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8 ottobre 2015

Il 'di più' che salva

Chi può essere salvato?

Questa è la domanda della XXVIII domenica del tempo ordinario ed è la domanda dell’uomo religioso di ogni tempo e appartenente a ogni confessione religiosa.

Quante volte, anche noi, nei nostri ragionamenti interiori non ci siamo detti “Se non faccio così, non mi salvo”?

La salvezza è il nostro orizzonte.

È tanto lontana dalla nostra logica quella dell’uomo che in Mc 10, 17-27 si avvicina a Gesù: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”.

È una domanda che chiede rassicurazione, sicurezza, istruzioni d’uso.

Il Regno di Dio, però, non dà istruzioni d’uso, ma cerca disposizioni del cuore.

Gesù sa che l’uomo che ha di fronte segue alla lettera i comandamenti e le prescrizioni della legge del tempo. Non sta ponendo quella domanda per aprirsi ad una novità di vita, ma per sentirsi a posto, sulla strada giusta.

Quante volte anche noi ripassiamo periodicamente tutte le nostre azioni per sentirci a posto, in ordine, senza vuoti e mancanze.

C’è questo strano bisogno nell’essere umano di sentirsi in ordine. I cammini, soprattutto, se ardui, impegnativi e motivo di interlocuzione spaventano, spiazzano.

Il Vangelo spiazza.

Gesù, dopo aver elencato i comandamenti e dopo la risposta pronta dell’uomo: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”, lo fissa in modo amoroso. Sa che serve un di più. Occorre sempre un di più nella vita di ciascuno.

E allora pone la domanda che mette di fronte alla radicalità evangelica: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”,

Il Vangelo racconta che l’uomo si fece scuro in volto e se ne andò via rattristato, perché possedeva molti beni.

Va’, vendi, dai… sono i tre verbi che usa Gesù di fronte alla nostra presunzione di essere a posto, ormai arrivati.

Va’, perché la strada non ha mai fine, perché siamo continuamente in cammino.

Vendi ciò che hai, non trattenere nulla per te, perché tutto ciò che hai ti è affidato, non è tuo. Vendi ciò che hai perché sarai salvo solo nel momento in cui non ti sentirai proprietario di parti di mondo, ma custode, affidatario.

Da’ perché la vita cresce dividendosi. Da’ perché riconosci l’abbondanza di ciò che hai, da’ perché il cuore è grato di ciò che porta dentro.

Questo è il di più.

Mai come in questo tempo di crisi questo Vangelo chiede di essere letto invitandoci a riflettere sul rapporto con le nostre ricchezze personali e la gestione della nostra economia. È un’economia condivisa? Sappiamo vivere secondo la logica della condivisione? Ci ricordiamo della cura del creato che non è nostro, ma che ci è affidato?

Al tempo stesso, è bene andare oltre i beni materiali. La ricchezza che spesso ostacola è la pienezza di sé, l’eccesso del sé. “Io so, io sono, io voglio, io sono capace, io sono buono…” Quanti io sulla nostra bocca! Quanto autocentramento.

Come ci salviamo? Decentrandoci. Andando, donando e dividendo. Sono tutti movimenti decentrati, che ci portano oltre, verso il di più.

La domanda “Chi può essere salvato?”, a quel punto viene meno perché l’oggetto del nostro interrogare non sarà più solo la nostra vita futura, ma il qui e ora condiviso, di tutti.

Va’ dove non sai, vendi quello che hai, dallo a chi non ce l’ha… avrai un tesoro in cielo. Dimentichiamo sempre queste ultime affermazioni di Gesù, come dimentichiamo la logica delle beatitudine che a ogni stato promettono uno stato di felicità e pienezza.

Come ci possiamo salvare? Se in ogni nostro pensare, agire, momento del vivere mettiamo il ‘di più’.

In genere la prima lettura fa da cornice al Vangelo. Per questa domenica ancora più cornice viene fatta dalla seconda lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei (Eb 4,12-13):


La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.


Chissà? Sappiamo che la Lettera agli Ebrei è la stesura scritta di un'omelia... forse l'omileta, mentre parlava, aveva in mente anche la domanda sulla salvezza. Sicuramente ci mette di fronte a una grande verità: nessuna creatura può rimanere nascosta e tutti siamo nudi davanti a Dio. Qui si misura il nostro 'di più' che dimora nel profondo del cuore. 

 

Annalisa Margarino


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permalink | inviato da sognandoemmaus il 8/10/2015 alle 19:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



16 febbraio 2014

Compiere un percorso

Non è facile entrare nelle letture di questa VI domenica del tempo ordinario. Possiamo davvero pregare con il salmista “Insegnami Signore la via dei tuoi decreti” (Sal 118).

