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15 dicembre 2015

Saltiamo su!

Sussultare è il verbo dell’ultima domenica di Avvento. Sussultare ovvero ‘saltare su, in alto’. Siamo chiamati a saltare in alto. Questa domenica allora ci invita a saltare in aria.

Il vangelo di oggi che anticipa il Natale ormai prossimo è una pagina di corse, incontri, riconoscimenti e sussulti.

Primo movimento: Maria, gravida del Figlio di Dio, attraversa una regione montuosa, cammina, provando probabilmente fatica e stanchezza per incontrare la cugina, altrettanto gravida.

Ci sembra normale. In realtà il viaggio di Maria verso Elisabetta ha qualcosa di straordinario. Non è un percorso comodo e senza disagi. Le donne incinte possono comprendere bene come questo viaggio vada oltre le logiche di tutela della maternità. Maria, al suo terzo mese di gravidanza, non sta ferma ad aspettare il bambino. Cammina come camminerà fino al momento del parto. Il Figlio di Dio, già nel ventre della madre, non si tutela, ma è un Dio di incontri, di movimenti, di relazione.

Alsaluto di Maria segue il sussulto nel grembo di Elisabetta. È il movimento di Giovanni, colui che per ultimo annuncerà il Messia, ma è anche il riconoscimento viscerale di Elisabetta che si esprime nelle parole da lei pronunciate: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

È domenica di sussulti e riconoscimenti. Elisabetta che porta dentro il dono di un annuncio, riconosce la fede di Maria che porta il dono di Dio per l’umanità.

Le due donne saltano su, balzano in aria per fede e per capacità di accoglienza. Leggendo queste righe ci soffermiamo facilmente sulla loro gioia per la vita nascente, ma forse fatichiamo a immedesimarci nel loro viversi. Cosa significa portare dentro la vita annunciata da un Angelo?

Sicuramente comporta andare oltre se stesse, riconoscere l’altro da sé, aprirsi al nuovo e uscire da logiche di autoconservazione e autoreferenzialità. Elisabetta sa che il proprio figlio sarà chiamato al riconoscimento del Dio con noi che Maria porta in grembo. Maria sa che il Figlio non è per lei, ma per l’umanità, sa che il Figlio è il Dio con noi, dono per l’umanità, la cui rivelazione invita l’uomoa balzare su. In fondo, se consideriamo il mistero dell’incarnazione unito a quello della risurrezione, non possiamo che leggerlo come un continuo invito a balzare su, saltare in aria da tutti i sepolcri quotidiani.

Il vangelo di oggi suona difficile in tempi di crisi, ma è un ulteriore invito a oltrepassamenti, superamenti di egoismi e logiche di autoconservazione e, soprattutto, diventa incoraggiamento ad aperture inedite alla vita che ha ancora da essere.

Siamo invitati a balzare, saltare in aria, ovvero rompere logiche precostituite, schemi imposti nel riconoscimento costante del Dio che viene. E il Dio con noi viene ad abitare la terra senza la paura delle fragilità dell’umano che spesso seppellisce e si autoseppelisce, ma che ha anche le risorse per andare oltre se stesso. Sussultare, infatti, non significa semplicemente provare gioia a seguito di un incontro, di un annuncio, ma visivamente balzare in aria, saltare su. Saltiamo su, con tutto quello che questo comporta.

 

AnnalisaMargarino




14 dicembre 2014

Le piaghe del cuore

Terza domenica d'Avvento e invito alla gioia.
La colletta, tratta dalla lettera ai Filippesi, così dice: "Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino".
Per noi è difficile sentire il Signore vicino. Come? Dove? In quale luogo?
Ed è difficile rallegrarci.
Ci aiutano le letture. Isaia gioisce nella speranza di piaghe i cui donori sono leniti. Non sono piaghe del corpo, ma piaghe di cuori spezzati. Avvento è tempo per ricomporre il cuore. Tempo di attesa e di germogli per ricucire il cuore.
Così ci ricorda anche il Vangelo in cui Giovanni, uomo ultimo della profezia, spera e attende. Alla domanda sulla sua identità risponde guardando al Cielo. Avvento, tempo per guardare al cielo.
In questo modo, insieme a Maria, possiamo cantare il nostro Magnificat.
Avvento, tempo per sperare l'insperato e disporsi alla cura delle piaghe del cuore.




