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18 ottobre 2015

Il posto sicuro

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Il Vangelo della XXIX domenica del tempo ordinario ci mette di fronte a tematiche importanti, quali il bisogno umano di potere e dominio, il bisogno di garanzia di salvezza e gloria, il tema del servizio, il farsi ultimi e, non ultimo, lo sbilanciamento tra i piani di Gesù e i piani dell’uomo.

Giacomo e Giovanni, apostoli di Gesù, che lo seguivano con amore e fedeltà, si rivolgono a Gesù con una domanda precisa, quasi perentoria: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Non c’è nulla di allusivo, niente di inespresso. I due hanno una richiesta ben precisa: la salvezza e la gloria. Non vogliono fare parte della vita celeste, ma vogliono una collocazione nella vita celeste. È una domanda che riappacifica anche gli eventuali conflitti terreni tra i due fratelli, vogliono sistemarsi uno alla destra e l’altro alla sinistra di Gesù. Come nel vangelo di domenica scorsa siamo nuovamente messi di fronte al bisogno di sentirsi a posto, di avere garanzie di salvezza e gloria. Se ci fermiamo un attimo a pensare, è anche un modo per non soffermarsi sul momento presente, sul qui e l’ora. Che vita è una vita che ha garantita la salvezza e i posti in cielo? Che vita è una vita che “sistemata” nell’aldilà? Che vita di fede è una vita che si garantisce il posto in Paradiso, tenuto conto che nella ‘casa del Padre suo ci sono molti posti’?

Giacomo e Giovanni camminano con Gesù, credono che davvero egli è il Figlio di Dio e, in cambio della loro fedeltà, della loro sequela, del loro essergli amici hanno una domanda pienamente umana. Chi non rivolgerebbe una domanda simile?

Gesù, però, non è l’uomo delle garanzie. Dà una risposta breve e diretta: sedere nella gloria è possibile se si beve il mio calice e se si è battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato, ma non è possibile nemmeno per me concedere il sedere alla mia destra e alla mia sinistra.

Fa andare oltre il discorso Gesù. Sa che la debolezza e la fragilità umana sono costituzionali, sa che per noi uomini basta poco per partire per la tangente del prestigio e della forza. Forse Giacomo e Giovanni nel profondo erano pronti a gloriarsi, ad innalzarsi, invece si trovano di nuovo davanti alla cruda realtà della Passione. Chi vuole seguire Gesù deve bere il suo calice e ricevere il suo battesimo, deve patire, partecipare della sua Passione che non è addossarsi la Croce a tutti i costi, ma sentire con Gesù, partecipare del suo stare nel mondo e del suo farsi carico.

Non è la gloria che ci rende discepoli di Cristo, non è la garanzia di un posto sicuro che ci fa essere cristiani, la vita futura è tutta una scommessa, ma è proprio la dimensione del qui ed ora che ci rende fratelli di Cristo.

Gesù ribadisce la dimensione cristiana del farsi servi e del dare la vita in conclusione a questo dialogo tra lui, Giacomo e Giovanni e gli altri discepoli che nel frattempo intervengono. Perché intervengono gli altri discepoli in un dialogo che dovrebbe riguardare semplicemente Gesù e gli altri due? Apparentemente potrebbe essere perché hanno compreso che la garanzia dei posti, in Cielo e sulla terra, non è Vangelo, perché hanno in cuore la gratuità della sequela? E se invece non fosse così? Non potrebbe essere forse che gli altri apostoli temono la supremazia di Giacomo e Giovanni? O semplicemente non potrebbe essere che anche loro vogliono farsi vedere a posto davanti a Gesù, garantendosi, così, implicitamente il posto sicuro?

Gesù li ascolta, li segue e sente di doverli mettere di fronte alla sua verità sulla sequela: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

La vita in Cristo non è dominio, ma servizio. La vita in Cristo non è oppressione, ma servizio. La vita in Cristo non è nel primeggiare, ma nel farsi servi. La vita in Cristo è, in sintesi, nell’agape.

Il cristianesimo che è religione di speranza, di salvezza, senza dubbio, ma soprattutto di servizio.

Questo passo del Vangelo è utile per la revisione della propria vita famigliare, lavorativa, comunitaria, di relazione in generale.

Quante volte, anche benignamente, senza evidenti desideri di prestigio e di potere, ci facciamo padroni, dominatori dell’altro, invece che suoi fratelli, servitori?

Quante volte chi ha responsabilità, vive tale responsabilità come motivo di prestigio, anziché come prendersi cura dell’altro, del qui ed ora?

E quante volte chi non ha alcuna responsabilità, invece di farsi ugualmente carico della vita, vive con invidie e gelosie i ruoli dell’altro?

