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14 novembre 2015

La fine del mondo

Forse molti di noi lo stanno pensando e lo pensano da tempo che ci sono segni, simboli, modalità umane e disumane che indicano che siamo alla fine del mondo o, se no, alla fine di un tempo.
Dopo i fatti di Parigi commentare le letture della XXXIII domenica non è semplice e si rischia di cadere in tonalità apocalittiche e fuoriluogo, perchè, in parte, antievangeliche.

“Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno”. Così si legge nella Prima lettura tratta dal Profeta Daniele.

È risaputo che il libro del Profeta Daniele ha una prospettiva escatologica. Non a caso viene letto in questo periodo dell’anno, in cui la Chiesa è chiamata a meditare sui tempi ultimi, sull’arrivo del Regno, sul compimento, ma anche sul suo modo di stare nella vita, di agire, di pensare.

Non è facile stare sulla Prima lettura e sul Vangelo di questa domenica perché la prima immediata reazione è pensare ai ‘tempi ultimi’ che, prima o poi giungeranno, ma che per ora non ci riguardano o riguardano quelle persone malvage che seminano odio e violenza. Sbagliato! Queste letture a fine anno liturgico ci dispongono a pensare ai nostri 'tempi ultimi' nell'ora, a come nel nostro quotidiano ci disponiamo a vivere atteggiamenti di vita o di morte.

Il libro del Profeta Daniele dipinge i tempi ultimi, come il momento in cui molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno. Possiamo leggere questa affermazione in molti modi, possiamo fermarci all’interpretazione apocalittica: finirà questo tempo e saremo giudicati.

Riflettere sui tempi ultimi, invece, può essere un invito a meditare, soffermarsi sul ‘qui e ora’ dell’esistenza, come continuo tempo finale, come costante chiamata al compimento.

La polvere, allora, è quello stato di torpore, paralisi, mancanza di consapevolezza in cui viviamo. C’è un tempo, però, in cui siamo costretti a svegliarci, a prendere posizione, ad assumere coscienza del vivere e in quel momento ci si deve esporre. Non c’è ambiguità: o la vita eterna o l’infamia, la vergogna.

È l’alternativa tra il continuare a dormire, a soprassedere, a bypassare la chiamata alla vita o decidere, una buona volta, di entrarci, prenderne parte, sentirsi grati. Questa è la vita eterna, già qui, già ora.

Per questo la Prima lettura conclude: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”.

Sapienza e giustizia diventano allora le coordinate del vivere, dell’esistere, dello stare sulla terra e di cogliere il kairòs, il tempo opportuno per…

Il Vangelo di Marco è però ancora più drastico. Non ci saranno più astri, verranno a mancare tutte le coordinate, mancheranno le risposte, l’uomo non saprà più dove puntare lo sguardo. Cosa rimarrà? La Parola di Dio: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Il Vangelo di Giovanni si apre così: “In principio era il Verbo” e al v. 14 afferma “Il Verbo si è fatto carne”.

Parola e carne. Questo rimarrà. Il Verbo di Dio si è fatto carne, si è fatto vita, si è fatto uomo per amore dell’umanità. Questo non passerà: l’amore di Dio e il comandamento dell’amore.

È questa la coordinata con cui costantemente dobbiamo fare i conti, considerando il nostro ‘qui e ora’ come costante tempo ultimo, kairòs.

Annalisa Margarino




17 novembre 2013

L'apocalisse di Luca

Il vangelo di oggi ci ha proposto la cosiddetta grande apocalisse di Luca.

Apocalisse, sappiamo, non significa distruzione, bensì rivelazione di una cosa ignota, rivelazione del senso profondo del presente.

Così la liturgia oggi ci vuole invitare a scrutare sapientemente il nostro presente alla luce delle letture che abbiamo ascoltato.

Il tempio e i tempi di cui esse ci parlano non riguardano solo l’escatologia e nemmeno i contesti cui si riferivano Luca, Paolo o Malachia.

Quel tempio e quei tempi parlano a noi oggi.

I conflitti decritti da Luca, le guerre e le rivolte che ancora viviamo oggi  fanno parte del vecchio mondo che si ritempra nella morte, sono il frutto marcio della ricerca di potere , il marchio di appartenenza alla morte.