Il vangelo, tratto dal Discorso della Montagna (Mt 5, 17-37), parla di Legge: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.

Questi primi versetti già suonano chiari. La Legge antica ha valore, non va abolita in nome della nuova Legge, rimane fondamento della vita.

La domanda da porsi, allora, è: quale Legge? Insieme a un’ulteriore domanda: Perché la Legge?

Possiamo obbedire alla Legge per amore o per dovere.

Rispetto un decreto altrimenti poi vengo punito oppure lo rispetto perché ne riconosco il valore, l’importanza.

La digressione di Gesù, non a caso, va sul desiderio e, seguendo la mentalità del tempo, sembra che la questione che pone vada al di là della necessità di non commettere adulterio. È chiara la questione davanti a cui mette il suo uditorio: rispettate la Legge formalmente o con il cuore? Precisa poi che bisogna stare molto attenti, perché anche il desiderio, il pensiero può commettere adulterio.

In un tempo in cui c’è libertà di desiderio e cultura del tutto e subito, bisogna stare molto attenti a questa differenziazione. Allo stesso tempo, è bene contestualizzare il Vangelo e comprendere che l’esempio prestato da Gesù vale proprio rispetto alla riflessione sulle diverse opportunità di obbedire alla Legge e ai dieci comandamenti. Si può obbedire per appartenenza, per fede, per dovere o si può obbedire perché si considera importante, di valore, fondativo per l’esistere in sé. Posso decidere di non uccidere un uomo per non sottopormi al rischio della pena oppure perché ne ritengo la sacralità della vita e mi sento chiamato a rispettarlo e amarlo anche se mi ha fatto un torto.

Il vangelo di questa domenica è molto lungo e alcuni passi rischiano di passare in secondo luogo, mentre sono di fondamentale importanza: “Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna”.

Quante interpretazioni sono state date a questi versetti! Sembrano parole giuste anche e proprio per il nostro tempo. Gli inviti di Gesù a non solo uccidere con la forza del corpo, ma anche della parola, acquisiscono senso proprio leggendo questi versetti. Gesù, infatti, sembra invitare a compiere un percorso dentro di noi, a fare verità, a setacciare le parti di noi che fanno problema. Occorre guardare dentro di sé, non farsi sconti.

Spesso si è visto il cristianesimo come la grande consolazione, la grande religione dell’amore. È così, perché il primo comandamento è amare e si presta fede in un Dio che ama profondamente. Questo però implica capacità di fare costantemente verità, di ricordare ciò che realmente è fondativo e di indagare il profondo della propria anima, senza veli.

Così infatti dice anche il primo versetto della Prima Lettura (Sir 15, 16-21): “Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”.

È bellissimo questo “Se vuoi”. Nessun dovere, ma la possibilità di un percorso in ascolto di sé, dell’altro e di Dio.

 

Annalisa Margarino




2 settembre 2012

La vera religione

Venerdì scorso ci ha lasciati il Cardinal Carlo Maria Martini, il cui ricordo in questi giorni l’opinione pubblica non trascura insieme alla comunità dei credenti.

Penso che per molti sia stato così anche durante la liturgia di oggi  che ci mette in ascolto e ci pone a confronto di ciò che è autentico nella vita religiosa, indicando quale è il vero culto.

Si sa che normalmente c’è rapporto tra prima lettura e Vangelo. Oggi emerge invece un nesso particolare tra la seconda lettura tratta dalla lettera di Giacomo (Gc 1,17-18.21-22.27) e il testo del Vangelo di Marco (Mc 7,1-8.14-15.21-23), in quanto in entrambi i testi sottosta una domanda ben precisa: qual è la religione autentica? Come si presta culto a Dio e fedeltà alla sua Parola?

La risposta che viene dal Vangelo di oggi contrappone formalismo e cuore. Prestare culto a Dio non significa obbedire a delle norme, né adeguarsi a ‘dottrine che sono precetti di uomini’, ma disporre il cuore, e di conseguenza la vita, all’ascolto della Parola.

I precetti degli uomini, le regole di culto, i formalismi non sono la vera religione.

La citazione dal profeta Isaia è chiara, diretta e, credo, porta ciascuno di noi a riflettere sulle proprie modalità ‘liturgiche’. Quante volte onoriamo con le labbra e poco con la vita?

Vera religione è integrare nella vita il rapporto con il Padre che non domanda purità esteriore, nemmeno perfezione, ma capacità di ascolto, discernimento e, soprattutto, un percorso in cui interno ed esterno dialoghino e si integrino.

In questo tempo porsi il problema del lavaggio delle mani e della abluzioni può essere rischioso, perché ci porta a forme di culto ormai passate anche nelle manifestazioni religiose di maggiore osservanza, ma penso che ciascuno di noi possa riferire questo caso a tante forme di non regolarità della propria vita personale.