Quante volte l’altro che ha fatto qualche passo in più rispetto a me, mi fa problema e mi impedisce di accostarmi a lui come fratello?

E quante volte, infine, i nostri gesti quotidiani sono garanzia per un posto in cielo?

Sono tutte domande scomode che quella sera probabilmente, contestualizzate, Gesù rivolse ai suoi apostoli. Oggi, con questo passo del Vangelo, le rivolge a noi.

 

Annalisa Margarino


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8 ottobre 2015

Il 'di più' che salva

Chi può essere salvato?

Questa è la domanda della XXVIII domenica del tempo ordinario ed è la domanda dell’uomo religioso di ogni tempo e appartenente a ogni confessione religiosa.

Quante volte, anche noi, nei nostri ragionamenti interiori non ci siamo detti “Se non faccio così, non mi salvo”?

La salvezza è il nostro orizzonte.

È tanto lontana dalla nostra logica quella dell’uomo che in Mc 10, 17-27 si avvicina a Gesù: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”.

È una domanda che chiede rassicurazione, sicurezza, istruzioni d’uso.

Il Regno di Dio, però, non dà istruzioni d’uso, ma cerca disposizioni del cuore.

Gesù sa che l’uomo che ha di fronte segue alla lettera i comandamenti e le prescrizioni della legge del tempo. Non sta ponendo quella domanda per aprirsi ad una novità di vita, ma per sentirsi a posto, sulla strada giusta.

Quante volte anche noi ripassiamo periodicamente tutte le nostre azioni per sentirci a posto, in ordine, senza vuoti e mancanze.

C’è questo strano bisogno nell’essere umano di sentirsi in ordine. I cammini, soprattutto, se ardui, impegnativi e motivo di interlocuzione spaventano, spiazzano.

Il Vangelo spiazza.

Gesù, dopo aver elencato i comandamenti e dopo la risposta pronta dell’uomo: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”, lo fissa in modo amoroso. Sa che serve un di più. Occorre sempre un di più nella vita di ciascuno.

E allora pone la domanda che mette di fronte alla radicalità evangelica: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”,

Il Vangelo racconta che l’uomo si fece scuro in volto e se ne andò via rattristato, perché possedeva molti beni.

Va’, vendi, dai… sono i tre verbi che usa Gesù di fronte alla nostra presunzione di essere a posto, ormai arrivati.

Va’, perché la strada non ha mai fine, perché siamo continuamente in cammino.

Vendi ciò che hai, non trattenere nulla per te, perché tutto ciò che hai ti è affidato, non è tuo. Vendi ciò che hai perché sarai salvo solo nel momento in cui non ti sentirai proprietario di parti di mondo, ma custode, affidatario.

Da’ perché la vita cresce dividendosi. Da’ perché riconosci l’abbondanza di ciò che hai, da’ perché il cuore è grato di ciò che porta dentro.

Questo è il di più.

Mai come in questo tempo di crisi questo Vangelo chiede di essere letto invitandoci a riflettere sul rapporto con le nostre ricchezze personali e la gestione della nostra economia. È un’economia condivisa? Sappiamo vivere secondo la logica della condivisione? Ci ricordiamo della cura del creato che non è nostro, ma che ci è affidato?

Al tempo stesso, è bene andare oltre i beni materiali. La ricchezza che spesso ostacola è la pienezza di sé, l’eccesso del sé. “Io so, io sono, io voglio, io sono capace, io sono buono…” Quanti io sulla nostra bocca! Quanto autocentramento.

Come ci salviamo? Decentrandoci. Andando, donando e dividendo. Sono tutti movimenti decentrati, che ci portano oltre, verso il di più.

La domanda “Chi può essere salvato?”, a quel punto viene meno perché l’oggetto del nostro interrogare non sarà più solo la nostra vita futura, ma il qui e ora condiviso, di tutti.

Va’ dove non sai, vendi quello che hai, dallo a chi non ce l’ha… avrai un tesoro in cielo. Dimentichiamo sempre queste ultime affermazioni di Gesù, come dimentichiamo la logica delle beatitudine che a ogni stato promettono uno stato di felicità e pienezza.

Come ci possiamo salvare? Se in ogni nostro pensare, agire, momento del vivere mettiamo il ‘di più’.

In genere la prima lettura fa da cornice al Vangelo. Per questa domenica ancora più cornice viene fatta dalla seconda lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei (Eb 4,12-13):


La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.