29 maggio 2011

E vi fu grande gioia in quella città


 

 

 

“E vi fu grande gioia in quella città” (At 8,8).
Così si legge come commento nel capitolo otto degli Atti degli Apostoli in merito alla predicazione e alla missione di Filippo in Samaria.
Le letture della VI domenica di Pasqua offrono molti spunti di riflessione spirituale e teologica.
L’espressione “E vi fu grande gioia in quella città” potrebbe risultare di tono minore rispetto a tutto il resto. Predicazione, battesimi, annuncio della risurrezione di Cristo, guarigioni, miracoli, liberazioni da spiriti impuri sono importanti e le letture che succedono la Pasqua sono impregnate di racconti che evocano questi eventi.
“E vi fu grande gioia in quella città”. Ha senso una sequela senza gioia? Ha senso un annuncio che non lascia una gioia liberante? Ha senso un cristianesimo che non lasci gioia?
Sono domande che possono emergere leggendo l’inizio del capitolo otto degli Atti insieme al brano tratto dalla lettera di Pietro (1Pt 3,15-18).
Anche Pietro rimanda a una condizione ben precisa che è invitato a vivere in sè il credente: la speranza. I primi cristiani per Pietro dovevano essere pronti sempre a rispondere a chiunque domandasse  ragione della speranza che era in loro (Cfr. 1Pt 3,15). Ne siamo capaci? Siamo capaci a dare ragione della nostra speranza? Siamo capaci a dare ragione della nostra speranza in Cristo Gesù che per sempre, risorgendo, ha vinto la morte e ci ha testimoniato l’amore infinto del Padre? Siamo capaci di dare questo annuncio con “grande gioia” per poter, a nostra volta, donare “grande gioia”? O questo annuncio spesso si trasforma in mortificazioni, ammoninenti, restringimenti di vedute e anteposizione di principi piuttosto che della legge dell’amore? Soprattutto questo annuncio si fa annuncio di coerenza, annuncio che manifesta una speranza e una gioia portata dentro, incamerata, vissuta in pienezza?
Sono domande che vengono associando il commento degli Atti alla missione di Filippo e la lettera di Pietro. A queste domande si associa un’ulteriore riflessione a partire sempre dalla lettera di Pietro che ha parole molto chiare: “Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo”.
Pietro dice come deve essere l’annuncio cristiano. Non deve esserci forza, non imposizione, non supponenza, non orgoglio, non faciloneria, non arroganza, ma dolcezza e rispetto, insieme a una retta coscienza. Sono indicazioni precise, che ci rimandano a come deve essere la modalità del discepolato che deve essere libero da ogni forma di presunzione e supponenza, ma deve indossare gli abiti della dolcezza e del rispetto. In un tempo in cui dovremmo essere avvezzi alle diversità dell’altro questi atteggiamenti indicati da Pietro dovrebbero sembrarci ovvi e spontanei. L’annuncio cristiano consiste primariamente in questo: dolcezza nello stile di vita e rispetto per l’altro, insieme a una retta coscienza che, accanto alla dolcezza e al rispetto, richiede coerenza tra ciò che si annuncia e ciò che si vive dentro. Ha  senso annunciare Cristo risorto se non lo si vive innanzitutto dentro di sè? Ha senso parlare di speranza se non la si cerca innanzitutto costantemente nella propria vita? Ha senso invitare a un certo tipo di cristianesimo se innanzitutto non lo si incarna in prima persona?
Annunciamo, allora, la nostra gioia e la nostra fede in Cristo risorto. Portiamola innanzitutto nella vita. Questa per prima sarà parola di salvezza. Noi saremo parola di salvezza se, a partire dal Vangelo, sapremo vivere con dolcezza nello stile, rispetto verso l’altro e le sue differenze e in retta coscienza, ovvero coerentemente a quanto proclamiamo.
Cristo ci ha salvati? Allora viviamo da salvati.
Cristo non fa distinzioni di razza, religione, cultura? Allora viviamo con sguardi aperti.
Cristo ha vinto la morte? Allora viviamo grati.
Cristo è la nostra speranza e la nostra gioia? Allora impariamo a sorridere.
Cristo ci ha insegnato che la vera e unica legge è l’amore? Allora la nostra retta coscienza ci faccia vivere secondo questa legge.
 
