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29 novembre 2015

Non moriremo per la paura

Inizia il tempo d’Avvento, un periodo importante per la vita cristiana, di ascolto e attesa. È un tempo in cui siamo invitati ad aprire gli animi alla speranza e alla progettualità, a dischiuderci ad orizzonti nuovi. Inizia il tempo dell’inedito. Si apre lo spazio dei germogli giusti, come dice la prima lettura tratta dal libro di Geremia: “In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto”.
Sappiamo che nel libro di Geremia il ‘germoglio giusto’ è il Messia atteso. Ma nelle nostre vite qual è il germoglio giusto? Quali sono le promesse di bene, di cui parla il profeta, che si devono realizzare?
Avvento è apertura ai germogli nuovi nella nostra vita e alle promesse di bene che sono chiamate a realizzarsi.
Non è facile in un tempo di crisi, in cui spesso la vita reale nella sua concretezza ci restituisce fatica, sensi di oppressione e scoraggiamento. Eppure, l’Avvento, ci invita a cambiare lo sguardo, a fare prevalere la speranza e la fiducia.
Chi non associa questo periodo dell’anno alla dimensione della speranza?
Il Vangelo di questa domenica è chiaro. Le immagini che vengono offerte sono di angoscia e di morte. Eppure risuona un invito a sperare, a rimanere vivi, a non farsi travolgere dai segni e dagli eventi di distruzione. L’invito che irrompe in questa pagina del Vangelo è di non morire per la paura, ma disporsi alla liberazione vicina (Lc 21,25-28.34-36).
Le immagini che vengono da questa pagina di Vangelo rievocano disordine, distruzione, catastrofe. Emerge però un contrasto, una dialettica evidente tra esterno e interno: i cieli si oscureranno, verranno a mancare gli astri di riferimento, il mare farà sentire le sue onde e i suoi flutti, persino le potenze dei cieli (che possiamo intendere come i punti di riferimento dello Spirito) saranno sconvolte, voi avrete paura, ma state attenti a non farvi travolgere in affanni, ubriachezze e dissipazioni. Se sapremo alzare lo sguardo, se nutriremo fede anche in tutto questo, la liberazione è vicina e potremo comparire davanti al Figlio dell’uomo.
Può essere un errore leggere queste righe puramente in chiave apocalittica. Non sono righe per la fine dei tempi, ma per l’oggi dell’uomo costantemente invitato a non morire, a nutrire la speranza e a credere che, se rimaniamo aperti, non le bufere, non i terremoti, non i frastuoni ci coglieranno, ma qualcosa di totalmente inedito e altrettanto sconvolgente, per la vita, non per la morte.

Annalisa Margarino




19 febbraio 2012

Preghiera del paralitico

Signore, ti ringrazio per quel giorno in cui i miei fratelli hanno scoperchiato il tetto per farmi arrivare da te.

Ero paralizzato dalla paura, dalla stanchezza, dallo scoraggiamento, ripiegato su di me e affranto.

Mi hanno preso, così com’ero, sul mio lettuccio di paura e angoscia. Mi mancano le forze e mi hanno offerto le loro e mi hanno condotto da te.

Non c’era accesso. Così hanno cercato una soluzione alternativa.

Non sono tornati indietro rassegnati. Non hanno pensato “Non c’è nulla da fare...”.

Stavo loro così tanto a cuore che hanno cercato un varco per portarmi da te.

Io dicevo loro: “Torniamo indietro, non c’è nulla da fare”, ma loro mi hanno messo a tacere. Le mie paure, le mie depressioni, le mie rassegnazioni non hanno avuto il sopravvento.

Signore, ti ringrazio per quel giorno in cui la mia paralisi non ha preso il sopravvento sulla speranza dei miei fratelli.

Signore, ti ringrazio per tutte quelle volte in cui i nostri fratelli si fanno carico delle nostre paralisi e ci portano a te.

Signore, ti ringrazio perchè quel giorno hai visto anche tu la mia paralisi.

Le mie paure, le mie disillusioni, le mie angosce, le mie stanchezze, i miei desideri sepolti, le mie ribellioni, le mancanze di respiro, la fatica a vivere, la tristezza, la mancanza di speranza e di progetto.

Hai visto tutto questo e mi hai guarito.

Ti ringrazio anche perchè hai visto le paralisi dei miei fratelli. Il loro sconcerto di fronte al tuo atto d’amore. Le paralisi riducono sempre le possibilità di amore.

Ti ringrazio Signore, perchè quel giorno hai vinto le paralisi dell’uomo e, guarendomi e perdonandomi, ci hai ricordato che nulla è più forte dell’amore.

