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29 novembre 2015

Non moriremo per la paura

Inizia il tempo d’Avvento, un periodo importante per la vita cristiana, di ascolto e attesa. È un tempo in cui siamo invitati ad aprire gli animi alla speranza e alla progettualità, a dischiuderci ad orizzonti nuovi. Inizia il tempo dell’inedito. Si apre lo spazio dei germogli giusti, come dice la prima lettura tratta dal libro di Geremia: “In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto”.
Sappiamo che nel libro di Geremia il ‘germoglio giusto’ è il Messia atteso. Ma nelle nostre vite qual è il germoglio giusto? Quali sono le promesse di bene, di cui parla il profeta, che si devono realizzare?
Avvento è apertura ai germogli nuovi nella nostra vita e alle promesse di bene che sono chiamate a realizzarsi.
Non è facile in un tempo di crisi, in cui spesso la vita reale nella sua concretezza ci restituisce fatica, sensi di oppressione e scoraggiamento. Eppure, l’Avvento, ci invita a cambiare lo sguardo, a fare prevalere la speranza e la fiducia.
Chi non associa questo periodo dell’anno alla dimensione della speranza?
Il Vangelo di questa domenica è chiaro. Le immagini che vengono offerte sono di angoscia e di morte. Eppure risuona un invito a sperare, a rimanere vivi, a non farsi travolgere dai segni e dagli eventi di distruzione. L’invito che irrompe in questa pagina del Vangelo è di non morire per la paura, ma disporsi alla liberazione vicina (Lc 21,25-28.34-36).
Le immagini che vengono da questa pagina di Vangelo rievocano disordine, distruzione, catastrofe. Emerge però un contrasto, una dialettica evidente tra esterno e interno: i cieli si oscureranno, verranno a mancare gli astri di riferimento, il mare farà sentire le sue onde e i suoi flutti, persino le potenze dei cieli (che possiamo intendere come i punti di riferimento dello Spirito) saranno sconvolte, voi avrete paura, ma state attenti a non farvi travolgere in affanni, ubriachezze e dissipazioni. Se sapremo alzare lo sguardo, se nutriremo fede anche in tutto questo, la liberazione è vicina e potremo comparire davanti al Figlio dell’uomo.
Può essere un errore leggere queste righe puramente in chiave apocalittica. Non sono righe per la fine dei tempi, ma per l’oggi dell’uomo costantemente invitato a non morire, a nutrire la speranza e a credere che, se rimaniamo aperti, non le bufere, non i terremoti, non i frastuoni ci coglieranno, ma qualcosa di totalmente inedito e altrettanto sconvolgente, per la vita, non per la morte.

Annalisa Margarino




13 settembre 2014

Esaltazione di un Paradosso

Quest’anno la festa dell’Esaltazione della Santa Croce cade di domenica. La liturgia si ferma e medita il mistero non semplice della Croce.

“In quei giorni il popolo non sopportò il viaggio”. Iniziano con questo versetto le letture di questa domenica. E sembra proprio che il mistero della Croce si inserisca in questa condizione di non sopportazione del popolo.

Quante volte il viaggio, il camminare, la dimensione terrena ci sembra faticosa, stancante, senza senso? Quante volte anche noi non ci sentiamo nauseati dal cibo e viviamo abitati dalla paura di morire e non ci facciamo travolgere dai fantasmi della fuga e della paura, della desolazione e della paralisi?

Il serpente del libro dei Numeri sembra proprio rappresentare il mondo delle nostre paure e sfiducie, per cui diventa difficile ogni riconoscimento dell’altro, ogni possibilità di salvezza, ogni capacità di camminare verso terre di speranza.

Il serpente innalzato da Mosè nel deserto, invece, apre a quel segno profetico di salvezza che sarà innalzato con la Croce di Cristo che ben sa cantare Paolo, perché l’ha vissuta, nella sua Lettera ai Filippesi.

La Croce è innalzamento e discesa, svuotamento, insieme. In quell’innalzarsi Gesù, infatti, si fa simile agli uomini stanchi ed affannati nel deserto.

Cristo Gesù, infatti, sulla Croce svuota se stesso. La teologia cristiana si è soffermata a lungo sul verbo di Paolo “svuotarsi” e sul significato a cui rimanda.

