oggetto del nostro interrogare non sarà più solo la nostra vita futura, ma il qui e ora condiviso, di tutti.

Va’ dove non sai, vendi quello che hai, dallo a chi non ce l’ha… avrai un tesoro in cielo. Dimentichiamo sempre queste ultime affermazioni di Gesù, come dimentichiamo la logica delle beatitudine che a ogni stato promettono uno stato di felicità e pienezza.

Come ci possiamo salvare? Se in ogni nostro pensare, agire, momento del vivere mettiamo il ‘di più’.

In genere la prima lettura fa da cornice al Vangelo. Per questa domenica ancora più cornice viene fatta dalla seconda lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei (Eb 4,12-13):


La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.


Chissà? Sappiamo che la Lettera agli Ebrei è la stesura scritta di un'omelia... forse l'omileta, mentre parlava, aveva in mente anche la domanda sulla salvezza. Sicuramente ci mette di fronte a una grande verità: nessuna creatura può rimanere nascosta e tutti siamo nudi davanti a Dio. Qui si misura il nostro 'di più' che dimora nel profondo del cuore. 

 

Annalisa Margarino


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permalink | inviato da sognandoemmaus il 8/10/2015 alle 19:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



4 ottobre 2015

Una carne sola

La liturgia della XXVII settimana del tempo ordinario ci fa porre in ascolto dell’amore sponsale, della coniugalità.

La prima lettura ci invita a meditare il testo di Gen 2,18-24, mentre il Vangelo è Mc 10,2-12.

Siamo di fronte a due testi pieni di senso e di orizzonte che ci dispongono a meditare l'amore e i suoi percorsi. Il testo di Genesi ci mette di fronte alla creazione di Dio che tra piante, animali, esseri di ogni tipo contempla il sogno dell'amore coniugale a partire dalla consapevolezza che non è bene per l'uomo rimanere solo.

Il Vangelo parla di indissolubilità.

La reazione immediata da parte di molti può essere nel pensare che oggi i rapporti sono cambiati e che anche la sponsalità si struttura in altro modo.

La domanda che viene rivolta a Gesù su sei lecito a un marito compiere un atto di ripudio nei confronti della moglie, in un tempo in cui viviamo rapporti fluidi, mal radicati, spesso disimpegnati, dettati più da bisogni e necessità che da amore e desiderio, fa sorridere.

La risposta invece che riprende Gen 2,18-24 deve portarci a riflettere: “I due diventeranno una carne sola”.

Proprio oggi si apre il Sinodo sulla Famiglia che medita, tra i tanti temi, proprio la questione dell'indissolubilità matrimoniale. Negli ultimi anni molti confronti e dibattiti in ambito ecclesiale hanno riguardato la possibilità o meno di fare accedere all’eucaristia i divorziati.  Non è questo il contesto per riflettere se sia bene o no tenere lontani uomini e donne da un sacramento che nutre e apre vie di cambiamento e comunione.

In questo tempo, invece, abbiamo tralasciato forse troppo le riflessioni sulla coniugalità e su come le coppie giungano alla decisione di vincolare la loro unione con il sacramento del matrimonio che, mi piace ricordare, è l’unico sacramento in cui i ministri non sono i sacerdoti o i diaconi, ma gli sposi stessi che decidono di farsi ‘noi’, non più due singoli ‘io’, di fronte alla comunità umana e a Dio.

“I due diventeranno una carne sola”. Questa è la premessa per il sacramento matrimoniale.

Significa che i due nutriranno reciprocamente un amore vitale. Le loro vite, pur rimanendo distinte, autonome, si renderanno nutrimento reciprocamente.

Essere carne sola vuol dire ascoltare e percepire il sentire dell’altro. Vuol dire vivere e recepire la ferita dell’altro e prendersene cura. Vuol dire accogliere la diversità dell’altro e farsene carico.

Vuol dire diventare un ‘noi’, una pluralità a partire dall’identità dei due, superando logiche di autoconservazione, autocentramento ed egoismo.

Vuol dire accettare di compiere un cammino perché il ‘noi’ si integri nella quotidianità, nelle scelte, nella progettualità e nella visione degli orizzonti. Se divento una carne sola con l’altro, la sua vita mi interessa, mi sta a cuore, mi coinvolge, mi mette in movimento.

Immaginavo in questi giorni la dimensione della vita coniugale con una rappresentazione figurativa. Tante volte abbiamo concepito la vita di coppia come due rette parallele. È un’immagine scorretta, perché due rette parallele non si incontrano mai. Ancora meno si può pensare a delle rette convergenti, perché deve rimanere la dimensione del ‘noi’. Ho immaginato allora la sinuosità di due linee curve che si incontrano, a volte combaciano, a volte divergono, a volte si aggrovigliano, a volte si separano, ma rimangono sempre in relazione.

Essere una carne sola vuol dire rimanere in relazione, stare nella vita insieme, unire il proprio e l’altrui sguardo, sentire il proprio equilibrio che viene meno perché sempre messo in discussione dalla presenza dell’altro che provoca, sollecita, chiama in causa. L’altro, mia carne, allora sarà per me avvocato, ovvero colui che mi invita, mi chiama all’esistenza. L’altro, mia carne, sarà per me consiglio, consolazione, invocazione, motivo di pianto e di benedizione. Io sarò responsabile della sua carne cioè della sua esistenza e lui della mia, nella reciproca autonomia, nella scelta ogni giorno nuova e libera di amare e di unire al sentire della propria carne il sentire della carne dell’altro.

