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15 dicembre 2015

Saltiamo su!

Sussultare è il verbo dell’ultima domenica di Avvento. Sussultare ovvero ‘saltare su, in alto’. Siamo chiamati a saltare in alto. Questa domenica allora ci invita a saltare in aria.

Il vangelo di oggi che anticipa il Natale ormai prossimo è una pagina di corse, incontri, riconoscimenti e sussulti.

Primo movimento: Maria, gravida del Figlio di Dio, attraversa una regione montuosa, cammina, provando probabilmente fatica e stanchezza per incontrare la cugina, altrettanto gravida.

Ci sembra normale. In realtà il viaggio di Maria verso Elisabetta ha qualcosa di straordinario. Non è un percorso comodo e senza disagi. Le donne incinte possono comprendere bene come questo viaggio vada oltre le logiche di tutela della maternità. Maria, al suo terzo mese di gravidanza, non sta ferma ad aspettare il bambino. Cammina come camminerà fino al momento del parto. Il Figlio di Dio, già nel ventre della madre, non si tutela, ma è un Dio di incontri, di movimenti, di relazione.

Alsaluto di Maria segue il sussulto nel grembo di Elisabetta. È il movimento di Giovanni, colui che per ultimo annuncerà il Messia, ma è anche il riconoscimento viscerale di Elisabetta che si esprime nelle parole da lei pronunciate: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

È domenica di sussulti e riconoscimenti. Elisabetta che porta dentro il dono di un annuncio, riconosce la fede di Maria che porta il dono di Dio per l’umanità.

Le due donne saltano su, balzano in aria per fede e per capacità di accoglienza. Leggendo queste righe ci soffermiamo facilmente sulla loro gioia per la vita nascente, ma forse fatichiamo a immedesimarci nel loro viversi. Cosa significa portare dentro la vita annunciata da un Angelo?

Sicuramente comporta andare oltre se stesse, riconoscere l’altro da sé, aprirsi al nuovo e uscire da logiche di autoconservazione e autoreferenzialità. Elisabetta sa che il proprio figlio sarà chiamato al riconoscimento del Dio con noi che Maria porta in grembo. Maria sa che il Figlio non è per lei, ma per l’umanità, sa che il Figlio è il Dio con noi, dono per l’umanità, la cui rivelazione invita l’uomoa balzare su. In fondo, se consideriamo il mistero dell’incarnazione unito a quello della risurrezione, non possiamo che leggerlo come un continuo invito a balzare su, saltare in aria da tutti i sepolcri quotidiani.

Il vangelo di oggi suona difficile in tempi di crisi, ma è un ulteriore invito a oltrepassamenti, superamenti di egoismi e logiche di autoconservazione e, soprattutto, diventa incoraggiamento ad aperture inedite alla vita che ha ancora da essere.

Siamo invitati a balzare, saltare in aria, ovvero rompere logiche precostituite, schemi imposti nel riconoscimento costante del Dio che viene. E il Dio con noi viene ad abitare la terra senza la paura delle fragilità dell’umano che spesso seppellisce e si autoseppelisce, ma che ha anche le risorse per andare oltre se stesso. Sussultare, infatti, non significa semplicemente provare gioia a seguito di un incontro, di un annuncio, ma visivamente balzare in aria, saltare su. Saltiamo su, con tutto quello che questo comporta.

 

AnnalisaMargarino




21 dicembre 2014

Avvenga

Ultima domenica d'Avvento. Fra qualche giorno sarà Natale.
"Avvenga" è la disposizione del cuore a cui ci invitano le letture di oggi.
A Davide il Signore promette il Regno, ma soprattutto la discendenza 'quando i suoi giorni saranno compiuti e dormirà con i suoi padri'.