Sembra quasi che Gesù si svuoti della condizione di Dio, della sua pienezza per vivere la dimensione creaturale dell’uomo, oppresso dalla caducità, dalla sofferenza e, non ultimo, dal non-senso della Croce. Gesù svuota se stesso per assumere i paradossi dell’uomo, creatura, che non accoglie la vita.

Spesso si sente dire del paradosso della Croce. È vero, è un paradosso. Dalla Croce la salvezza. Ma non ci si sofferma sul paradosso della creatura a cui viene donata la vita, ma che risponde, spesso, troppo spesso, con linguaggi di morte.

Gesù, con l’assunzione della Croce, per amore dell’uomo, dà senso anche a questi strani paradossi dell’umanità. Sembra dire a ciascuno di noi: cosa credi che le tue morti personali, le maledizioni che, di tanto in tanto, ti trovi a dare alla vita, le stanchezze, le paure siano l’ultima parola? Non è così, perché io sono salito in Croce e sono risorto e ho dato salvezza anche a questi spazi.

Gesù, così, dà risposta ai nostri fantasmi-serpenti con la promessa della vita eterna, promessa di salvezza e di ulteriorità.

Esaltazione della Croce, il Figlio di Dio entra negli antri oscuri dell’umanità e li illumina. Esaltazione della Croce, ribaltamento dei paradossi.

In fondo è questa la rivelazione della risurrezione: perché cercate tra i morti colui che è vivo?

 

Annalisa Margarino

 




16 aprile 2014

Pensando a Giuda

Perchè hai tradito?
Perchè ero deluso, ero stanco, non vedevo orizzonti. Il mio ideale non corrispondeva con il reale. Speravo che... invece è andato tutto diversamente. Vedevo la vita e le situazioni con un occhio solo. Comprendevo le parole degli altri solo con un possibile dizionario. Non riuscivo ad andare oltre me stesso. Ho avuto paura di andare fino in fondo e allora ho tradito. Non riuscivo ad ascoltare me stesso e così ho agito di impulso. Non amavo e ho tradito. Non mi amavo e ho tradito. Ho portato all'estremo i miei ragionamenti e non ho messo cuore. Ho tradito perchè ho mancato di fedeltà a me stesso, all'altro, alla vita.
Chi non si trova qui dentro o è beato o forse non sa guardare troppo in profondità le dinamiche controverse della propria anima...

Buon triduo santo!

Annalisa




13 aprile 2014

Una religione che abbraccia l'umano

Sono diversi anni, ormai decenni, che il cristianesimo insiste sul suo statuto di religione della gioia e della risurrezione. Dopo aver accentuato l'aspetto della religiosità della sofferenza, si è sentita la necessità di mettere in luce l'aspetto festante, gioioso, nuovo di una religione che esalta l'uomo, che lo libera dalle leggi, dall'oppressione, da ciò che soffoca. Il Gesù della Croce è stato, in qualche modo, sostituito con il Gesù della Risurrezione, come se fossero due entità diverse. Il Gesù della Croce e il Gesù della Risurrezione sono la stessa persona. La domenica delle Palme che forse sarebbe meglio ricordare come domenica di Passione, raccoglie il volto di Gesù catturato, condannato, giustiziato, deriso e crocifisso e i volti delle persone che erano con e attorno a lui. Non possiamo esimerci da questo giorno. E non possiamo nemmeno leggere il testo del Passio sorvolando su quegli istanti di dramma. Sì, è vero, troveranno e trovano senso con la domenica successiva di Risurrezione. La liturgia non ci fa attendere molto, ma dobbiamo avere il coraggio di attraversare questo tempo con tutte le sue tonalità. Il cristianesimo rimarrà comunque la festa che celebra l'amore di Cristo dall'Incarnazione alla Risurrezione, ma oggi possiamo permetterci di raccogliere davanti alla settimana santa che si apre tutte le condizioni umane: le condanne ingiuste, le sofferenze, i tradimenti nostri e altrui, le inquietudini e le paure, le angosce e le depressioni, i vuoti, le solitudini, gli addii, i drammi dell'esistenza. Tutto trova sintesi qui. E troverà una risposta, nella fede, domenica. Oggi però viene a ricordarci che il cristianesimo non è semplicemente religione della Croce o della Risurrezione, ma religione che abbraccia l'umano e che apre i suoi sepolcri.