Ci sforziamo così di vivere ‘regolari’, di non sembrare fuori posto e di essere pertanto in linea, ma è questa la religione autentica?

Il termine religione è sempre stato motivo di disquisizioni per la sua radice incerta. Per alcuni viene da religere, secondo l’etimologia di Cicerone, prendendo così significato di ‘prestare osservanza’, per altri viene dal verbo ‘religare’, secondo l’etimologia agostiniana, prendendo così significato di ‘vincolare, creare legame’.

Il Dio ebraico-cristiano è un Dio che crea legame. Al di là delle etimologie, religione allora è stare in un rapporto. Pensiamo allora alle nostre esperienze quotidiane.  Stiamo maggiormente in un rapporto, pur con conflitti e incertezze, se partecipa anche il cuore o se, senza mostrare incoerenze e celando le increspature dell’animo, il cuore è altrove?

Penso che la risposta sia unanime. Vera religione allora è stare in una rapporto, portando l’integrità della propria persona con la storia personale che la costituisce e che spesso consiste anche nel non avere le mani lavate, ma il cuore unificato.

Questa è la vera religione: avere il cuore unificato, ovvero in dialogo (e il dialogo non è fatto solo di chiarezza) con il Padre.

Non in modo diverso la lettera di Giacomo dice quale sia la vera religione, dopo aver invitato la sua comunità a prestare ascolto alla Parola relazionandosi: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi”.

Non è sufficiente ascoltare, è necessario vivere. Questo significa scontrarsi anche con la fatica dell’incarnare nella propria esistenza la Parola che è Parola d’amore, come ricordano i versetti finali brano tratto dalla lettera di Giacomo che oggi la liturgia ci offre: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo”.

Non è religione avere le mani lavate o il corpo senza impurità e non contaminato, ma amare i fratelli, in particolare i più poveri. In questo modo non ci si lascerà contaminare dal mondo: contaminandosi con i fratelli a partire dal comandamento dell’amore.

 

Annalisa Margarino

 

 




17 ottobre 2010

Gridiamo giorno e notte... perchè si compia la giustizia di Dio

Dio non prova fastidio per le nostre richieste, domande, suppliche, ringraziamenti.

Dio non prova stanchezza per il nostro continuo rivolgerci a lui.

Dio non ci accontenta per liberarsi di noi.

Dio ama mettersi in nostro ascolto.

 

Sono affermazioni quasi scontate per molti di noi.

Dio non si sente importunato dall’uomo,  ma desidera ardentemente la relazione con l’uomo.

 

“E allora perché?”, domanderebbe qualcuno, “allora perché non ci esaudisce? Dove è questa giustizia compiuta prontamente?”.

 

È una domanda inevitabile, un interrogativo che coglie ciascuno di noi.

Alcune risposte possibili…

 

La giustizia di Dio non consiste nella soppressione dell’uomo, ma nella conversione del suo cuore.

La giustizia di Dio non consiste nell’annullamento del sentire umano, ma nella sua corresponsabilizzazione.

La giustizia di Dio non comporta un raddrizzare con una bacchetta magica le sorti del mondo, ma nel mettersi in cammino con l’umanità.

La giustizia di Dio non significa eliminazione del male, ma dialogo continuo con gli spazi di male.

La giustizia di Dio non è la giustizia di un tiranno, ma la giustizia di un Padre.

 

Cuore di Dio impotente, allora, anche se eternamente pronto a disperdere bene sulla terra.

Cuore di Dio impotente, allora, che non riesce a diffondere i suoi criteri di giustizia sulla terra, nonostante il Vangelo e la risurrezione di suo Figlio.

Cuore di Dio impotente, allora, che  non riesce a fare sì che l’uomo comprenda che l’unica legge valida universalmente è l’amore.

 

Cuore dell’uomo debole, perché incostante.

Cuore dell’uomo stanco, perché sfiduciato.

Cuore dell’uomo chiuso, perché incapace di convertirsi.

Cuore dell’uomo ottuso, perché non malleabile ai criteri di giustizia di Dio.

 

Scordiamocelo! Dio non farà mai giustizia secondo i nostri parametri.

Dio non darà mai risposta ai nostri desideri capricciosi.

La legge di Dio è nel suo amore e il compimento della sua giustizia sarà nell’amore.

 

La domanda finale di Gesù, rivolta a noi, quasi con animo sconsolato, allora, in questa pagina di Vangelo trova senso: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

 

Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora un animo che, nonostante tutto, continuerà a credere e sperare nel compimento delle promesse del vangelo?

Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora un animo che si starà impegnando nel fare delle Beatitudini il proprio decalogo?

Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora un animo che non cercherà il proprio tornaconto, ma il compimento del Regno?

Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora un animo che saprà alzare gli occhi al cielo e vivere in ascolto della Parola di Dio, parola d’amore e di giustizia come dice la seconda lettura di questa domenica: “Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona”?

 

Quando verrà il Figlio dell’uomo troverà ancora un uomo che lo attenderà?

Quando verrà il Figlio dell’uomo troverà ancora un uomo che lotterà nella propria vita in nome dell’amore?

Quando verrà il Figlio dell’uomo troverà ancora un uomo che sarà insistente e risoluto da pregare giorno e notte?

 

La giustizia di Dio non è la nostra giustizia.

La giustizia di Dio è la giustizia del Vangelo.

La giustizia di Dio segue la ‘legge’ dell’amore.

 

Abbiamo davvero il coraggio di invocarla?

Abbiamo davvero il coraggio di pregare giorno e notte perché questa si compia?

 

Tra stanchezze, disillusioni e paure di un compimento radicale, non c’è forse troppo silenzio attorno a noi?

 

Gridiamo, preghiamo insistentemente perché la giustizia di Dio si compia.

Forse alcuni di noi, per un più di bene, rimarranno impoveriti e saranno chiamati alla conversione, ma questa è la giustizia di Dio.

 

Annalisa Margarino




19 marzo 2010

Ultima tappa prima del Monte degli Ulivi, meditando l'incontro con l'adultera

Gesù nel brano di questa V domenica di Quaresima si ferma. Si sta dirigendo verso il monte degli Ulivi, si sta avvicinando il momento della sua passione, ma si ferma. Si ferma perché prima del compimento sommo della sua passione manca qualcosa, manca un ultimo atto d’amore.

Si ferma nel tempio a pregare e insegnare, ma non è lì che deve rafforzare la sua passione per l’umanità.

Prima di raggiungere il monte degli Ulivi Gesù deve compiere questo ulteriore dimostrazione d’amore,  questo ulteriore superamento di vincoli verso una donna.

È nel tempio, ma al suo interno, come spesso accade, non c’è la pace del tempio. Sta parlando, sta raccontando l’amore di Dio, sta testimoniando l’amore del Padre che l’ha mandato, quando gli presentano una donna colta in adulterio. Peccato grave, gravissimo, condannato dal Decalogo e con pena l’immediata lapidazione e il pubblico ludibrio. È peccatrice e deve scontare la pena fino alla fine. È questa la logica degli uomini. È anche la logica di Dio?

I farisei e gli scribi lo mettono alla prova. Quale sarà la misura dell’amore di Dio?

È questa la domanda implicita che domina. Come sarà il metro di condanna di Dio?

Gesù probabilmente assume sguardo serio e decide di prendere in mano la situazione. Lo fa con una domanda ben precisa: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. È un invito ben preciso. Non mette sottosopra la Legge, non dichiara che l’adulterio non è atto grave, non nega, ma chiede a tutti i presenti di fare un passo oltre: guardate dentro di voi.

È una domanda chiara quella che Gesù rivolge questa domenica a ciascuno di noi: tu sei sicuro di essere a posto? Sei sicuro che le tue profondità siano così ordinate da poter lapidare con il tuo giudizio la vita dell’altro?

E con questa domanda nessuno prova a scagliare pietre e la donna viene liberata, almeno esternamente, dal ludibrio per il suo peccato.

Gesù rimane in silenzio, scrive, medita. Si ipotizza che scrivesse alcuni nomi di denuncia. Forse! E se stesse scrivendo la nuova legge, la legge dell’amore del Padre, la legge che è stato chiamato a  vivere e per cui è stato inviato. Se scrivesse la sua Passione?

Non lo sapremo mai e forse non importa, importa la frase finale che Gesù lascia alla donna: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Non la condanna, ma l’ascolto del cuore. È a questo che Gesù invita la donna adultera. Sembra dirle: donna, non ascoltare il giudizio, non rimanere più ripiegata su di te, sul tuo peccato, ma cambia sguardo, liberati dal peso che ti opprime, cambia sguardo e disponiti anche tu alla nuova legge dell’amore che non giudica, non opprime, ma esige continue fuoriuscite da sé.

 

Annalisa Margarino

 




24 gennaio 2010

Il sacerdote e il governatore. La liberazione di un popolo

La prima lettura di oggi (Ne 8,2-4.5-6.8-10) presenta due figure: Esdra, sacerdote e scriba, e Neemia, governatore di Israele, dopo l’esilio in Babilonia. Si sa che il libro di Neemia è l’ultimo libro dell’Antico Testamento che ci racconta della ricostruzione di Gerusalemme dopo l’esilio. A Neemia e Esdra è affidata la ricostruzione politica e religiosa.