Chissà? Sappiamo che la Lettera agli Ebrei è la stesura scritta di un'omelia... forse l'omileta, mentre parlava, aveva in mente anche la domanda sulla salvezza. Sicuramente ci mette di fronte a una grande verità: nessuna creatura può rimanere nascosta e tutti siamo nudi davanti a Dio. Qui si misura il nostro 'di più' che dimora nel profondo del cuore. 

 

Annalisa Margarino


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permalink | inviato da sognandoemmaus il 8/10/2015 alle 19:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



28 giugno 2015

Per tutti


Il Vangelo della XIII domenica del tempo ordinario colma di tenerezza.

La speranza contro ogni speranza delusa, la cura contro ogni speranza delusa.

I verbi che dominano in Mc 5,21-43 sono supplicare e toccare.

Gesù viene cercato, supplicato, toccato e ringraziato. Gesù incontra, ascolta, cura, guarisce, dà salvezza.

La lettura breve, probabilmente quella più letta per comodità durante la liturgia, non incastona due miracoli compiuti da Gesù e non mostra, pertanto, la diversità delle dinamiche per ottenere la salvezza.

I miracoli che vengono raccontati, infatti, in questo passo del Vangelo di Marco sono due: la ‘risurrezione’ della figlia di Giairo e la guarigione dell’emorroissa.

Comune è l’andare da Gesù, ma diverso è il movimento.

Giairo vede Gesù e gli si getta ai piedi per supplicarlo con insistenza. La donna che soffre, invece, di continui flussi di sangue da dodici anni, tra la folla tocca il mantello di Gesù, non lo chiama, non lo supplica…

Sono due moti dell’animo diversi, sono due atteggiamenti di preghiera ed invocazione differenti che, però, esprimono fede.

L’uomo sa che da Gesù sua figlia può ottenere la salvezza, la donna spera che, anche solo toccando Gesù, possa guarire. La preghiera del capo della sinagoga è una richiesta insistente, che esprime urgenza, la preghiera della donna è una richiesta delicata, silenziosa, un affidarsi: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». Mi soffermo, in particolare, sull’incontro salvifico con la donna.

È una manifestazione di speranza, un sapere che viene dalla fede, un conoscere Gesù nell’interiorità. Il pensiero di questa donna non è un pensiero magico, come si potrebbe pensare, ma è un pensiero che viene dalla sua fede, da un atteggiamento di riconoscimento. È un riconoscimento di Gesù come la speranza contro ogni speranza delusa. È il tenere a mente, dentro di sé, che Dio non è per la morte, ma per la vita. È un atteggiamento sapienziale:

Dio non ha creato la morte

e non gode per la rovina dei viventi.

Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano;

le creature del mondo sono portatrici di salvezza,

in esse non c’è veleno di morte,

né il regno dei morti è sulla terra.

La donna sa e tocca Gesù. Colpisce moltissimo questo verbo. Quante volte facciamo fatica a ‘toccare’, perché toccare significa entrare in relazione profonda, ancora di più quanta fatica facciamo a ‘toccare’ il divino. Si ha paura di sporcarlo, renderlo impuro, contaminarlo, quasi di compiere un sacrilegio. Così, nel mondo ebraico, era e così è per noi.

Una donna con perdite di sangue doveva purificarsi continuamente, non poteva accedere al tempio ed era costretta ad un isolamento sociale che la teneva lontano da tutti. Se si legge il capitolo 12 del Levitico sono impressionanti le restrizioni che venivano date alle donne durante il ciclo mestruale o dopo il parto. E tra le disposizioni date c’era quella di stare lontano da oggetti e ancora di più da uomini che potevano essere contaminati.

La paura della contaminazione era, pertanto, una costante. Chi veniva colto disobbedire a queste norme veniva svergognato.

La donna, quindi, oltre che essere speranzosa, portatrice di fede grande, è anche coraggiosa. Si fa largo in una folla. Impura tra puri, si potrebbe dire. Ma probabilmente dentro di sé sa che le categorie di Dio sono altre e che Gesù avrebbe sentito solo la sua sofferenza di anni e la sua fede.

Immagino la scena: tanta folla, una donna che cerca Gesù, si fa largo, andando contro ogni regola imposta, e sfiora il mantello di Gesù. Lei impura tocca il Figlio di Dio. Lei che non può assolvere ai riti religiosi tocca Gesù. È il ribaltamento di ogni logica che osserva Gesù. Si sente toccare da una donna piena di fede, da una donna che ha capito che non c’è solo il culto del tempio e che la vita non si divide in puro ed impuro, degno ed indegno, da una donna che sa che Gesù vuole l’incontro, desidera lasciarsi toccare.