Buon ingresso nella settimana santa,

Annalisa




17 novembre 2013

Una visione del tempo

Siamo alla conclusione del tempo ordinario. Inizia quel tempo liturgico in cui siamo chiamati a fare i conti con le modalità di condurre la nostra esistenza, con il nostro modo di vivere il tempo, le realtà quotidiane, i momenti sacri e i compimenti nella nostra vita.

Gesù è presso il tempio e sente alcuni uomini parlare della sua bellezza e dei suoi elementi che lo adornano. Li ascolta e trova stupore che ancora la gente sia fissa ad osservare questi elementi del tempio, non marginali, ma neppure essenziali.

È venuto ad abolire quella distanza incolmabile tra sacro e profano. Il sacro è diventato spazio dell’uomo e il profano è stato finalmente abitato da Dio. Tutto è diventato grazia o, per meglio dire, il Figlio di Dio è venuto a mostrare che tutto è grazia.

Allora annuncia che verranno tempi in cui ogni pietra del tempio sarà distrutta. Sappiamo che storicamente è accaduto così nel 70 d.C., ma Gesù non si riferisce a quel tipo di caduta e distruzione. Vuole dire che le nostre strutture interne a un certo punto crolleranno e inizieremo a domandarci cosa realmente è importante, cosa conta alla fine per noi.

Per questo avverte: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

C’è un momento in cui la bellezza del tempio, le pietre preziose, le apparenze e le forme esterne non saranno più ciò che primariamente contano per noi, è allora che ci sentiamo deboli, fragili, in cerca di nuovi punti di riferimento. Gesù ci mette in guardia di stare attenti a non farci ingannare e a non cercare scorciatoie e facili forme di consolazione. Infatti è questo il momento per fare disvelamento, verità, per cogliere ciò che veramente ha valore.

Questo brano del Vangelo, come molti passi che seguiranno nel periodo di Avvento, mette a tema la fine dei tempi, ma è un termine che per le nostre esistenze si trasforma come occasione per un inizio, per lasciare spazio a una novità.

È la novità della testimonianza e della perseveranza. La descrizione della persecuzione che i discepoli subiranno in nome di Gesù mette paura e ciascuno di noi, passando al setaccio la propria coscienza, può ammettere di non essere pronto. Anche qui, però, Gesù invita a non vivere con timore il discepolato e la possibilità di dare radicalmente testimonianza: non verrà perduto nemmeno un capello del vostro capo. Il male sta nel non essere fedeli autenticamente e fino in fondo a se stessi e al Dio della vita in cui si crede, nel non esporsi per timore di rischiare. Il Signore viene a dirci di non temere, perché ci darà parola e sapienza. Non nega la possibilità della morte, della violenza subita per causa sua, ma non sarà l’ultima parola.

È un brano del Vangelo duro e che fa male, se letto nella prospettiva della temporalità, mentre dà speranza e sguardi sull’oltre, se letto nella prospettiva della vita come dono e dell’eternità.

Alla violenza, all’odio, all’arroganza c’è fine. All’amore, alla perseveranza, alla sequela fino in fondo non c’è fine.

Tutto è orientato al Regno, spazio di compimenti nuovi e di schemi ribaltati.

 

Annalisa Margarino




17 novembre 2013

L'apocalisse di Luca

Il vangelo di oggi ci ha proposto la cosiddetta grande apocalisse di Luca.

Apocalisse, sappiamo, non significa distruzione, bensì rivelazione di una cosa ignota, rivelazione del senso profondo del presente.

Così la liturgia oggi ci vuole invitare a scrutare sapientemente il nostro presente alla luce delle letture che abbiamo ascoltato.

Il tempio e i tempi di cui esse ci parlano non riguardano solo l’escatologia e nemmeno i contesti cui si riferivano Luca, Paolo o Malachia.

Quel tempio e quei tempi parlano a noi oggi.

I conflitti decritti da Luca, le guerre e le rivolte che ancora viviamo oggi  fanno parte del vecchio mondo che si ritempra nella morte, sono il frutto marcio della ricerca di potere , il marchio di appartenenza alla morte.