Davide non ha scelto di essere re, non attendeva di essere re e la sua risposta non può che essere "Avvenga".
Avvenga il progetto inatteso di Dio.
Sappiamo che Davide è stato il re dei salmi, ma è stato anche re nel peccato e nella fragilità.
Avvenga, nonostante tutto, ciò che il Signore sogna su ciascuno di noi. Questo ci insegna Davide.
Non siamo chiamati a seguire alcuni percorsi a cui siamo destinati, perchè speciali, carismatici, perfetti e impeccabili, ma perchè nelle vite di ciascuno si aprono strade inedite, inattese, frutto della creatività di Dio e della nostra capacità di risposta creativa.
Il Vangelo invece ci mette di fronte all'"Avvenga" più famoso di ogni tempo. Si tratta della risposta di Maria all'annunciazione dell'angelo Gabriele.
"Avvenga per me secondo la tua parola". Maria risponde così all'annuncio dell'angelo, totalmente impreparata, in un momento inatteso.
Non è un annuncio semplice.
Il linguaggio dell'angelo parla di Spirito che copre Maria con un'ombra, che avvolge. Maria è turbata, spaventata. L'annuncio che riceve va al di là di ogni logica umana. Sa che non sarà compresa. Sa che tutto verrà frainteso.
E già portare una vita dentro crea smarrimento.
Eppure, si apre all'inedito di Dio. Si dispone a farsi gravida di Dio, di vita, di umanità.
"Avvenga per me secondo la tua parola".
Questa risposta fa sì che un annuncio si trasformi in vita, in realtà effettiva.
Abbiamo bisogno tutti di un angelo che ci porti notizie a cui rispondere "Avvenga".
Un angelo però ci può sorprendere in qualsiasi momento con passaggi inediti, situazioni belle o meno belle a cui dobbiamo rispondere. Gli angeli sono tutte le istanze dell'esistenza, sono le richieste dei vicini, dei familiari, dei colleghi, dei poveri, degli sguardi che incontriamo. A volte ci interpellano e noi, come Maria, possiamo rispondere "Avvenga".
A volte è la vita ci viene incontro con forme nuove, proposte inattese, sorprese e realtà a cui siamo impreparati e anche in questo non possiamo che rispondere "Avvenga".
Sia ben chiaro, nessun "Avvenga" è rassegnato e passivo, ma predispone a una gravidanza, a un cammino creativo, a un percorso di attese e sorprese.
"Avvenga" qualcosa nelle nostre vite.
E in questo Natale ci sorprenda un dono.

Buon cammino verso il Natale.

Annalisa Margarino




19 luglio 2013

Non Marta, non Maria, ma donne amanti


Il mondo si è spesso diviso in Marta e Maria. Il cuore di ognuno si è spesso esposto manifestando simpatia per Marta o Maria. Più volte nelle nostre vite abbiamo dovuto decidere se disporci dalla parte di una delle due.

Si sono costruite visioni sulla donna a partire da questa concezione del mondo diviso in Marta e Maria.

Donne d’ascolto e donne di servizio.

Ci siamo a lungo concentrati sull’essere adorante e sull’essere servizievole di queste due amiche di Gesù. Forse il mondo, sempre diviso in Marta e Maria, si è poco concentrato sul modo dell’atto, ponendo attenzione più che altro sull’azione.

Qualcuno si è mai domandato come ascoltasse Maria, donna adorante e innamorata di Gesù?

Qualcuno si è mai chiesto come servisse Marta, amica di Gesù?

Non deve sorprendere l’ascolto o il servizio, ma la radicalità di queste due donne.

Maria, radicale nell’ascoltare, nel contemplare, Marta radicale nel servire.

Marta e Maria non sono donne passive, rassegnate, ma donne che prendono parte alla vita di Gesù. Il mondo diviso tra Marta e Maria ha dimenticato la dimensione più reale e profonda di queste due donne che è consistita nel prendere parte, nell’essere attive compagne nella vita di Gesù, una nell’ascolto e nella confidenza, l’altra nel servizio.

Non sono state ferme ad osservare, ma si sono fatte donne attive, donne partecipi, donne forti.

Non sono rimaste ai margini della vita del loro amico, maestro e compagno di cammini.

Hanno preso parte con il cuore. Hanno messo in dialogo con Gesù il loro animo. Hanno esposto il loro cuore di donne innamorate, attive, vitali, partecipi e pensanti.