“E vi fu una gioia grande in quella città”. La gioia di Cristo risorto viene portata in una città, si insedia, non con prepotenza, non con arroganza, non con proclamazione di principi, ma a partire dalla legge dell’amore che fa irruzione. È una gioia che viene dalla vita, dall’amore e dall’attenzione radicale per l’altro. Questa è la gioia che ognuno di noi è chiamato a portare nella propria ‘città’ e nelle ‘città’ che visita con un animo che si mostri pieno di dolcezza, rispetto e retta coscienza.
 
Annalisa Margarino
 




17 gennaio 2010

E fu così che le anfore della purificazione si trasformarono in anfore di entusiasmo

Poteva iniziare con un miracolo grandioso. Poteva fare rivivere subito un morto, gli avrebbero creduto subito, sarebbero rimasti presto tutti sconcertati.

Poteva guarire un cieco. Poteva intraprendere uno dei suoi dialoghi sorprendenti, come quello con la donna della Samaria. Poteva  prendere l’attenzione di tutti e raccontare una parabola. Tutto, invece, ha inizio con la trasformazione dell’acqua in vino durante una festa di nozze. A ben pensarci può apparire quasi come un miracolo inutile. A che servirà mai all’umanità? A che servirà la trasformazione dell’acqua in vino in una festa di nozze? A che servirà che quello sposo, forse parente o amico di Maria, abbia fatto una buona figura con i suoi ospiti?

È questo l’inizio del ministero pubblico di Gesù secondo Giovanni.

Che manifestazione di gloria è la trasformazione dell’acqua in vino? Che evento è mai questo? Che strano modo di rivelarsi!

È inutile, viene da pensarlo, anche se si coglie la pregnanza teologica dell’intervento di Maria.

Spesso, così, le omelie di questa domenica vertono sulla figura di Maria che ha aiutato Gesù a comprendere che il tempo era maturo e che poteva iniziare a dare segni. L’attenzione verso Maria in questa pagina è fondamentale, immagine della discepola che non ha paura di domandare, esprimere la propria fede, invocare e farsi interlocutrice attiva. È senz’altro una lettura centrale di questo passo del Vangelo che anche antropologicamente ci dice che l’altro ci apre i percorsi, che l’altro ci dice chi siamo, che l’altro ci ‘rivela’.

Ma perché iniziare con il vino? Cosa è questo vino? E, ancora prima, perché una festa?

Penso che il contesto sia fondamentale. Il Figlio di Dio si rivela in una festa, in un momento di gioia e dona a tutti occasione di gioia, simboleggiata dal vino.

Dio si rivela come il Dio della gioia. Credo che sia questo il primo miracolo di Gesù. “Non hanno vino”. Maria vede i suoi commensali ( = l’umanità) stanchi, sfiduciati, spenti e domanda a Gesù che inizi a donare loro la sua buona novella, il suo Vangelo di pace e amore. Gesù dubita sul tempo, forse non si sente ancora pronto o, forse, non sente  ancora pronta l’umanità ad accogliere il suo Vangelo che, lui sa, ribalta ogni logica, ogni concezione e ogni stare nella vita.

Maria lo rassicura, sa che ci saranno dei commensali pronti ad accogliere e a preparare le anfore per il nuovo vino, il vino della gioia, dell’entusiasmo.

Invitato da Maria, Gesù si predispone a trasformare 600 litri e più di acqua in vino di entusiasmo. È il vino della gioia, della vita, della pace, della liberazione dall’oppressione. È vino che, quando verrà bevuto, permetterà passaggi nuovi della storia. È vino che, quando verrà assaporato, mosterà un nuovo volto di Dio. È vino che, quando verrà gustato, farà sentire l’amore di Dio, sposo, per la sua umanità, sposa. È vino che dona vita. È vino in abbondanza, vino disponibile per tutti, anche per coloro che per ultimi si sono presentati alla festa.

È acqua che si trasforma in vino dentro le anfore utilizzare per la purificazione. Forse in quella festa non c’erano altri contenitori a disposizione, ma intanto quelle che erano anfore di purificazione si trasformano in anfore di entusiasmo.