Il popolo di Neemia è un popolo stanco, affranto, affaticato dalla storia e superstite da una dura cattività. È un popolo penitente e in lutto, perché molti dei suoi sono andati perduti.

Esdra e Neemia, entrambi guidati da Dio, però, hanno la forza di risollevare questo popolo in lacrime.

In questa pagina si osservano Neemia e Esdra insieme, anche se, in questo caso, Neemia sembra avere un ruolo secondario. La parte principale viene giocata dal sacerdote Esdra. Restaurazione, per Esdra, infatti, significa riportare il cuore del popolo affranto alle Scritture e all’amore di Dio liberatore.

Il popolo di Israele era troppo piegato su di sé per lasciare spazio al Dio totalmente altro. Era troppo chiuso e rivolto al ricordo del tragico esilio per riportare l’animo al Dio delle benedizioni.

Ecco, allora, che Esdra porta la legge (le Scritture) dentro all’assemblea delle donne e degli uomini di Israele e legge il libro dal sorgere del sole fino a mezzogiorno, mentre tutti i presenti ascoltano.

Esdra riporta al cuore, riconduce al centro l’assemblea che ha di fronte. Ripercorre la storia della salvezza e i leviti si dedicano a spiegare il senso delle Scritture. Il popolo benedice Dio e prova gioia. Finalmente il cuore di quegli uomini e donne nuovamente gioisce.

Non è più un cuore chiuso, oppresso, sconfortato, ma un cuore che respira, perché ha ritrovato il centro, grazie al suo sacerdote e scriba e al suo governatore che, vedendo il popolo benedicente e che ha recuperato il centro, possono esclamare rispettivamente:

 

«Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!».

 

«Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».

 

Non è più tempo di penitenza, ma di gioia. Non è più tempo di chiusura, ma di apertura. Non è più tempo di carestia, ma di ripresa. Non è più tempo di egoismi e autocentrismo difensivo, ma di decentramento.

Il sacerdote ha finalmente ricondotto il cuore del popolo al Dio della benedizione e il governatore riconduce ora il popolo benedicente e ritrovato alla festa e alla condivisione.

 

Al di là del riferimento storico, colpisce trovarsi di fronte a queste due figure di uomini che hanno a cuore la guida del popolo. Entrambi si affaticano e si impegnano perché il popolo si ritrovi, viva in pienezza e non viva più curvato, ma in modo festoso e ristabilito, ricollocando al centro della propria vita la Parola che sempre lo ha guidato, la legge del Dio con noi, del Dio dei Padri che li ha liberati nuovamente e sempre li libera.

Un popolo libero, allora, non può che ritrovarsi a festeggiare, a condividere e abbandonare tutti i meccanismi di difesa per sostituirli con quelli dell’incontro e della disposizione alla comunione con l’altro.

Solo questo momento renderà possibile il passo ulteriore del riconoscimento delle mancanze, dei vuoti e dei paccati (cfr. Ne 9), in quanto primariamente si sono sperimentati la capacità di ascolto, il ritorno a Dio e all’altro e l’attenzione al fratello. Sembra una scelta voluta del sacerdote Esdra aver deciso di riportare il popolo al cuore, al centro della propria esperienza di fede e di salvezza, all’ascolto, prima che al pentimento, in quanto solo una visione ristabilita del Dio delle benedizioni e un legame recuperato possono permettere al popolo di Israele di fare verità dentro di sé, a partire dalle trame della sua storia personale. Il Dio della festa ha ritrovato il suo popolo, il Dio della festa è pronto ad accogliere un popolo che desidera nuovamente vivere in comunione con lui. Fa pensare questa sequenza di capitoli che antepone al festa alla vera conversione. Quante volte nella nostra vita ci ostiniamo al contrario? Sembra, però, che solo il riconoscimento del Dio continuamente liberatore permetta effettivamente la nostra continua liberazione e conversione.

 

Annalisa Margarino




20 novembre 2009

Preghiera per un re alla rovescia

Signore, spesso e a lungo cerchiamo ancora il tuo regno secondo le categorie umane, ma tu sei un re alla rovescia.

Sei un re che non vuole dominio e potere.

Sei un re che non cerca onori, ma amore.

Sei un re che serve e non chiede di essere servito.

Sei un re che non opprime, ma doni spazi di vita.

Sei un re che ama incondizionatamente.

Sei un re che paga, invece di essere pagato.

Sei un re che non segue logiche di potere, ma di amore.

Sei un re che non condanna, ma viene condannato.

Sei un re  che non vive nelle regge, ma nei cuori di coloro che ti accolgono.

Sei un re che non fa selezioni, ma che vive del prossimo, chiunque egli sia.

Sei un re inutile secondo le logiche del potere, del dominio.