 

Annalisa Margarino




13 novembre 2011

Un Dio che non ama le autocondanne

 

La parabola dei talenti incute sempre un certo timore perchè inevitabilmente pone ciascuno di noi di fronte al modo di stare nella vita e al modo in cui gestiamo ciò che ci è stato affidato perchè noi, a nostra volta, ne facessimo dono.
È una parabola che ci fa sentire responsabili della vita, del fratello, di noi stessi.
Non rassicura questo padrone che alla fine torna a fare i conti e domanda a ciascuno cosa ha fatto del proprio talento. Non gli importa che talento fosse, ma gli importa che questo talento sia stato messo in circolo.
Leggiamo così questa parabola con ansia e paura. Ognuno si sente chiamato a fare fruttare le proprie qualità, a vivere con responsabilità i propri compiti e a non tenere per sè le proprie qualità.
Si può leggere questa parabola come un invito al riconoscimento. Si vive pienamente se si accoglie e se si riconosce, dunque, quanto si ha ricevuto.
È una parabola che induce anche all’azione: non basta riconoscere, ma bisogna anche agire, mettere in circolo, farsi responsabili della vita.
Non è sufficiente però...
Se leggiamo secondo questa chiave di lettura questo brano rischiamo di perdere tante sfomature importanti.
L’invito che viene rivolto da questa parabola va molto oltre.
Ci soffermiamo spesso sulle ultime righe che mettono in luce la condanna del padrone per chi non ha messo a frutto il talento e il premio per coloro che hanno saputo investirlo.
Questa, in realtà, è un’inevitabile conclusione. Il padrone non fa altro che attestare come i tre uomini si sono mossi e come hanno vissuto la loro esistenza.
Sono due le dinamiche fondamentali che emergono: una apertura e una chiusura. L’apertura è legata a una dimensione di speranza e gratitudine e un senso positivo dell’esistere. La chiusura, invece, sembra venire da un senso di paura, da un timore per ciò che sarà nella propria e dall’angoscia di perdere tutto.
C’è una differenza fondamentale tra i due che mettono a frutto il talento - che, se si legge bene, non sta tanto nelle ricchezze offerte dal padrone, ma dalla vita intera – e l’uomo che invece sotterra il talento. I primi due ritengono che il talento non è loro, ma è donato, offerto, frutto di abbondanza consegnata e ritengono di non aver nulla da perdere nel provare ad investirlo. Se ne fanno responsabili pieni di gratitudine e di fiducia. Come il talento è un di più, qualcosa che loro hanno ricevuto gratuitamente così eventualmente sarà di più il guadagno che si avrà nell’investimento. L’ultimo invece non riconosce il dono, ma pensa di essere solo detentore di un prestito. Si fa responsabile pauroso di ciò che ha. Non vede il di più, ma vede solo il valore oggettuale di ciò che è stato offerto nell’angoscia che se va perso il padrone non lo perdonerà.
Sono due atteggiamenti contrastanti, quasi agli antipodi legati a due visioni opposte della vita. I primi vivono di speranza e di fiducia. L’ultimo vive di angoscia e paura.
I primi ripongono la speranza in un Dio che fa fruttare e che ama chi si mette in gioco e si fa responsabile grato della vita. Il secondo invece teme un Dio che dà, ma che può anche togliere e che esige semplicemente che l’uomo sappia conservarsi, tutelarsi, senza esporsi.
Il Dio di Gesù Cristo, invece – ce lo dice tutto il Vangelo – è un Dio che sogna che l’uomo si esponga, si metta in gioco, faccia circolare vita e non si metta in trincea.
Guardiamo con angoscia all’uomo dell’unico talento perchè spesso anche noi siamo portati e indotti ad autotutelarci nella paura di perdere qualcosa, dimenticando che tutto è in sovrappiù. È bene che sia così, come monito e come invito a rimetterci in gioco sempre anche quando siamo stanchi e quando pensiamo che la vita sia solo da proteggere e conservare. Il Dio di Gesù Cristo però non ama l’autoconservazione e ancora meno l’autocondanna. Ogni volta che crediamo infatti che la vita è qualcosa di statico, che non può moltiplicarsi e fruttare ci autocondanniamo. Per questo la condanna finale del pradrone è una sentenza inevitabile. Non è il padrone che ha deciso cosa fare del talento, ma l’uomo a cui era stato affidato. Così vale per noi, ogni volta che ci troviamo di fronte alla scelta su come stare nella vita in una dimensione di fiducia o di paura, di speranza o di angoscia.
I momenti difficili e di chiusura attraversano ogni esistenaza. È atipico che non accada, ma il Dio di Gesù Cristo proprio in questi momenti viene a ricordarci che tutto è in grande sovrabbondanza e che se noi ci dissotterriamo, le nostre vite gratuitamente rifrutteranno.
In un tempo di crisi e di cambiamento penso che questo passo del Vangelo che istintivamente può seminare un po’ di paura non può che dare fiducia per una novità possibile.
 
Annalisa Margarino
 



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