Il mondo, diviso in Marta e Maria, deve ripartire da qui, da un cuore partecipe, pensante e coinvolto e non da un cuore sterilmente ridotto a servizio o ascolto. Il mondo deve ripartire dall’essere amante di queste due donne.



Annalisa Margarino




20 dicembre 2010

I chiaroscuri del Natale. La fatica di una nascita

Maria riceve un annuncio, Giuseppe ascolta nel sonno, vivendo un sogno.

Maria ascolta e si lascia agire dentro, Giuseppe sogna e, dal sogno vissuto, agisce.

Natale si mostra così come apertura all’annuncio e al sogno.

Possiamo vivere senza annunci? No! Abbiamo tutti un bisogno vitale di una parola che venga a noi, di una parola che ci scuota radicalmente fino a renderci gravidi.

Possiamo vivere senza sogni? No! Abbiamo bisogno di immagini, evocazioni, fantasie e movimenti del profondo che ci conducano e spingano altrove.

Natale, spazio e tempo di annunci e sogni.

Natale, tempo di nascite e rinascite perché nell’ascolto e nel sogno diventiamo tutti gravidi di Dio.

Viviamo gravidanze diverse perché i ventri che caratterizzano le nostre storie, le nostre vite sono differenti. Ventri ospitali e ventri inospitali. Ventri aperti all’accoglienza e ventri chiusi in sé.

Gravidanze sofferte, difficili e inospitali e gravidanze gioiose e danzanti. Sono le nostre vite.

Ogni gravidanza è apertura ad un altro da sé e una dilatazione, al tempo stesso, del proprio sé.

Questo è Natale: apertura e dilatazione.

Tutti abbiamo bisogno di un annuncio e di un sogno per aprirci e dilatarci.

Spesso riceviamo parole dure o siamo abitati da incubi nei nostri natali. Non sempre le nostre nascite e i nostri parti sono ospitali, accoglienti, ovattati. È impensabile non riconoscere che ci siano nascite e parti sofferti.

La nascita di Gesù, fra le tante, non è stata una nascita felice.

Siamo noi che l’abbiamo caricata di simboli gioiosi. Gli angeli cantano l’alleluia in una nascita sofferta.

Quante nascite avvengono così!

La nascita di Gesù è sintesi di tutte le nascite. Nascita sofferta che trova senso e riconoscimento a partire da un annuncio di salvezza e da un sogno inconcepibile. Nascita senza casa. Nascita senza calore, se non quello umano del padre e della madre. Nascita in terra straniera, lontano da casa.

È questa la nascita di Gesù.

L’abbiamo riempita di poesia, perché ne sentivamo il bisogno, ma la sua nascita è profondamente tragica. Abbiamo dimenticato o, forse, dato troppo per scontato i travagli di Maria e Giuseppe. Invece dobbiamo partire da lì.

Il Figlio di Dio non si incarna nella gloria.

Il Figlio di Dio viene a noi nella fatica, nell’inospitalità e nella scomodità.

Scomodità di una nascita, allora, che si deve riconoscere come tale.

Il Natale è scomodo. Il Natale è un tempo di scomodità per Dio.

Non  celebriamo un piccolo Dio in terra. No! Celebriamo la nascita scomoda dell’Emmanuele, a partire da un annuncio accolto e da un sogno vissuto.

Nasca anche per noi questo Dio scomodo. Apriamoci anche noi alle nostre gravidanze gioiose o faticose che siano. Non temiamo la gravidanza faticosa, nella fede che anche questa può diventare spazio di vita e di trasformazione, se sapremo accettarla e farci attraversare.

Vedremo la luce di questa notte santa, solo se ne accoglieremo anche l’oscurità.

 

Annalisa Margarino




9 agosto 2010

Magnificat, canto inattuale

“L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”.

 

È un canto inattuale, un canto fuori portata.

È difficile pensare a un’anima che magnifica il Signore e a uno spirito che esulta. Si può concepire un’anima che invoca, che prega, che domanda, che supplica, che piange, che ringrazia per qualcosa che ha ricevuto. Difficile è pensare ad un’anima e uno spirito danzanti come quelli di Maria.