La  tua unica e sola legge è l’amore.

Per questo, Signore, puoi dirti re e signore dell’universo, perché la tua legge vale per tutti.

Re per tutti, re eternamente scomodo, perché re dell’amore.

Re che ama e insegna l’amore.

Re che muore in croce per amore.

Re che risorge e vince la morte. Re della vita.

Re alla rovescia, rovescia un po’ anche le nostre concezioni di potere.

Fa’ che le nostre responsabilità si facciano servizio.

Fa’ che testimoniamo il tuo regno.

Fa’ che si diffonda universalmente, a partire da noi, la legge dell’amore e del servizio.

Converti le nostre categorie di regno nelle tue per un regno d’amore e di pace, di servizio e fratellanza.

Re scomodo e alla rovescia fa’ che ciascuno di noi si metta con più attenzione in ascolto della verità che tu annunci, la verità del Vangelo.

 

Annalisa Margarino




29 agosto 2009

Sul rendere culto a Dio

Nel prima parte del capitolo 7 del Vangelo di Marco che viene letto in parte la XXII domenica del tempo ordinario Gesù ci mette di fronte alla dialettica tra purità ed impurità, tra mondo ed immondo, tra tradizione e libertà degli atti umani.

È un brano difficile perché porta con sé rischio di fraintendimenti ed incomprensioni e, soprattutto, strumentalizzazioni fuori luogo. È facile da queste righe la tentazione di dedurre una fede e un cristianesimo ‘fai da te’, dove  tutto è lecito. È facile dedurre un Vangelo che non lascia limiti. È facile dedurre da queste righe un vangelo facile.

È realmente così? Tutt’altro.

In questa prima parte del capitolo 7, Gesù, nel racconto di Marco ci mette di fronte all’ascolto del cuore, facendo presente che il cuore non si sente ‘a posto’ se asseconda insegnamenti e tradizioni, ma se vive in armonia culto e vita.

Contestualizzando il passo alle leggi del tempo Gesù sembra domandare: cosa ve ne fate delle mani pulite, delle abluzioni, della pulizia, se dentro di voi ci sono incrinature, giudizi, disarmonie?

Ribalta gli schemi. E mette di fronte al comandamento di Dio che non è solo l’adeguamento alla tradizione che, si badi bene, Gesù non nega, ma che va oltre la tradizione. La tradizione per Gesù è nell’amore e in quel cammino di salvezza che viene dai Padri, dall’attraversamento del Mar Rosso, dal conseguimento della Terra promessa. Tradizione non è un insieme, un grande agglomerato di norme, ma un fare continua memoria della storia della salvezza e, da lì, fare culto a Dio.

È questo che vuole fare presente Gesù. Se il nostro cuore è ‘scollato’, lontano da Dio, indifferente ed unicamente preoccupato a vivere secondo norme e precetti cosa resta di quella relazione unica, personale, che continuamente chiede discernimento, ascolto e capacità di conformazione al Vangelo? La preoccupazione di adeguarsi a norme ‘mondane’, ovvero, inerenti il ‘di fuori’, fa tralasciare il dentro, il cuore. Gesù, invece, invita a guardare dentro. È più importante che sia puro ciò che entra nell’uomo o che sia puro ciò che esce dall’uomo che si dirige ad un altro uomo, al vivere, alle scelte concrete, alla vita sociale e al rapporto stesso con Dio.

Sono centrali a tal proposito i due versetti:

-         Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore, ma nel ventre e va a finire nella fogna?

-         «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Vanno letti in parallelo per comprendere la differenza. Gesù insiste perché non venga posta attenzione al ventre, potremmo dire, a ciò che non è centrale nell’uomo e nella sua vita di fede e con i fratelli, ma al cuore, luogo del discernimento e punto focale da cui si muovono tutti i nostri atti e le nostre scelte quotidiane. Con queste parole, però, soprattutto, Gesù ci mette di fronte ad una responsabilità, a tenere presenti le intenzioni del cuore. È un altro invito del Vangelo alla coerenza e alla trasparenza, è un altro invito ad avere il cuore nudo, il cuore del culto vero che non bada alla forma, ma alla sostanza.

Ma proviamo, ora, a contestualizzare questo passo del Vangelo. Cosa significa per noi oggi che non dobbiamo fare più abluzioni e purificarci? Dove sta la nostra purezza del cuore.

Personalmente penso che l’invito alla purezza del cuore si possa rivolgere a tutti i nostri atti quotidiani. Rendo culto a Dio quando provo sentimenti di invidia? Rendo culto a Dio quando escludo un fratello dalla mia vita? Rendo culto a Dio quando nell’Eucaristia non porto anche le mie fragilità, ma solo il mio ‘sentirmi a posto’? Rendo culto a Dio quando, in nome della tradizione, pongo fardelli che vivono difficoltà, incoerenze, incompiutezze? Rendo culto a Dio quando stabilisco che il mio spazio di terra non è accessibile ad altri? Rendo culto a Dio quando eseguo alla perfezione il mio lavoro, la mia vita quotidiana, i miei impegni senza metterci cuore?