Fu così che quel giorno le anfore della purificazione (la religione della morale, del dovere) si trasformarono in anfore di entusiasmo (pienezza di Dio, spontaneità, amore, coinvolgimento, fede vissuta).

 

Annalisa Margarino




20 dicembre 2009

Gravidanze d'amore

L’ultima domenica di Avvento la liturgia ci pone in ascolto del brano del Vangelo che racconta la visitazione di Maria a sua cugina Elisabetta (cfr. Lc 1,39-45).

È un brano ricco di umanità, denso di emozioni, pieno di senso d’attesa.

Viene da chiedersi, innanzitutto, perché Maria si sia messa in viaggio, perché abbia deciso di compiere un lungo cammino per raggiungere la cugina, subito dopo aver ricevuto l’annuncio dell’Angelo che le comunica di essere gravida del Figlio di Dio. Chiunque si sarebbe sentito in dovere di proteggere quella creatura che custodiva nel grembo, oppure, ad ogni modo, avrebbe vissuto nel segreto un mistero così grande.

Maria, invece, si mette in viaggio. Vuole visitare la cugina che anche lei è gravida.

Perché questo viaggio?

Viene da pensare che Maria volesse incontrare una donna come lei colta dalla meraviglia di Dio. Sembra essere proprio il desiderio di scambio di vissuto a muovere Maria. Entrambe hanno ricevuto un annuncio inatteso e che comunica le meraviglie del Divino. Entrambe vivono piene di timore e di sorpresa, di trepidazione e attesa, entrambe vivono di fiducia nel loro Dio.

La visita di Maria assume così colori pienamente umani. Colei che porta in sé il Figlio di Dio ha bisogno di condividere con Elisabetta la propria esperienza di Dio. Forse vuole raccontarle dei timori e delle perplessità del suo fidanzato, Giuseppe, ed è pronta ad accogliere l’esperienza di mutismo di Zaccaria davanti all’annuncio dell’Angelo.

Maria vuole confrontare i linguaggi di Dio. Il viaggio di Maria è un viaggio di fede ed è la prima esperienza di Chiesa.

È l’esperienza di una Chiesa che non vive per sé, ma che desidera comunicare vissuti, coinvolgersi, confrontarsi e far dialogare le emozioni.

Probabilmente è con questi stati d’animo e desideri che ha avuto origine il viaggio di Maria verso sua cugina, non solo mossa dall’istanza di prendersi cura della cugina gravida. C’era qualcosa di più profondo della cura, c’era l’esigenza di un incontro, di uno scambio, di un lasciar fluire l’esperienza di Dio, i dubbi di fede, le paure, le attese e i dialoghi tra due future madri di figli promessi dall’Altissimo.

È in questo sfondo e con questo slancio molto femminile di Maria che si incontrano le due cugine. Viene da immaginare la sorpresa di Elisabetta, lo stupore.

Maria saluta la cugina. Non viene riferito cosa dica, ma Elisabetta e la vita che porta nel ventre sentono la novità di Maria. È la vita che incontra la vita, l’esperienza di Dio che incontra l’esperienza di Dio, lo spazio per le novità di Dio che incontra lo spazio per le novità di Dio. Per questo il bambino sussulta nel grembo di Elisabetta. Chi è gravido di Dio è in grado di riconoscere la gravidanza altrui. Le due donne possono riconoscersi a partire da un’esperienza comune di accoglienza, di ospitalità dei sogni di Dio. Elisabetta ha il dono di portare in sé Giovanni, il Profeta che apre la strada  a Gesù, Maria ha la grazia di ospitare in sé l’Emmanuele, il Dio con noi.

Quali grazie più grandi? Quale mistero più grande?

Donne accomunate dalla fede e dalla disponibilità, donne vicine per le paure e le domande, forse anche per la sensazione di non essere pronte a dare alla luce i sogni di Dio.

Donne accomunate dalla morte per amore di coloro che metteranno al mondo.

Donne accomunate da una gravidanza d’amore.

 

 

Annalisa Margarino




12 aprile 2009

La sconfitta pasquale (riflessioni inopportune su un periodo scomodo)

Riceviamo e proponiamo una riflessione pasquale di Massimiliano Colucci.