Si va verso il Fine e non verso la fine, e l’inizio e il termine del mondo è il Padre:

Colui che si affida al Padre non si fida dei falsi profeti, non segue le efficaci e potenti lusinghe della bestia e del suo addetto alla propaganda: “Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, contro Dio, il suo nome, la sua dimora: Fa guerre, ha tutto il potere e tutti gli abitanti della terra la adorano. (Ma senza l’altra bestia questa non avrebbe potere). Essa costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia operando grandi prodigi seducendoli e costringendoli ad adorare una statua della bestia”.

Bestia, anticristo, termini che sembrano distanti, lontani, appartenenti ad una letteratura mitologica d’altri tempi e invece si rivelano oggi di estrema attualità

L’uomo e la donna, allora come oggi, si lascia guidare dalla paura piuttosto che dalla fiducia nel Padre, cerca principalmente di salvare la pelle cade velocemente nella rete della bestia che lo porta a rinnegare, tradire (Paolo), tentando un’impossibile autosalvezza.

Come suggerisce padre Vannucci, l’anticristo, i falsi profeti, la bestia assume tre forme attuali:

l’edonismo: la bramosia del benessere, l’avidità di guadagno, il pingue pascere e il tranquillo dormire

la paura: dell’uomo, dell’aria, delle persecuzioni, del diverso, dell’amore sovrabbondante e folle di Dio.

Fanatismo religioso: uomini che combattono altri uomini nel nome di Dio, mani di sacerdoti che benedicono armi omicide.

 

Quando siamo schiavi della ricchezza, sia che siamo poveri oppure il quarto uomo più ricco del mondo, sappiamo che essa è pula che verrà spazzata via. Le pietre ammirate cadranno e il tempio definitivo avrà per base la pietra angolare, scartata, irrisa, messa da parte.

I doni votivi svaniranno, verranno bruciati nel forno, mentre il dono della vedova renderà gloria a Dio.

I figli di Dio non sono oziosi, mantenuti, di peso, sfaticati, disordinati, agitati; mangiano il proprio pane, lavorando in pace (Tess), sono pazienti e attenti a non essere ingannati.

Quando ogni azione è mossa dalla paura di perdere i nostri privilegi e dal terrore della morte noi sappiamo che la vita va oltre.

Quando il fanatismo ci porta a violare la vita e la dignità dell’altro, a separarci sappiamo che la fede unisce, pone in comunione, perché i figli di Dio, sono i cultori del suo nome (Mal) custodi fedeli, in certo senso curatori di quel nome, Padre, rivelato da Gesù, per essi sorgerà il sole di giustizia, la luce della vita.

Noi siamo sulla via, nel mezzo, conviviamo con l’uno e con l’altro.

La coscienza cristiana ci suggerisce che quello che è mio non è mio, ma di chi ha bisogno (le tasse che agevolano i ricchi);

quello che io so non lo so per me ma per comunicarlo a chi non sa (medicine, scoperte tecnologiche);

quello che possiedo lo possiedo per distribuirlo (l’iniqua finanza).


Arrigo Anzani


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7 novembre 2013

Di chi siamo?