Non è facile esultare nell’anima.

Canto inattuale perché non sappiamo esultare, perché abbiamo dimenticato i linguaggi del benedire, perché la nostra vista vede piccolo.

Canto inattuale perché non sappiamo vedere oltre. Canto inattuale, perché non sappiamo ospitare i passaggi di Dio dentro di noi.

Per cosa esulta l’anima di Maria? Magnifica il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

Canto inattuale perché temiamo l’umiltà. Immaginiamo Maria colta nella sua divinità terrena, nella sua pura verginità, sempre dedica alla preghiera. Dio, invece, l’ha colta nella sua umiltà, nel suo essere carne al servizio del divino.

Canto inattuale, perché vorremmo esultare nello spirito per pezzi di semidivinità nelle nostre esistenze, per grandezze acquisite o riconosciute. Maria esulta per la sua piccolezza, per l’essere stata guardata nella sua dimensione umana, perché Dio ha colto il suo humus, la pasta con cui è stata plasmata.

Canto inattuale il Magnificat, perché sa guardare l’unità della storia, fissando le radici e proiettandosi verso l’oltre: “di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono”. Canto inattuale perché noi abbiamo bisogno di sicurezze sul presente, sull’oggi. Temiamo il futuro per il ricordo che avranno i nostri figli, i nostri nipoti, ma non contempliamo l’opera di Dio nella storia.

Canto inattuale il Magnificat, perché vede oltre.

Canto inattuale il Magnificat perché rovescia le sorti e riconosce gli schemi ribaltati di Dio.

Chi esulta per un superbo che non prova più superbia, ma smarrimento del cuore?

Abbiamo a cuore la nostra superbia, noi uomini che non riconosciamo il nostro humus e lo sguardo amoroso di Dio verso la nostra condizione umana.

Chi esulta per i potenti rovesciati?

Speriamo spesso in un declassamento dei potenti. Desideriamo un ribaltamento dei ruoli, ma sogniamo che gli umili regnino?

L’umile non può regnare. Dio innalza l’umile perché l’umile ascolta, partecipa alla vita, si fa strumento, ma non regna, ripugna il potere.

Siamo sicuri che quando desideriamo il rovesciamento dei potenti, concepiamo un regno degli umili e non, invece, un regno nostro?

Canto inattuale perché le concezioni sulla ricchezza e sul potere sono fuori dalla nostra portata.

Canto inattuale perché il regno concepito nel Magnificat è fuori dalla storia.

Canto inattuale perché prova per la fede.

Crediamo che un giorno gli affamati non provino più fame? Crediamo che i ricchi un giorno si troveranno a mani vuote?

Agogniamo la ricchezza dei ricchi. Quali beni, invece, dona Dio agli affamati?

Non li ricolmerà forse di cibo che non sazia, ma che dà la vita eterna?

Non sono beati i poveri, forse, perché possono ricolmarsi della presenza di Dio.

Canto inattuale perché ci mette a confronto, faccia a faccia, con le nostre ricchezze da smantellare e con le nostre povertà da vivere, da attraversare.

Canto inattuale, perché sa ripercorrere la storia della salvezza, da Abramo.

Canto inattuale perché magnifica un Dio-con-noi.

Canto inattuale, perché nonostante tutto, riconosce che Dio cammina con l’uomo.

Canto inattuale perché riconosce la mano di Dio nella storia.

Canto inattuale perché si fa vita.

Canto inattuale perché canto d’amore.

Canto inattuale perché si fa canto gravido di Dio.

 

Canto di Maria, inattuale al suo tempo.

Canto di Maria, inattuale per l’oggi.

Canto di Maria che, nella sua inattualità, ci invita ogni volta a compiere un transito profetico.


Nei giorni che precedono la festa dell’Assunzione, lasciamo scorrere dentro di noi questo canto, facendo memoria dei passi di Dio dentro la nostra esistenza.