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Qualche giorno fa ho avuto una discussione (curioso come Pasqua o Natale attirino certe discussioni…) con una persona a me cara sul tema del male. In un certo modo, ci siamo confrontati sulle rispettive visioni a riguardo; ma, pur fissando la medesima realtà, è emersa una differente percezione: dove per uno appariva più forte o immediata l’esperienza del bene, per l’altro risaltava maggiormente quella del male.

Ad esempio, si obiettava che è impossibile distinguere, definire, additare il male se prima non si ha conoscenza del bene. Tuttavia il bene, rispetto al male, ha uno “stile” diverso nel manifestarsi: meno eclatante, più sottile, mite, discreto… Il bene è solo candidamente se stesso, e non ha altro fine che questo. Il male, invece, nella sua elementarità finisce per essere addirittura banale; è infido, ingannevole, può camuffarsi da bene, citare le Scritture, confondersi e confondere, non essere immediatamente distinguibile… ed è violento, onnivoro, tende a diffondere come un virus… Da qui è stato facile scivolare su questioni di antropologia e teodicea. Ricostruisco alcune battute del dialogo.

 

-           Ma non devo andare lontano per cercare una prova del male. Basta avere la forza di scrutarsi coraggiosamente, perché portiamo dentro di noi la ferita originaria. Io stesso sono il primo testimone della realtà del male.

-           Gesù disse, nel discorso della Montagna, che erano beati i poveri, gli ultimi, gli afflitti, i sofferenti. Perché quando hai raggiunto il fondo del male, e non puoi aspettarti più nulla dal mondo, tutto il resto è Grazia. Beati, perché se il mondo ha fallito con loro, sarà Dio ad occuparsene. Beati perché nella tenebra più profonda il bagliore più sottile si distingue perfettamente. Il problema è che, poi, il peso della responsabilità del passo successivo poggia tutto su Dio e sulla sua credibilità. Credibilità come Padre e come “esistente”…

-           Ma se il male è così evidente, come accettarlo? Lo accetti perché non esiste altro mondo al di fuori di questo, perché manca l’alternativa. In realtà, più che accettarlo, ci si limita ad attestare la sua presenza, quindi a scegliere se combatterlo o ignorarlo,

-           Il male è il grande mistero scritto nel nome di Dio: la rassegnazione del giusto, del buono, del bello e del vero di fronte alla libertà umana. Il cristiano è costretto a questo destino: non c'è resurrezione senza la morte, e la morte di croce... la morte dell’infame, del bugiardo, del rifiutato... il resto è speranza o illusione.

 

Dunque, per l’uomo, non v’è altro che un fato tragico? Eppure l’Annuncio non termina il Venerdì, bensì la Domenica: qualcuno è risorto, qualcuno ha conquistato una corporeità incredibilmente umana e libera dal male, con la promessa che è una possibilità aperta a tutti. Ma nel bagno di gioia che si apre da tale visione, non si riesce ad eliminare un’ombra: il passaggio verso la Gloria richiede l’attraversamento della Morte e il Descensus, il lento declinare verso le profondità abissali del peccato, fino al cuore dello Sheol – lì dove i Refaim, gli “sfiniti di forze”, sperimentano la totalità dell’abbandono e l’assenza perfetta di Dio.

Non si fa teologia sulle ipotesi, tantomeno con una fede “storica” come la nostra. I testimoni dell’annuncio ci descrivono una particolare scelta dell’Unitrino per il completamento del piano di salvezza: così è andata e non diversamente. Le scuole francescane e domenicane, nel spalancarvi sopra l’intuito, porranno l’accento sulla libertà divina di un progetto già previsto fin dalla creazione (Scoto), o sulla finalità soteriologica (Tommaso). In tale grandiosa visione, appare perciò impensabile che un Dio si trovi necessitato a qualcosa, tanto più in merito ad una scelta su cui s’incardina un evento di portata cosmica quale la Salvezza (Incarnazione – Croce – Resurrezione). Tuttavia ci si può chiedere se, nella pianificazione complessiva, Dio non si sia trovato ad un certo punto almeno condizionato nel suo agire, dovendo relazionarsi per forza con l’umano. Ad esempio, per farsi capire da pastori e contadini, Gesù parlava di pecore e semine; adeguava il Padre e il Regno ai suoi interlocutori. D’accordo: tuttavia, entrando nella storia, il condizionamento relazionale non è solo linguistico: è reale, materiale, temporale e spaziale. E, soprattutto, non sempre può essere frutto di una scelta strategica: si fa un vaso con l’argilla che ci si ritrova in mano, e se l’argilla è scadente, l’alternativa può essere solo la rinuncia al vaso.