Le letture della XXXII domenica del tempo ordinario mettono a tema la morte, argomento duro che mette paura, interroga, apre domande e prospettive diverse sull'oggi. Come pensiamo la morte, così viviamo anche il corso della nostra esistenza.
Una persona a me vicina tempo fa ha detto che quando moriremo incontreremo le persone che avremo amato e che per primi ci riconosceremo con loro. Non possiamo sapere se sarà effettivamente così, occorrerebbe essere già morti per poter veramente sapere. E' però inevitabile che se riteniamo che oltre la vita vedremo coloro che più abbiamo amato, qui e ora ci sforzeremo di amare con intensità, senza risparmiarci, senza mezze misure.
Di recente una mia studentessa mi domandava che senso ha vivere bene, se Dio perdona. Un'altra invece mi metteva davanti la possibilità di condanna. Un'altra ancora mi chiedeva se davvero l'inferno fosse vuoto. Chi può rispondere a questa domanda. Le disquisizioni teologiche non mancano. Paolo ci dice che andremo 'di gloria in gloria' e a me viene da pensare che Dio, oltre il presente, ci offre un di più. Questo però va colto nel qui e ora. Se vivo secondo questa logica inizio già da ora a costruire il regno di giustizia e pace sognato da Dio.
Colpisce come il vangelo di questa domenica che parte con cavilli farisaici per mettere in difficoltà Gesù, parlando di morte, alla fine si trovi a parlare di vita: "Dio non è dei morti, ma dei viventi, perchè tutti vivono per lui". La questione viene così ribaltata da Gesù: non importa di chi sarà la donna dopo la morte, ma l'importante è che, pur con le sue traversie, in vita abbia amato.
La vita, secondo la logica dell'oltre, non si muove secondo dinamiche di appartenenza, ma di dono, di partecipazione profonda a ciò che, di volta in volta, ci viene offerto dal progetto di Dio.
Spesso si legge questo brano del vangelo come una sorta di invito ad andare oltre alle dinamiche di relazione, semmai è un invito a non ridurre i rapporti a forme di ruolo e possesso, ma a vivere i rapporti come occasione donata di amore. Non bisogna uscire dalla logica sponsale, ma la logica sponsale acquisisce senso e valore se si innesta su quella della Risurrezione e ha come orizzonte il Regno di Dio annunciato dai profeti e da Gesù stesso.

Annalisa Margarino




29 settembre 2013

Il ricco e la pratica dell'attenzione

La parabola (Lc 16, 19-31) della XXVI domenica del tempo ordinario può essere letta a vari livelli. Sicuramente la chiave immediata di lettura è quella sulla ricchezza e la povertà e sulla differenza tra il destino di coloro che hanno avuto tutto e coloro che sono stati privati di tutto in vita, se non il nome.

Tra le diverse sfumature della parabola colpisce il cuore del ricco.

Ha vissuto tutta la sua vita tra banchetti, senza accorgersi del povero Lazzaro e delle sue piaghe, gozzovigliando e senza preoccupazione.

Lazzaro attende alla porta del ricco. Non viene detto altro di lui, se non che alla sua morte viene portato dagli angeli accanto ad Abramo. Forse, nel corso della sua esistenza, questa era la sua attesa, la sua consolazione, la sua speranza.

Il ricco muore e viene sepolto.

Il cielo e la terra. Sono le due dimensioni con cui hanno vissuto. Lazzaro, nella fame e nel dramma della povertà, probabilmente alzava gli occhi al cielo, il ricco, sfamandosi, festeggiando e banchettando, aveva come attenzione i vestiti di porpora e lino e i suoi lauti banchetti: la terra.

Siamo chiamati ad amare la terra, ma qui per terra si intende la materialità, l’immediatezza della vita, il qui e ora.

Il ricco non ascolta Lazzaro e non ascolta nemmeno il proprio cuore, la propria interiorità, non si pone domande sull’orientamento del proprio esistere. Il pensiero del valore della vita non lo sfiora. Vive l’istante.

Muore. Viene sepolto e vive il senso della condanna, tra tormenti, sensi di colpa, solitudine. La fiamma da cui cerca consolazione possiamo intenderla come la fiamma del rimorso o, se si prosegue la lettura, della solitudine, dell’abbandono, del vuoto vissuto.

Dopo aver domandato che Lazzaro gli bagni le labbra, cosa impossibile perché dopo la morte la distanza che separa ‘ricchi’ e ‘poveri’ è incolmabile, domanda ad Abramo che Lazzaro vada ad avvisare i suoi parenti.

La risposta di Abramo è netta, chiara: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.

Apparentemente possiamo cogliere la durezza di Abramo. Possibile che il ricco non ha redenzione? Possibile che non c’è occasione di ritorno?

Non è così. Non c’è possibilità di ritorno per il cuore di questo ricco che pecca nella pratica dell’attenzione a cui non è abituato. La sua, infatti, non è una richiesta d’amore, d’attenzione, di cura, ma una richiesta dettata dalla paura, dal senso di colpa, dal timore che questo giudizio impietoso ricada anche sui suoi familiari.

Nessuna conversione di cuore per il ricco, abituato a guardare al proprio interesse, anche da morto.