Ascoltando la presenza di Dio, anche noi ci troveremo esultanti a cantarla, ma facciamo silenzio, perchè possa crearsi spazio nel nostro humus all’ascolto del passare di Dio nelle nostre vite.

Solo così, riconoscendo che Dio è amore,  diventeremo, come Maria, gravidi di Dio.

 

Annalisa Margarino

 




16 luglio 2010

Non Marta, non Maria, ma donne amanti

Il mondo si è spesso diviso in Marta e Maria. Il cuore di ognuno si è spesso esposto manifestando simpatia per Marta o Maria. Più volte nelle nostre vite abbiamo dovuto decidere se disporci dalla parte di una delle due.

Si sono costruite visioni sulla donna a partire da questa concezione del mondo diviso in Marta e Maria.

Donne d’ascolto e donne di servizio.

Ci siamo a lungo concentrati sull’essere adorante e sull’essere servizievole di queste due amiche di Gesù. Forse il mondo, sempre diviso in Marta e Maria, si è poco concentrato sul modo dell’atto, ponendo attenzione più che altro sull’azione.

Qualcuno si è mai domandato come ascoltasse Maria, donna adorante e innamorata di Gesù?

Qualcuno si è mai chiesto come servisse Marta, amica di Gesù?

Non deve sorprendere l’ascolto o il servizio, ma la radicalità di queste due donne.

Maria, radicale nell’ascoltare, nel contemplare, Marta radicale nel servire.

Marta e Maria non sono donne passive, rassegnate, ma donne che prendono parte alla vita di Gesù. Il mondo diviso tra Marta e Maria ha dimenticato la dimensione più reale e profonda di queste due donne che è consistita nel prendere parte, nell’essere attive compagne nella vita di Gesù, una nell’ascolto e nella confidenza, l’altra nel servizio.

Non sono state ferme ad osservare, ma si sono fatte donne attive, donne partecipi, donne forti.

Non sono rimaste ai margini della vita del loro amico, maestro e compagno di cammini.

Hanno preso parte con il cuore. Hanno messo in dialogo con Gesù il loro animo. Hanno esposto il loro cuore di donne innamorate, attive, vitali, partecipi e pensanti.

Il mondo, diviso in Marta e Maria, deve ripartire da qui, da un cuore partecipe, pensante e coinvolto e non da un cuore sterilmente ridotto a servizio o ascolto. Il mondo deve ripartire dall’essere amante di queste due donne.


Annalisa Margarino




29 marzo 2010

Il superfluo che fa la differenza

Una parola su una parola del Vangelo di oggi: “Maria prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo”. È un gesto non necessario, non richiesto, probabilmente eccessivo e fuori luogo. Eppure Gesù lo apprezza più di tutto il resto perché è un gesto che “vuole bene”. L’ordinario, l’indispensabile, la costante dedizione danno sostanza all’affetto e lo rendono un segno di Dio creatore. Ma sono poi i gesti “extra”, il “di più” fuori programma che ci apre gli occhi alla meraviglia di un innamoramento che non conosce tramonti. È il mazzo di fiori portato a casa a fine giornata, è il biglietto per la partita fatto trovare sotto il piatto, sono quelle due ore “sprecate” per scegliere un regalo speciale. Il superfluo diventa segno di un amore cui non bastano le cose normali.

Patrizio Righero




17 gennaio 2010

E fu così che le anfore della purificazione si trasformarono in anfore di entusiasmo

Poteva iniziare con un miracolo grandioso. Poteva fare rivivere subito un morto, gli avrebbero creduto subito, sarebbero rimasti presto tutti sconcertati.

Poteva guarire un cieco. Poteva intraprendere uno dei suoi dialoghi sorprendenti, come quello con la donna della Samaria. Poteva  prendere l’attenzione di tutti e raccontare una parabola. Tutto, invece, ha inizio con la trasformazione dell’acqua in vino durante una festa di nozze. A ben pensarci può apparire quasi come un miracolo inutile. A che servirà mai all’umanità? A che servirà la trasformazione dell’acqua in vino in una festa di nozze? A che servirà che quello sposo, forse parente o amico di Maria, abbia fatto una buona figura con i suoi ospiti?