In fondo l’amore – se l’amore divino esiste – è proprio il farsi carico della storia altrui, con tutte le sue pieghe e deformità; sobbarcarsi le limitazioni e i condizionamenti di un passato che ci precede, che non abbiamo costruito e che non passiamo modificare. E la storia dell’umanità è, purtroppo, anche storia di una ferita originaria. Una ferita che non ha mai cessato di infiammarsi e gettare veleno. Il percorso del Nazareno appare quindi come un sentiero in cui la potenza e la gloria di Dio sono impedite, intralciate, nel loro passaggio, dal rifiuto, dall’incomprensione, dal tradimento, da una ferita che s’incunea nella relazione come una fessura, una forzata separazione. Ecco allora che il bene viene sulla terra, contrasta il male, ma a prima vista non lo elimina. L’amore si lancia verso gli uomini, ma gli uomini restano impermeabili, circondati dal fossato dell’arbitrio sfregiato…

La Salvezza, allora, è o non è fallimentare? Lecitamente si presta alle accuse della mente comune? – «Se Dio è giusto perché tollera il male? Se il male esiste, allora o Dio non è abbastanza forte da eliminarlo, o Dio non esiste (prova ontologica dell’assenza)». Diciamo di più: si son spesi fiumi di parole sul senso della croce, sul suo fine, sulle conseguenze di tale a tipologia di morte piuttosto che un’altra, e perfino se fosse evitabile o meno. Pure la croce c’è: ecco il punto. Viene legittimo, allora, il dubbio che sia stato il volersi relazionare con l’uomo a tutti i costi – essendo la creatura il destinatario della Parola del Creatore – ad aver condotto l’Unitrino ad arrendersi, e ad accettare tale strada. Nel senso che, probabilmente, se l’uomo fosse stato diverso, sarebbe stata possibile una Salvezza senza croce. Non era certo necessaria per l’Annuncio in sé; ma lo è stata per l’Annuncio dato in quelle condizioni, con un umanità capace di scambiare il male per la bellezza, di accettare un’esistenza mal diretta piuttosto che realizzata alla luce di una buona vocazione. Un Unitrino che però si trova ad accettare la croce come estrema risorsa è un Dio perdente. La ferita originaria ha segnato il corso degli eventi, li ha modificati, e tragicamente: c’è un laccio di male ineliminabile che avvolge la storia della salvezza, e arriva a stringere perfino il Signore della Storia. Un Dio debole che sconta così, soffrendo, la debolezza del suo aver amato una creatura imperfetta e ingrata: sì, c’è un Creatore sottomesso dalla sua creazione… E come si fa a gioire di una tale radicalità del male?

Bene, cosa resta? Una ferita passata, posta di traverso alla relazione, ne ha condizionato lo sviluppo; ha inquinato l’incontro rendendolo infecondo, privandolo di una parte dei frutti cui era destinato; ha lasciato dietro di sé sofferenza, e ne ha cagionata di nuova a entrambe le parti (Dio e umanità). Ma se fosse così, l’interrogativo finale sarebbe il seguente: cosa comporta o ha comportato la responsabilità umana nel produrre tale corso di eventi? E nel perpetuarlo ancora oggi, visto che – promessa la vittoria finale sul male – tale vittoria “non è ancora”?

Direi che la Pasqua non è solo tempo di gioia: è tempo di memoria. Dio libera, ma libera ad un prezzo elevatissimo. Un prezzo che si ripercuote sull’economia umana e divina assieme. Perché direi che paghiamo quotidianamente il privilegio del libero arbitrio di Adamo… E tale prezzo è un dito che punta sulla nostra condizione. Abbiamo portato un Dio alla croce. Abbiamo perso tantissimo. Abbiamo consentito al male di farsi presente e di restare. C’è un dolore che ristagna sulla superficie delle cose, in attesa di una redenzione che sembra non arrivare. La Pasqua, allora, di sicuro non rende più disperato l’esistere umano, anzi, però lo rende senz’altro più tragico: esiste un’inevitabilità della storia che non può essere modificata. Non ancora. La prima virtù del cristiano, quindi, non può che essere una sola: il coraggio.