Nessuna ascolto dell’interiorità nel ricco, anche da morto, travolto dalla paura, dal senso di colpa, dall’egoismo. Non si preoccupa di comprendere cosa gli sia accaduto, non si domanda il perché della sua sorte, ma rimane chiuso nella sua dimensione materiale. Prima amava i lauti banchetti, ora odia le fiamme degli inferi, ma non riesce comunque a vivere la pratica dell’attenzione, non riesce a portare in sé uno sguardo diverso, dettato dalla legge di Dio, trasmessa da Mosè e i profeti, che è amore e, prima di tutto, relazione.

Per questo anche gli altri ricchi se non cambieranno lo sguardo, se non impareranno la pratica dell’attenzione, non troveranno salvezza, perché il loro animo è ostinato e sono incapaci di alzare gli occhi al cielo. Il Signore non vuole che ci trasformiamo per nostro interesse, per paura, ma perché comprendiamo che la vita si gioca nella pratica dell’attenzione e nello slancio d’amore che sostituisce ai banchetti la condivisione fraterna, a partire da ciò che si ha e si è.

 

Annalisa Margarino




29 settembre 2013

Ha rimandato i ricchi a mani vuote

Questa parabola provoca, mette i crisi la nostra coscienza, soprattutto di noi che viviamo nella parte straricca del mondo.

Parla di due uomini un ricco senza nome e un povero Lazzaro

Il ricco senza nome non fa niente di male, non maltratta Lazzaro. Egli non ama e per questo lascia morire.

Un uomo così, pur avendo osservato piamente le leggi sull’elemosina non ha mai vissuto la carità, non si è mai piegato sull’uomo, su qualsiasi uomo.

La sua ricchezza oltre a rubargli il nome gli ha rubato tutti i sogni, i desideri, gli orizzonti e difatti quest’uomo non si pone nemmeno il problema dell’aldilà. Tutto inizia, si compie e finisce nel suo piccolo regno di luccichii e di morte.

Questo ricco è lontano dall’uomo di Dio descritto da Paolo, l’uomo che tende alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza, cerca di raggiungere la vita eterna. Le sue compagne sono infatti solo la stoltezza e l’indifferenza, che lo isolano, lo separano. Il ricco senza nome infatti sta dentro e pensa che il mondo sia tutto ciò che abita quella sua casa, senza accorgersi che quello è solo il suo mondo, non quello che il Padre gli ha affidato in custodia.

Noi siamo quel ricco senza nome.

Il povero Lazzaro ha invece un nome, che il nome dell’amico per cui Gesù ha pianto, sul quale Gesù si è chinato, per il quale ha sfidato il fetore della morte, che lo ha preso per mano e lo ha riaccompagnato nella vita.

La povertà, tema centrale nel vangelo di Luca, permette a Lazzaro di uscire dall’anonimato, gli regala un nome proprio, il suo, non un nome comune qualsiasi, banale e indifferente. Lui che ha subìto l’indifferenza, ora è l’oggetto di un amore totale e personale. La ricchezza, invece, ha relegato all’anonimato e all’indifferenza quel ricco prima riverito e pieno di amici.

Anche lui potrebbe correre un rischio, quello che corriamo spesso anche noi: aspirare ad un cielo in cui inebriarsi dell’umiliazione dei nemici. Se così fosse anche la povertà potrebbe rubarti il nome rendendoti un povero senza nome.

Lazzaro sta fuori, solo, emarginato, col suo desiderio di briciole, le sue piaghe esposte, la sua mano tesa, e la sua insistente presenza lì sulla soglia di quella casa dell’abbondanza.

Luca ci dice che il Padre non è lontano, immerso nel suo mondo celeste. È lì e vede tutto, nota anche le piccole cose, i vestiti dell’uno e dell’altro, ogni particolare della loro condizione di vita. Il Dio Padre rivelato da Gesù Cristo è un Dio incarnato, che guarda con attenzione e interesse la vita dei suoi figli.

La morte, come dice mirabilmente Totò, livella, tira le somme, fa ricominciare tutto da capo, misura quanto si è amato, donato, consolato.

Qui si apre l’abisso della separazione che provoca la richiesta del miracolo.