È questo l’inizio del ministero pubblico di Gesù secondo Giovanni.

Che manifestazione di gloria è la trasformazione dell’acqua in vino? Che evento è mai questo? Che strano modo di rivelarsi!

È inutile, viene da pensarlo, anche se si coglie la pregnanza teologica dell’intervento di Maria.

Spesso, così, le omelie di questa domenica vertono sulla figura di Maria che ha aiutato Gesù a comprendere che il tempo era maturo e che poteva iniziare a dare segni. L’attenzione verso Maria in questa pagina è fondamentale, immagine della discepola che non ha paura di domandare, esprimere la propria fede, invocare e farsi interlocutrice attiva. È senz’altro una lettura centrale di questo passo del Vangelo che anche antropologicamente ci dice che l’altro ci apre i percorsi, che l’altro ci dice chi siamo, che l’altro ci ‘rivela’.

Ma perché iniziare con il vino? Cosa è questo vino? E, ancora prima, perché una festa?

Penso che il contesto sia fondamentale. Il Figlio di Dio si rivela in una festa, in un momento di gioia e dona a tutti occasione di gioia, simboleggiata dal vino.

Dio si rivela come il Dio della gioia. Credo che sia questo il primo miracolo di Gesù. “Non hanno vino”. Maria vede i suoi commensali ( = l’umanità) stanchi, sfiduciati, spenti e domanda a Gesù che inizi a donare loro la sua buona novella, il suo Vangelo di pace e amore. Gesù dubita sul tempo, forse non si sente ancora pronto o, forse, non sente  ancora pronta l’umanità ad accogliere il suo Vangelo che, lui sa, ribalta ogni logica, ogni concezione e ogni stare nella vita.

Maria lo rassicura, sa che ci saranno dei commensali pronti ad accogliere e a preparare le anfore per il nuovo vino, il vino della gioia, dell’entusiasmo.

Invitato da Maria, Gesù si predispone a trasformare 600 litri e più di acqua in vino di entusiasmo. È il vino della gioia, della vita, della pace, della liberazione dall’oppressione. È vino che, quando verrà bevuto, permetterà passaggi nuovi della storia. È vino che, quando verrà assaporato, mosterà un nuovo volto di Dio. È vino che, quando verrà gustato, farà sentire l’amore di Dio, sposo, per la sua umanità, sposa. È vino che dona vita. È vino in abbondanza, vino disponibile per tutti, anche per coloro che per ultimi si sono presentati alla festa.

È acqua che si trasforma in vino dentro le anfore utilizzare per la purificazione. Forse in quella festa non c’erano altri contenitori a disposizione, ma intanto quelle che erano anfore di purificazione si trasformano in anfore di entusiasmo.

Fu così che quel giorno le anfore della purificazione (la religione della morale, del dovere) si trasformarono in anfore di entusiasmo (pienezza di Dio, spontaneità, amore, coinvolgimento, fede vissuta).

 

Annalisa Margarino




26 dicembre 2009

Santo Stefano e Santa Famiglia e la scoperta del Dio con noi e della fede concreta

È bello poter contemplare Gesù Bambino in fasce nella mangiatoia, adorato dai pastori e dagli abitanti di Betlemme, ma la liturgia, la domenica successiva al Natale, con la festa della Santa Famiglia, ci pone subito di fronte a un Gesù cresciuto, che entra nel Tempio e parla tra i maestri, pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.

La fede verso un Dio bambino nella culla ci conduce, così, con la liturgia, a contemplare oggi con la festa di Santo Stefano il primo martire cristiano e domani la Santa Famiglia di Gesù, mettendoci davanti a una fede vissuta nella concretezza.

Maria e Giuseppe, per la prima volta, probabilmente dopo anni trascorsi come tutti i papà e mamma a prendersi cura del figlio, a porsi domande, a crescerlo ed educarlo, si rendono conto che Gesù, il Figlio di Dio incarnato per amore per mezzo di loro, è per tutti. Non possono possederlo. Non possono tenerlo gelosamente come figlio proprio. Gesù è Figlio per tutti. È a questa risposta che rimanda Gesù: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.

