7 marzo 2009
Il cantico dei Cantici nell'ora di Religione
Riporto volentieri un contributo di Massimiliano Colucci sull'utilizzo del testo biblico del Cantico nell'IRC. P.R.
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Per la sua complessità, e la finezza delle sue immagini,
richiede una cultura di base e una maturità personale che lo indica, a mio
avviso, per le classi dalla terza superiore in poi. Nel suo insegnamento, si
possono porre tre nuclei tematici.
L’aspetto culturale/interdisciplinare. Il Cantico è
prima di tutto testo poetico, opera letteraria narrante l’eros tra uomo e
donna. Per non banalizzarne l’approccio, serve una preliminare formazione al
genere. In tal senso, andrebbe affrontato almeno dopo lo studio della
letteratura medievale amorosa, in particolare stilnovista, e dopo Platone, il
primo filosofo a tematizzare l’eros, così da avere delle basi su cui innestarsi.
Ciò offre inoltre uno spunto interdisciplinare. Sia Cavalcanti che Alighieri
mostrano di conoscere il Cantico, richiamato in sonetti e nella Commedia, e poi
in tutta la letteratura, da Goethe fino a Joyce. Nella pittura, menzioniamo
invece la serie di tele di Chagall (un panorama completo dei rapporti con
letteratura e arte lo si trova alla fine del commentario di Gianfranco Ravasi).
L’aspetto antropologico. Il Cantico parla d’amore. Se
nelle scuole si offre un programma di educazione alla sessualità, non sempre si
comprende un’educazione all’affettività. Il Cantico è invece a mio avviso uno
strumento efficace, e l’ho sperimentato nella docenza. Da sé affascina,
proponendo un ideale d’amore che però è concretamente umano: e forse, proprio
per la sua persuasività estetico/poetica, rende più credibile – o almeno
comprensibile – il senso della maturazione e la vocazione all’attesa
nell’attraversare le fasi dell’amore. Si aggiunga anche l’educazione alla
bellezza, che per il Cantico passa attraverso una certa concezione di umanità e
corporeità, del tutto “anacronistica” rispetto ai canoni mediatici odierni, ma
assolutamente vitale. Spesso ho dovuto rammaricarmi dello stupore dei ragazzi
non solo per il fatto che un simile testo si trovasse nella Bibbia (ma c’è da
stupirsi che Dio abbia a che fare con l’eros umano?), ma che fosse possibile
concepire un’alternativa d’eros, cosi come proposta dal testo “ispirato”.
L’aspetto teologico. È il più complesso di tutti. Il
Cantico è letto nella Pasqua ebraica, ma è estraneo alla nostra. Eppure
l’annuncio di Ct 8 è il medesimo del Vangelo: c’è qualcosa capace di superare
il peccato e la morte. Gli uomini lo chiamano amore, i credenti intuiscono che
esso ha tale potere solo se e perché si radica in Dio. Giovanni, che afferma
l’identità tra amore e Dio, costruisce l’incontro tra Gesù risorto e Maria
proprio richiamando il Cantico. E qui sta la connessione con Genesi: dove il
peccato originale aveva separato la prima coppia – ed essi provarono vergogna e
paura di morire – l’amore degli amanti del Cantico ricostituisce la rottura:
qui si contemplano liberi, perché il peccato è vinto, e non hanno paura, perché
l’amore è la nuova fonte di vita eterna che drena direttamente da Dio.
Nell’eros umano c’è quindi la chiave della salvezza, e l’anticipazione della
resurrezione corporea. Un concetto difficile da trasmettere (può aiutare, come
guida, il commento di Tiziano Lorenzin al testo), ma che porta una parola nuova
e indispensabile in un eros troppo spesso abbandonato a se stesso.
Pubblicato in “La Difesa del popolo”, n. 3/CII – 18/01/09
cantico dei cantici
| inviato da sognandoemmaus il 7/3/2009 alle 10:56 | |
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