Il primo miracolo richiesto dal ricco senza nome è quella di una goccia d’acqua. Come può una goccia d’acqua anche solo assopire per un attimo l’arsura di quelle fiamme. Le fiamme della separazione, della presa di coscienza del peccato che ti ha separato dai fratelli e dal Padre. Un vero miracolo, una piccola goccia che ha il potere di creare comunione, un nulla che valica l’abisso.

Ma poi arriva la richiesta di un secondo miracolo, quello di rendere possibile una comunicazione interrotta, di mostrare la vittoria sulla morte. Una richiesta che nasce dal pensiero di quei cinque fratelli, che erano del tutto indifferenti allo stesso ricco senza nome che rappresentano bene gli spensierati di Sion, i sicuri della montagna di Samaria, gli indifferenti alla rovina di Giuseppe, descritti nella prima lettura. Il loro esilio è quell’inferno in cui è immerso il ricco senza nome, quella separazione lacerante dalla comunione col padre.

Perché questa richiesta di miracoli quando ce ne sono fin troppi, ne siamo quasi sommersi?! Certamente non hanno le forme eclatanti delle lacrime o delle guarigioni, sono miracoli quotidiani che i nostri occhi, disabituati allo stupore e alla meraviglia, non riescono più a vedere.

Basterebbe lo sbocciare di una rosa o il sorrido di un bambino per commuovere. Se il tuo occhio non sa cogliere questi che sono i veri miracoli resterà del tutto indifferente anche all’apparire di un morto. I miracoli non servono a far pensare chi è corto di mente , chi è immerso nel mare delle avidità.

Non solo i nostri occhi non colgono i miracoli ma anche le nostre orecchie sono diventate sorde non sanno più ascoltare la voce dei tanti profeti e dei tanti Lazzari di cui la terra è piena. Ascoltateli!!! Dice il Signore in risposta alla richiesta.

 

Il ricco è benedetto da Dio e il povero parimenti maledetto.

Gesù ci dice che queste sono menzogne: Dio non abita nella tasche del ricco senza nome bensì nelle piaghe del povero Lazzaro.

 

Arrigo Anzani


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15 aprile 2012

La Pasqua di Tommaso

Siamo nella Pasqua, nel tempo del Risorto. Gesù è uscito dal suo sepolcro, di nuovo tra i suoi. L’arte paleocristiana spesso rappresenta la fuoriuscita dal sepolcro di Gesù con un’iconografia piuttosto significativa di tanti sepolcri che vengono aperti e tanti corpi liberati. Gesù esce, ma i suoi sono chiusi nel cenacolo.

Se si sfogliano le pagine dei vangeli dedicate alla risurrezione – non a caso poche, perchè la risurrezione è qualcosa di inenarrabile per la sua straordinarietà – emerge questa doppia dinamica di chiusura e apertura.

Il sepolcro si apre. Il Figlio di Dio è risorto. È il tempo dell’esodo di Dio. La morte, chisura definitiva della vita di ciascuno, è vinta per sempre. Mentre il sepolcro si apre, gli apostoli rimangono chiusi nel cenacolo. È la paura della morte vissuta che li trattiene. È la condizione della depressione che rinchiude, isola.

Non è difficile per noi visualizzare la scena degli apostoli chiusi e radunati tra loro, con le porte sbarrate, nel cenacolo. Li vediamo seduti a scambiarsi ogni tanto qualche parola sugli eventi, presi e concentrati nei loro pensieri. Tristi e delusi.

Quando Gesù appare ai suoi dal racconto di Giovanni, sappiamo che Tommaso non c’è. Segno di ribellione, di non rassegnazione e di desiderio di dar seguito alla vita dopo la morte del suo Gesù.

Ci concentriamo sempre sul ritorno di Tommaso e poco sulla sua assenza.

Anche l’allontanamento di Tommaso, un’uscita di fatto, può essere pieno di senso. Tommaso non vuole rimanere chiuso. Non vuole fermare la vita. La rabbia e la delusione sono già tante, perchè fermare anche l’esistenza? Sembra che sia l’unico che non teme di aprire le porte del cenacolo. Gli altri hanno paura. Se aprono quelle porte possono rischiare la vita, può iniziare il tempo della persecuzione e poi si domandano che fare una volta rigettati nella vita. Hanno lasciato le reti, il banco dell’esattoria delle imposte. Che faranno ora?