All’origine di tutto c’è una benedizione, la benedizione di Dio nell’Eden, ogni coppia allora nell’amore donante deve farsi reciproca benedizione e occasione di gratitudine.

La circolarità, l’amore che rende il noi un’‘unica carne’ è chiamata a farsi potatrice di amore, vita, dono verso l’esterno per rigenerarlo e rigenerarsi. È la logica dell’amore che dona e non trattiene e che dal desiderio dà frutto a una sempre nuova forma di vita. Tutto è iniziato dal desiderio di Dio che è comunione. Ogni noi che diventa una carne sola allora è chiamato a nutrirsi reciprocamente per un amore che si irradia verso l’esterno. L’uomo e la donna si uniscono per desiderio di Dio, per un desiderio d’amore, a loro volta gli sposi, in una comunione che sempre si rinnova, sono chiamati a farsi portatori, generatori e testimoni d’amore in quella circolarità del noi che si allarga e prolunga sul mondo.

Nell'unione sponsale siamo a immagine di Dio che ci ha creati maschi e femmina. Uomini e donne a sua immagine che vivono, come il Padre, costantemente la fatica e l'impegno di un dialogo, di un incontro e di stare in relazione. Nella storia della salvezza Dio continuamente si mette in gioco per incontrare l'uomo, così l'uomo e la donna, in un rapporto d'amore e cura, facendosi a sua immagine, sono chiamati costantemente a mettersi in gioco, cercarsi, incontrarsi e farsi responsabili del loro progetto comune d'amore.


Annalisa Margarino




20 settembre 2015

Quando si ha timore del profondo...

Ascoltando e meditando le letture della XXV domenica (Sap 2,12.17-20; Giac 3,16-4,3; Mc 9,30-37), sembra di ripercorrere tanti discorsi che spesso la nostra anima fa tra sé e sé.

Quante insidie tendiamo alla nostra interiorità, al nostro sentire, a ciò che è d’incomodo:

 

Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo

e si oppone alle nostre azioni;

ci rimprovera le colpe contro la legge

e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta.

 

Questi versetti dal libro della Sapienza non ricordano tanti discorsi che facciamo dentro di noi, quando i percorsi diventano faticosi, quando ci scontriamo con le nostre contraddizioni, quando domina la disillusione sul desiderio, il sogno, gli orizzonti esistenziali?

Diventiamo così traditori di noi stessi, di ciò che ci è stato affidato e non siamo capaci di portare responsabilità sull’esistenza.

 

Vediamo se le sue parole sono vere,

consideriamo ciò che gli accadrà alla fine.

 

Questi versetti hanno sicuramente valore cristologico e raccontano, al tempo stesso, la sorte di molti profeti e uomini e donne di ogni tempo. Ma quante volte anche dentro di noi non viene a crearsi questa scissione, questa divisione profonda tra autentico e inautentico, tra speranza e bisogno di collaudare, verificare, mettere alla prova ogni cosa.

Mettiamo alla prova l’esistenza, desideriamo possederla, impediamo che scorra e spesso la condanniamo alla morte, impediamo il suo fluire, proprio perché la fiducia, la speranza, il sogno, l’abbandono in noi vengono meno.

 

Leggendo la Lettera di Giacomo emergono possibili discorsi della nostra anima, in particolare negli ultimi versetti:

 

Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.

 

Anche questa lettera ci mette di fronte alle divisioni dell’anima, davanti all’inautentico. È significativa l’espressione “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere, siete invidiosi e non riuscite a ottenere…”.

Non è una condanna al desiderio, ma una messa in guardia rispetto all’inautenticità dello stare nelle cose, nella vita. Non abbiamo perché non chiediamo. Non abbiamo perché non ci fidiamo e facciamo noi stessi come autoreferenti della domanda. Non abbiamo perché non guardiamo verso un oltre. Quanti discorsi dell’anima chiudono orizzonti.

 

Il passo del Vangelo di Marco ci fa prestare attenzione verso altre domande dell’anima. Gesù ha appena annunciato la sua morte e la sua risurrezione. Ha messo i suoi davanti al mistero pasquale che non possono comprendere. Non gli pongono domande per timore. La morte fa paura e la risurrezione spiazza. Non interrogano Gesù, ma interloquiscono tra di loro su chi sia il più grande. È una disquisizione comunitaria. I discepoli camminando si pongono questo interrogativo tra di loro, discutono, si scontrano, pretendo il primato. Gesù li invita alla minorità, al farsi servi, a farsi ultimi ed accogliere i piccoli.

Se riportiamo questa situazione ai nostri dialoghi dell’anima quante volte anche parti di noi stessi non accettano la condizione di minorità, vorrebbero prevalere su altre, diventano arroganti e aggressive?

Gesù parla di morte e risurrezione e spesso la nostra anima rimane ferma a logiche terrene, senza elevarsi al mistero pasquale che domanda capacità di apertura all’altro, all’oltre e a orizzonti nuovi.

 

Le tre letture di questa domenica possono essere rilette anche facendoci porre attenzione sulle nostre dinamiche comunitarie, spesso costituite di rapporti di forza, aggressività, violenza, prepotenza e presunzione dell’uno sull’altro. Non dobbiamo però dimenticare che tutto questo è partire dalla nostra anima che spesso è sottomessa a logiche di chiusura e non sa accogliere l’oltre dell’annuncio del Regno.

Se l’anima supererà le scissioni in un atteggiamento di fiducia, speranza e apertura ai sogni condivisi, non prevaricherà più, ma si aprirà sempre più a un dialogo d’amore con l’altro.

 

Annalisa Margarino



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