Davvero, senza l’amore nulla è possibile.


Annalisa Margarino




11 giugno 2009

Eseguiremo ed ascolteremo

«Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».

 

«Lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».

 

Non ha qualcosa di strano questa sequenza? Non si presta forse prima ascolto e poi si esegue? Invece il popolo ebraico alla ricezione delle tavole della legge dice che eseguirà e presterà ascolto al Decalogo del Signore, come se l’operare venisse prima dell’ascoltare.

Sembra una sequenza strana, se si pensa che la storia del popolo ebreo è un continuo invito all’ascolto. Chi non associa la Sacra Scrittura, la lettura della Parola e la sua ricezione all’Ascolta Israele?

Ma in Es 24 il popolo promette un operare, un eseguire, un mettere in pratica i comandi di Dio, le sue norme.

È su questo eseguire che voglio declinare la mia riflessione.

È sull’entusiasmo del popolo asperso dal sangue dell’Alleanza che voglio soffermare la riflessione.

Il popolo promette fedeltà, adeguamento alle norme di Dio, relazione e ascolto.

Ce la farà? Ce la faremo?

È una domanda che mi segue da diversi giorni e che trova fondamenti antichi, a partire da quell’Ascolta Israele, da quell’invito di Dio ad essere suo popolo, figli dell’Alleanza d’amore con lui.

Ma ce la facciamo?

Seguivo questi pensieri in un dialogo con una persona a me prossima e facevo presenti molte contraddizioni di vita che abitano i credenti, coloro che si professano figli di Dio. Pensavo alla rabbia, al proclamare parole d’amore e al non viverle, all’inneggiare la fratellanza e vivere, invece, in spirito di contraddizione, solo nell’amor proprio, al seguire le ricchezze e fare scelte economiche sbagliate, al chiudersi ai propri giudizi… Pensavo e riflettevo su situazioni concrete, senza giudicare, ma per capire, quando il mio interlocutore mi ha dato a pensare: “Annalisa, a volte non ce la facciamo! A volte non ce la facciamo ad essere cristiani, perché questa è l’umanità!”. 

“Eseguiremo, ascolteremo con la nostra umanità!”. Ecco le parole autentiche del popolo ebraico. A volte vorremmo amare, ma non riusciamo ad amare totalmente, a volte vorremmo portare l’altro, ma non riusciamo a portarlo, perché alcuni ‘pezzi’ di lui ci sono scomodi, a volte vorremmo vivere un’economia evangelica, ma il rendiconto è diverso, a volte vorremmo guardare oltre la punta del nostro naso, ma lo sguardo si ferma.

Siamo uomini, imbrigliati nelle nostre fragilità, nelle nostre dinamiche psichiche. In fondo, questo è stato anche il sonno degli apostoli nell’Orto degli Ulivi. Gesù domandava loro compagnia e preghiera, invece, la risposta è stata un grande sonno. Gesù parlava di Croce e loro rispondevano che non era possibile un redentore in Croce. Che salvezza è?

Gesù proclamava l’amore e trovava risposte autocentrate, orientate a sé.

Seguivo questi pensieri e dentro di me commentavo “È l’umanità, la nostra fragile umanità, vincolata alle pulsioni, ai disagi psichici, ai conflitti. Ha ragione lui…”. Eppure ci sarà una redenzione? O sarà sempre così? Saremo sempre ‘vittime’ di noi stessi, dei nostri nodi, delle nostre fragilità?

Seguendo questi pensieri e le situazioni concrete di contraddizione che osservo e, ahimè, vivo ogni giorno non riuscivo che commentare a me stessa: “Così è una guerra persa!”. Se siamo e rimarremo comunque vincolati a noi stessi, è una guerra persa. Dove è la redenzione? Dove è la realizzazione della promessa di Dio? Dove è la salvezza?

Credo, personalmente, nel suo continuo domandare, nel suo continuo chiedere compagnia e nel suo continuo farsi presente. Gesù sa che nell’Orto degli Ulivi dormiremo, eppure continua a chiederci di pregare e stare con lui. Il Signore sa che costruiremo un vitello d’oro, eppure continua a darci le sue leggi dell’Alleanza sul Monte. Gesù sa che se ci domanda di camminare sulle acque avremo paura, eppure continua ad invitarci ad avere fiducia.