È la risposta che rivolge Gesù a ciascuno di noi quando pensiamo di possederlo, manovrarlo, tenerlo troppo per noi. Ci ricorda di rivolgere uno sguardo al Padre con cui lui è una cosa sola. In fondo, è questo il senso dell’incarnazione che ci manifesta la festa della Santa Famiglia: Gesù e il Padre sono una cosa sola. Gesù viene dal Padre per noi. È il Dio che si fa prossimo e accorcia le distanze per amore, che si fa carne, che si fa totalmente uomo, ma questo ha senso perché noi uomini impariamo ad alzare gli occhi al Padre, come colui da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna.

Santa la famiglia che ha saputo cogliere e assumere questo mistero! Probabilmente non è stato facile per Maria e Giuseppe accettare che il loro figlio non fosse per loro, ma per il Padre e per la salvezza di tutti. Probabilmente è difficile anche per noi concepire un Figlio di Dio incarnato non per noi, ma per tutti, come è difficile comprendere che la nostra fede non è per noi, per la nostra salvezza personale, ma per tutti. È davanti a questa dimensione universale che in fondo ci riporta la festa di Santo Stefano che celebriamo oggi: un Dio incarnato per amore per tutti e che chiede che anche noi ci facciamo per tutti.

La liturgia ci porta dalla culla a una fede adulta che domanda concretezza, capacità di ascolto ed elaborazione e che ci ricorda che Gesù non è semplicemente uomo, ma è Dio con noi. Quanto spesso, invece, ce ne dimentichiamo?

 

Annalisa Margarino

 

P.S. Ho scritto queste riflessioni concentrandomi sull'esperienza di fede, ma credo che tutti dovremmo ripensare la festa del martire Stefano per rimeditare la nostra capacità di testimonianza e ripensare la festa della Santa Famiglia per rimeditare quanti aspetti della nostra vita (figli compresi) consideriamo troppo per noi e non per tutti...

 




24 dicembre 2009

Le domande di Betleem

Da “I dialoghi di Maria” di Emily Schenker

 

-          Dorme ancora?

-          Non più. Ha aperto gli occhi.

-          Ha fame?

-          Forse.

-          Me lo dai in braccio?

-          Eccolo.

-          È’ così piccolo. E leggero. È mio figlio?

-          Sì?

-          È tuo figlio?

-          No. È suo.

-          Tu lo vuoi?

-          Sì.

-          E mi vuoi?

-          Sì.

-          Come prima?

-          Come prima.

-          E poi?

-          E poi, sarà secondo la promessa.

-          Per noi o per lui?

-          Per tutti o per nessuno.

-          Guarda come mi stringe il dito, mentre lo allatto. Mi somiglierà?

-          Ti somiglia.

-          E a chi altri somiglierà?

-          Non importa.

-          Si è di nuovo addormentato. Qui, tra le mie braccia. Lo vuoi prendere tu?

-          Sì.

-          Lo ami?

-          Sì. Lo amo come se fosse mio.

-          Mi ami?

-          Sì. Ti amo come se fossi mia.

-          Ho freddo e sono stanca. Quando ce ne andremo?

-          Presto.

-          Quando torneremo a casa?

-          Presto. Se non accade nulla. Se non ci sono pericoli.

-          Se c’è lui non c’è da aver paura. Tu hai paura?

-          Se ci sei tu, non ho paura.

-          Io non ho paura. Abbracciarlo è come essere abbracciati.

-          Abbracciarti è come essere abbracciato.

-          Dorme?

-          Sì.

-          Che ne sarà di lui?

-          Quel che sarà di noi.

-          Si è svegliato?

-          No. Dorme ancora. Dormi anche tu.

-          Solo un attimo. Non voglio dormire a lungo. Lo culli?

-          Sì.

-          Ci ami?

-          Come Dio ama il suo popolo. 

-          Dorme?

-          Dorme.



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