Tommaso, invece, esce.

Sicuramente lo muove la ribellione, insieme alla rabbia. Non ha fede? Spesso abbiamo concluso così. L’incontro con Gesù ci fa meditare sulla fatica a credere di Tommaso. Non ci viene da pensare che forse più di altri ha colto l’invito pasquale delle donne: “Vi precede in Galilea”.

Tommaso non comprende la logica della risurrezione. Non può, perchè non è afferrabile dalla ragione, ma accoglie l’invito ad uscire, a riprendere il quotidiano, a superare la paura e la depressione. Sembra che il suo sentire sia nel reagire alla morte, sembra dire a se stesso: è morto, ma non può fermarsi tutto qui.

Tommaso sa solo questo, tra rabbia e incomprensioni, ed esce.

Gesù intanto entra, appare ai suoi radunati. Augura pace e dona lo Spirito.

Sono due doni di apertura, di invito ad uscire dai meccanismi di chiusura e di tristezza che li attanagliano.

“Pace a voi” è l’augurio di Gesù ed è il suo invito a liberare paura, angoscia, senso di delusione. È un incoraggiamento a non essere tristi, insieme  al dono dello Spirito che consola e permette di vivere la Pasqua, ovvero il tempo che si apre con il Risorto.

Lo Spirito antepone alla morte del Figlio la vita nel Figlio.

Mentre Gesù porta pace e dona lo Spirito ai suoi, Tommaso è per le strade. Probabilmente non parla. Tace e si guarda attorno. Per uscire dalla dinamica di paura e morte, per abbandonare lo stato di lutto, bisogna innanzitutto riaprire gli occhi e osservare. Forse al movimento degli occhi si accompagna quello del cuore che si domanda il significato di quel momento e come fare a stanare i suoi compagni.

Torna. Gli dicono che Gesù è risorto. Lui lo sa. Aveva già sentito le donne, le prime che sono uscite dalla depressione.

Non crede che gli altri l’abbiano visto. Non può. Non è umanamente possibile. Risurrezione in quel momento per lui significa semplicemente reazione. In quelle parole coglie il desiderio di reagire, di uscire. Gli sembrano parole illusorie per consolarsi. Lui pensa di avercela fatta, anche senza vederlo. Lui pensa che vivere secondo la logica della risurrezione significhi uscire, aprire le porte del cenacolo, farsi forti.

Non crede nelle consolazioni di Dio. Non crede, finchè il Figlio di Dio risorto non gli appare davanti. Stravolgimento di ogni umana ragione.

Gesù conosce Tommaso e sa che lui ha bisogno di segni concreti, di tangibilità.

In fondo, è il primo a uscire dal cenacolo, a vivere da uomo della Pasqua, ma è l’ultimo dei suoi ad accogliere l’annuncio di Cristo risorto.

Lo accoglierà vedendo i segni dei chiodi, conferma di quell’amore che Tommaso sente e custodisce e che gli fa esclamare la più grande professione di fede della storia: “Mio Signore e mio Dio!”.

Si potrebbe e si deve riflettere in questo contesto sul rapporto tra credere e vedere, ma forse è bene anche meditare sulla fede implicita di questo apostolo che, pur non sapendo, vive la logica della risurrezione fino a quel riconoscimento pieno, a quella professione di fede e a quel rapporto rinnovato: “Mio Signore e mio Dio!”.

Siamo come Tommaso ogni volta che viviamo e rompiamo i sepolcri della nostra esistenza, vivendo secondo la logica del Risorto. Viviamo come Tommaso ogni volta che il vivere dichiara e grida, pur non sapendo, che la morte non è l’ultima parola e che ci è chiesta una capacità di riapertura, anche quando non capiamo e non si colgono ancora i segni del Risorto.

Tommaso crede perchè vede, è vero, ma crede anche perchè riconosce un linguaggio noto, il linguaggio di Dio ed è pronto a rispondere alla più bella dichiarazione d’amore.

Pasqua, allora, per lui non sarà solo saper uscire dal cenacolo, ma incarnare il Vangelo d’amore nell’esistenza e proclamare la fede nel suo Dio di salvezza.

La morte è vinta per sempre per lui.

 

Annalisa Margarino



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