 

Massimiliano Colucci

 




27 marzo 2008

Il principio della gioia




Il giorno della Pasqua non porta necessariamente gioia. È un mattino come altri. È un mattino come altri per chi non sa vedere, per chi non sa leggere i segni dei tempi. Il giorno di Pasqua in terra di Palestina è un giorno tiepido, non troppo caldo, non troppo freddo. La primavera esita, tentenna. Non ha ancora trovato la sua forma; non ha ancora trovato tutti i suoi colori.

Il giorno della Risurrezione è il giorno dopo il sabato.

Il giorno della Risurrezione le donne vanno al sepolcro per compiere un lavoro funebre. Le donne vanno al sepolcro pensando di trovare un cadavere. Il mattino di Pasqua non c’è gioia. Semmai paura. Che gioia ci può essere camminando verso una tomba? Che cosa si spera di trovare? È la pietà e l’amore che le guida, il senso del dovere. Ci sono cose da fare, cose da compiere e nulla è più diverso della fede che “le cose da fare”. Eppure occorre fare:  portare l’olio, far spostare quella pietra, ungere il corpo, sistemare il lenzuolo.

Quando muore qualcuno le cose da fare aiutano a non pensare troppo, impediscono di soffrire troppo, impediscono di impazzire di dolore. Ci si rifugia tutti nelle cose da fare. Quando muore un persona cara si fanno delle cose, tante cose che occupano la mente, occupano il cuore. Così non si è più costretti a ristagnare sul motivo per cui si fanno quelle cose. “Colui che amiamo non è più con noi”. Questo è lo spirito del mattino di Pasqua; tutto fuorché la gioia. Noi oggi viviamo oggi la Pasqua come un giorno di gioia. Ma le donne che si recano al sepolcro, sicuramente non sono animate da questo sentimento, in loro c’è ansia, paura, sgomento, stress, per ciò che è successo nei giorni precedenti, tra quel venerdì pomeriggio e quella domenica mattina. Un sabato interminabile. Un sabato in cui le nubi oscurano il cielo, tentando di soffocare il sole. Un sabato a denti stretti, col cuore chiuso, col petto fracassato; manca il fiato quel sabato. Quel sabato tutti gli alberi sono croci; quel sabato ogni volto è sepolcro. Quello è il sabato della consapevolezza, o della non consapevolezza. Coloro che hanno ucciso il Figlio di Dio sono di fronte alle loro azioni, anche per loro ci sono cose da fare. Per gli Ebrei c’è la festa di Pasqua, per i soldati Romani ci sono i doveri di caserma. Per tutti: mangiare, bere, dormire. In qualcuno si è spenta la speranza, in altri si è acceso il rimorso, forse… Per tutti, molte, molte, molte cose da fare. Così trascorre quel lungo sabato con le nubi fitte, con le ombre diafane, con le parole strozzate, con i sentimenti sospesi, con i conficcati nel cuore, con una corda al collo, con un denaro che brucia… così trascorre quel lungo sabato: mattino, pomeriggio, sera, notte. Un sabato interminabile. L’alba della domenica non porta subito la gioia, porta soltanto un po’ di luce, una luce difficile da interpretare. Così le donne di buon ora, approfittando di quella luce, corrono al sepolcro e lì le aspetta l’inatteso. Il dolore si scioglie in paura, in trepidazione, in attesa, in stupore. Il dolore non è più dolore, non è più soltanto dolore, è qualcosa di più, di altro. Che cosa?

“Non lo sappiamo, non lo sappiamo ancora”.

“Egli non è più qui. Egli vi attende in Galilea. Egli è risorto”.