La redenzione mi sembra che consista in questo continuo invito di Dio e nella forza dello Spirito che ci permette, ogni tanto, di aprire le porte di casa nostra a Gesù, di ospitarlo, farlo maestro e fratello. Sappiamo che poi torneremo a dormire, sappiamo che il nostro eseguire, prestare ascolto e che la nostra capacità d’amore sono momentanei e dono di Dio. Sappiamo che siamo fragili e che questa fragilità può essere forgiata. Sappiamo che l’amore non viene da noi, ma da Dio. Sappiamo che non siamo noi ad essere fedeli, ma il Padre che continuamente ci cerca, ci domanda sequela, si fa presente e ci parla. Sappiamo che anche nella nostra debolezza ogni momento è quello opportuno per essere redenti. Sappiamo che un Dio di relazione ci domanda di essere relazione. Sappiamo che un Dio che si dona chiede di essere dono. Sappiamo che un Dio povero ci invita a gestire evangelicamente le nostre ricchezze e la nostra economia. Sappiamo, ma non basta sapere. Alla fine ci scontriamo con noi stessi, la nostra fragilità, le nostre povertà. Sappiamo che senza la forza dello Spirito, senza la fedeltà amorosa del Padre e del Figlio l’uomo non ce la fa. Possiamo gridare con Pietro «Signore, salvami!», perché sappiamo che senza di lui non possiamo camminare sulle acque e, a quanto pare, nemmeno sulla terra. Vieni Spirito Santo, cura le nostre fragilità psichiche, i nostri conflitti, i nostri nodi, le nostre pulsioni!

 

Lava ciò che è sordido,

bagna ciò che è arido,

sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido,

scalda ciò che è gelido,

drizza ciò ch'è sviato.

Amen.

 

 

Annalisa Margarino




31 marzo 2009

Geremia e le leggi del cuore

Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.

Sono diversi giorni che il cammino verso la Pasqua mi fa personalmente meditare sulle leggi del cuore. Leggi difficili, contradditorie, leggi segrete, leggi d’amore.

Geremia 31 è illuminante a proposito, perché qui il Profeta parla di legge scritta sul cuore: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Legge non fuori, non altrove, non eterodiretta, ma nel cuore, nel profondo. Dio pone una legge dentro di noi, sul cuore. La legge dell’amore e della conoscenza, con la nuova alleanza, viene posta nel cuore. Dalla bocca di Geremia Dio dice che non servirà più istruzione reciproca perché la conoscenza verrà da dentro. Tutti conosceranno Dio, dal più piccolo al più grande, tutti conosceranno il Dio della misericordia e dell’alleanza ristabilita. Non servirà altro.

Non voglio essere fraintesa, non voglio che queste parole suonino come presa di posizione contro Magistero, dottrine, cammini spirituali ed insegnamenti. La vita di fede è vita in comunità e non si crea vita da soli. Ma forse, nella ricerca dell’ortodossia, troppo spesso ci dimentichiamo la ‘conoscenza del cuore’. È la conoscenza di chi entra in relazione con Dio in Gesù Cristo. Non è conoscenza astratta, non è un adeguamento ad una serie di canoni e dottrine. Ben vengano i canoni, le dottrine, gli insegnamenti, ma la fede non è solo quello. Il rischio è perdersi. Il rischio è perdere quella Relazione originaria che ci insegna l’amore.

La legge del cuore richiede un esercizio costante di ascolto, di dialogo e di preghiera. È un esercizio che domanda di andare in profondità, di fare costantemente verità sulla vita, sulle scelte, sulle situazioni. È ricerca costante. Il rischio e la tentazione è di farsi una fede da sé, di farsi una dottrina fai-da-te. È anche la recriminazione che spesso viene fatta a chi cerca di ascoltare la legge del cuore. Ma non è così, perché la legge del cuore viene da uno stare costantemente in ascolto della Parola, dal vivere i sacramenti, dal misurarsi con la Tradizione della Chiesa. La legge del cuore, però, non si manifesta per senso del dovere, per sensi di colpa e bisogno di essere adeguati, allineati, ma si manifesta perché si vive di ‘conoscenza’, di relazione autentica, di ricerca costante del volto di Dio.

La legge del cuore è un passaggio di libertà.

In questi giorni verso la Pasqua mi capita spesso di meditare su questo passaggio. Abbandono della norma per accogliere l’amore, per assumere l’insegnamento di Gesù in noi. Che è della nostra fede se si riduce ad una sequela di norme? Che ne è della nostra vita cristiana se non viene vissuta in libertà, anche nella libertà di sbagliare per poter ritornare a quell’amore che sempre perdona e si rinnova?

Legge del cuore come capacità di ascolto, legge del cuore come segreta e costante allenza tra il Dio creatore che ama la vita e gli uomini, sue creature.

Annalisa Margarino



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