Si va verso il Fine e non verso la fine, e l’inizio e il termine del mondo è il Padre:

Colui che si affida al Padre non si fida dei falsi profeti, non segue le efficaci e potenti lusinghe della bestia e del suo addetto alla propaganda: “Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, contro Dio, il suo nome, la sua dimora: Fa guerre, ha tutto il potere e tutti gli abitanti della terra la adorano. (Ma senza l’altra bestia questa non avrebbe potere). Essa costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia operando grandi prodigi seducendoli e costringendoli ad adorare una statua della bestia”.

Bestia, anticristo, termini che sembrano distanti, lontani, appartenenti ad una letteratura mitologica d’altri tempi e invece si rivelano oggi di estrema attualità

L’uomo e la donna, allora come oggi, si lascia guidare dalla paura piuttosto che dalla fiducia nel Padre, cerca principalmente di salvare la pelle cade velocemente nella rete della bestia che lo porta a rinnegare, tradire (Paolo), tentando un’impossibile autosalvezza.

Come suggerisce padre Vannucci, l’anticristo, i falsi profeti, la bestia assume tre forme attuali:

l’edonismo: la bramosia del benessere, l’avidità di guadagno, il pingue pascere e il tranquillo dormire

la paura: dell’uomo, dell’aria, delle persecuzioni, del diverso, dell’amore sovrabbondante e folle di Dio.

Fanatismo religioso: uomini che combattono altri uomini nel nome di Dio, mani di sacerdoti che benedicono armi omicide.

 

Quando siamo schiavi della ricchezza, sia che siamo poveri oppure il quarto uomo più ricco del mondo, sappiamo che essa è pula che verrà spazzata via. Le pietre ammirate cadranno e il tempio definitivo avrà per base la pietra angolare, scartata, irrisa, messa da parte.

I doni votivi svaniranno, verranno bruciati nel forno, mentre il dono della vedova renderà gloria a Dio.

I figli di Dio non sono oziosi, mantenuti, di peso, sfaticati, disordinati, agitati; mangiano il proprio pane, lavorando in pace (Tess), sono pazienti e attenti a non essere ingannati.

Quando ogni azione è mossa dalla paura di perdere i nostri privilegi e dal terrore della morte noi sappiamo che la vita va oltre.

Quando il fanatismo ci porta a violare la vita e la dignità dell’altro, a separarci sappiamo che la fede unisce, pone in comunione, perché i figli di Dio, sono i cultori del suo nome (Mal) custodi fedeli, in certo senso curatori di quel nome, Padre, rivelato da Gesù, per essi sorgerà il sole di giustizia, la luce della vita.

Noi siamo sulla via, nel mezzo, conviviamo con l’uno e con l’altro.

La coscienza cristiana ci suggerisce che quello che è mio non è mio, ma di chi ha bisogno (le tasse che agevolano i ricchi);

quello che io so non lo so per me ma per comunicarlo a chi non sa (medicine, scoperte tecnologiche);

quello che possiedo lo possiedo per distribuirlo (l’iniqua finanza).


Arrigo Anzani


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permalink | inviato da sognandoemmaus il 17/11/2013 alle 15:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



18 novembre 2012

La fine del mondo

“Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno”.

Così si legge nella Prima lettura della XXXIII settimana del tempo ordinario, tratta dal Profeta Daniele.

È risaputo che il libro del Profeta Daniele ha una prospettiva escatologica. Non a caso viene letto in questo periodo dell’anno, in cui la Chiesa è chiamata a meditare sui tempi ultimi, sull’arrivo del Regno, sul compimento.

Non è facile stare sulla Prima lettura e sul Vangelo di questa domenica perché la prima immediata reazione è pensare che i ‘tempi ultimi’ non ci riguardano, che ormai sono migliaia di anni che si aspetta la fine del tempo. Sorridiamo anche al pensiero che qualcuno creda che il mondo finisca proprio nel 2012.

Sono anni e anni ormai che l’uomo periodicamente aspetta la fine dell’esistenza.

Eppure il Vangelo e, insieme, il Primo Testamento ci fanno riflettere sui tempi ultimi, sul compimento.

Il libro del Profeta Daniele dipinge i tempi ultimi, come il momento in cui molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno. Possiamo leggere questa affermazione in molti modi, possiamo fermarci all’interpretazione apocalittica: finirà questo tempo e saremo giudicati.