E poi gli Apostoli, come racconta il Vangelo di Giovanni. Prima Giovanni poi Pietro, entra Pietro, lo segue Giovanni “e vide e credette”. La fede non era morta, si era soltanto addormentata in quel lungo interminabile sabato. Tutto si era addormentato in quel lungo interminabile sabato: le palpebre dell’universo non riuscivano a stare aperte, troppo pesante il torpore, troppa la fatica di rimanere svegli, col fiato sospeso. Un’attesa intollerabile per ogni atomo, per ogni particella subatomica. Nulla poteva reggere quell’attesa. Dio sconfitto dalla morte anche solo per un giorno, anche solo per tre giorni. Un breve spazio di tempo durante il quale il nulla e l’essere si sono sfiorati su un crinale appena percettibile. Dove finisce l’uno, dove inizia l’altro? Il male ha afferrato ogni lembo dell’esistente e lo ha accartocciato. Ne ha fatto rifiuti, ne ha fatto monnezza. Ecco basta torcere il collo a quel groviglio di esistenza, e… crack non c’è più nulla. Il male inghiotte se stesso e scompare. E con lui tutto.

La domenica di Pasqua non necessariamente portatrice di gioia. Riaccende la fede, sì, ma il passo verso la gioia è ancora lungo, è ancora difficile, richiede cose che non si conoscono, richiede la presenza di un Paraclito non ancora completamente espresso. È ancora lontana la gioia: si chiamerà Pentecoste, si chiamerà Chiesa, si chiamerà Comunità, si chiamerà Vangelo. E quel mattino ancora nessuno lo sa; Maria forse, unica, lo sospetta, lo desidera come una minaccia, lo teme come una promessa. Maria sola che è già Pentecoste, è già Chiesa, è già Vangelo.

Ma il cuore di madre non può reggere, il cuore di madre si è schiantato nel dolore del costato trafitto. Ella era lì, ella è lì. Maria soltanto regge quel lungo interminabile sabato, Maria soltanto resiste, in lei soltanto il lume della fede, il lume dell’abbandono, resiste contro la tentazione del nulla, contro il sonno della speranza.

 

E poi la tomba aperta, e poi il lino abbandonato, come se il corpo si fosse sciolto e ricomposto altrove, presente ma inafferrabile: “noli me tangere, non mi toccare Maria. Io ci sono ma non sono più come tu mi hai conosciuto. Io sono altro, io sono ciò che ero, ciò che sarò. Tu mi hai conosciuto, voi mi avete conosciuto. Io non sono più quello, eppure sono lo stesso Gesù di Nazareth, sono il falegname, sono Colui che ha moltiplicato i pani, che ha sfamato le folle, che ha guarito cieco, mondato il lebbroso, sono Colui che è salito sulla barca, che ha attraversato il lago. Sono Colui che ha detto a Pietro: lungi da me Satana, sono Colui che è stato nel deserto, tentato di mettersi contro il Padre”.

La domenica di Pasqua non porta necessariamente la gioia, ma ne pone le fondamenta, le basi profonde. D’ora in avanti ogni gioia poggerà su quelle basi. La domenica di Pasqua il male ritrae l’artiglio e l’essere si distende, dilaga, permette una speranza nuova, offre sostanza, nutrimento, acqua e pane, e vino alla gioia. E la gioia si spezza sul tavolo di Emmaus. Lungo quella strada quei discepoli smarriti, intontiti, saputelli, ingenui, sciocchi, eppure con il desiderio irrefrenabile di cercare la verità, con il sapore della cronaca, dell’indagine, del racconto, con inestinguibile amarezza rivivono quel sabato; per loro è ancora sabato.

E il sabato si distende ancora oggi lungo le nostre strade, si distende nelle anime, si distende sulla carta, si distende nella rete del web, si distende nella perversione, si distende nel male compiaciuto, nelle mille forme di soppressione, nei neri soprusi, nelle prepotenze.

La gioia può attendere. La gioia ha dato appuntamento ad Emmaus, su quella tavola, ma non è una gioia afferrabile, non la si può mai possedere. Quando i discepoli di Emmaus aprono gli occhi, la fonte della loro gioia scompare davanti alla loro vista. Non è più, eppure rimane; è li per loro incancellabile, insopprimibile, perché è una gioia che rimane, nonostante tutto. La puoi graffiare, la puoi ferire, la puoi illudere, ma non distruggere, quella gioia rimane per sempre.

È la gioia della domenica di Pasqua.

 

Patrizio R.


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permalink | inviato da sognandoemmaus il 27/3/2008 alle 13:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


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