Riflettere sui tempi ultimi, invece, può essere un invito a meditare, soffermarsi sul ‘qui e ora’ dell’esistenza, come continuo tempo finale, come costante chiamata al compimento.

La polvere, allora, è quello stato di torpore, paralisi, mancanza di consapevolezza in cui viviamo. C’è un tempo, però, in cui siamo costretti a svegliarci, a prendere posizione, ad assumere coscienza del vivere e in quel momento ci si deve esporre. Non c’è ambiguità: o la vita eterna o l’infamia, la vergogna.

È l’alternativa tra il continuare a dormire, a soprassedere, a bypassare la chiamata alla vita o decidere, una buona volta, di entrarci, prenderne parte, sentirsi grati. Questa è la vita eterna, già qui, già ora.

Per questo la Prima lettura conclude: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”.

Sapienza e giustizia diventano allora le coordinate del vivere, dell’esistere, dello stare sulla terra e di cogliere il kairòs, il tempo opportuno per…

Il Vangelo di Marco è però ancora più drastico. Non ci saranno più astri, verranno a mancare tutte le coordinate, mancheranno le risposte, l’uomo non saprà più dove puntare lo sguardo. Cosa rimarrà? La Parola di Dio: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Il Vangelo di Giovanni si apre così: “In principio era il Verbo” e al v. 14 afferma “Il Verbo si è fatto carne”.

Parola e carne. Questo rimarrà. Il Verbo di Dio si è fatto carne, si è fatto vita, si è fatto uomo per amore dell’umanità. Questo non passerà: l’amore di Dio e il comandamento dell’amore.

È questa la coordinata con cui costantemente dobbiamo fare i conti, considerando il nostro ‘qui e ora’ come costante tempo ultimo, kairòs.


Annalisa Margarino




13 novembre 2009

Alle porte

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

(Mc 13,24-32)

 

È un passo del Vangelo che mette paura, è un quadro apocalittico. Gesù parla di sole che si oscura, luna che non dà più luce, stelle che cadono e sconvolgimenti nel cielo? Chi non ha timore di tutto questo? Chi non teme l’oscurità dell’incertezza e chi non ha paura delle tribolazioni, del cambiamento e del giudizio? È davanti a questo tempo che ci mette Gesù: il tempo del cambiamento e del giudizio, non a caso prende come esempio la pianta di fico durante l’estate. Dal ramo, dalle foglie della pianta si capisce che l’estate è vicina, il tempo è vicino. Allo stesso modo, dai segni, dagli avvenimenti e dalle situazioni, tristi e felici, devono capire che il Figlio dell’uomo che viene a giudicare la terra è prossimo.

Cosa significa? Significa essere pronti al grande giudizio? Significa essere pronti a essere condannati se non si ha vissuto una vita moralmente perfetta? Significa fare i conti con i propri atteggiamenti?

Significa fare i conti con l’esistenza tutta. La vicinanza di Dio, infatti, prima che giudizio significa disposizione dell’animo, significa apertura al Dio che viene, significa capacità di ascolto della Parola, significa predisposizione ad accogliere il Vangelo di Cristo, il lieto annuncio della salvezza nella propria vita.

La vicinanza di Dio non trattiene l’uomo immobile, non lascia l’uomo impassibile e nemmeno l’ecosistema che lo circonda, per questo persino il sole si può oscurare. La vicinanza di Dio crea una rivoluzione, un ribaltamento del tutto.

È questo l’annuncio salvifico di questo Vangelo, un Dio che sconvolge ogni cosa con il suo ‘lieto annuncio’, sconvolge l’animo e sconvolge i cieli, sconvolge l’universo intero, niente rimane al suo posto, perché come Dio ha lasciato spazio alle sue creature, ora chiede spazio nella vita di ciascuna creatura.

Dio sta alle porte, in attesa di questa accoglienza radicale. È un’attesa che sconvolge, muove, anima e agita. È un’attesa che, nelle parole del Figlio di Dio, nel Vangelo da lui portato rimane viva e fa costantemente da pungolo, in attesa che qualcuno crei esistenzialmente spazio al lieto annuncio che dà la vita. Ecco il passare costante di Dio.

 

Annalisa Margarino

 

 



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