Forse non sarà un accostamento esegeticamente appropriato, corretto, ma mi vengono in mente le nostre Eucaristie. Quante volte non ci accostiamo per paura di non essere degni di accogliere Gesù. E se pensassimo che in quel momento non siamo noi che accogliamo Gesù, ma è lui che si fa spazio in noi? Quante volte non usiamo le nostre mani per ricevere il corpo di Cristo, come se le nostre mani fossero sporche dal nostro vivere, lavorare, stare nella vita? Gesù, invece, vuole lasciarsi toccare, contro ogni speranza delusa, vuole abitare anche quegli spazi disillusi.

L’emoroissa, così, nella XII domenica di questo tempo ordinario deve diventarci maestra, maestra di incontro, di fede e di speranza, maestra di agape. Ci insegna che nel Tempio-Cristo non ci sono limiti, confini, emarginazioni e che l’offesa più grande che gli si può fare è considerarlo non abbastanza santo per poterci incontrare così come siamo. La fede non deve limitare, chiudere, appesantire, ma aprire varchi. Se toccheremo, saremo toccati; se spereremo, saremo salvati; se non limiteremo Dio, impareremo finalmente le logiche dell’Agape.

Annalisa Margarino




23 novembre 2014

Ci giudicheranno i poveri

Ultima domenica dell'anno liturgico, tempo di sintesi e di apertura a un nuovo percorso.
Mi ha sempre colpito pensare che l'anno liturgico termina prima dell'Avvento.
Questo implica che nella vita cristiana l'inizio è nel cammino verso l'incarnazione.

E anche il Vangelo di questa domenica in cui la Chiesa ricorda per tradizione la solennità di Nostro Signore Cristo re dell'Universo, il Vangelo ci mette chiaramente davanti agli occhi i principi dell'incarnazione.
Alla fine dei tempi saremo giudicati sull'amore. E a giudicarci, verbo che non amiamo molto, meglio dire ad attenderci saranno i poveri.
L'elenco delle sette opere di misericordia è esplicativo.
Non saremo interpellati sul nostro rigore morale, nè sulla nostra testimonianza, tanto meno sulla nostra irreprensibilità di vita, ma sui nostri gesti.
Saremo tra i giusti, aggettivo che invece mi piace usare, perchè indica coloro che hanno vissuto secondo la giustizia di Dio se avremo dato da mangiare a chi aveva fame, se avremo dato da bere a chi aveva sete, se avremo vestito coloro che sono nudi, se avremo visitato carcerati e ammalati e se avremo accolto lo straniero.
Sono parole che ci fanno tremare, perchè nessuno è pronto davanti ai poveri e alla gratuità dell'accoglienza.
Non amiamo mai abbastanza l'altro per sentirci a posto e le istanze dell'altro non sono mai esaurite.
Smetteranno i poveri di bussare alle nostre porte? Smetteranno mai di essere la grande provocazione di Dio?
E loro saranno lì, al fianco di Dio, a guardarci negli occhi. Forse non saremo condannati, ma ci ricorderanno le volte in cui ci siamo autodispensati da atti d'amore.
Mi piace inoltre che l'elenco inizi con due esigenze di tutti, poveri e no: mangiare e bere.
Nessuno è senza fame e nessuno è senza sete. Forse in questo tempo, oltre a soffermarci sulle opere di misericordia, sarebbe opportuno interrogarsi su qual è la fame e la sete preponderante e che cosa può saziare e dissetare il mondo.
Allo stesso tempo, i poveri, gli stranieri e i prigionieri saranno un monito costante ad allargare sguardi e braccia.
La prossima domenica inizia il cammino verso il Natale, festa dell'incarnazione del Signore, ma oggi, a conclusione dell'anno liturgico, un passo del Vangelo ci ricorda che anche il giudizio finale avrà come criterio l'amore per l'umano, l'essere fatto di carne e che la fine dei tempi avverrà, forse, quando tutti saremo dissetati, saziati, vestiti e ospitati, oppure, quando Dio sarà stanco di vedere le nostre istanze non soddisfatte. Queste ultime righe sono fantasie esegetiche, non sappiamo quando verrà quel momento, ma vogliono essere anche un invito a non dimentare mai le grida del mondo, del qui e ora e ad accorgerci di chi ha fame e sete, di chi è nudo, di chi è straniero, ammalato e in prigione.
Non occorre essere nudi, senza vestiti, poveri disgraziati, affamati e digiuni. A volte il povero è accanto a noi e noi non lo riconosciamo.
Il vangelo di oggi invece ci sprona a riconoscere chi ci è accanto.

Annalisa Margarino




17 novembre 2013

L'apocalisse di Luca

Il vangelo di oggi ci ha proposto la cosiddetta grande apocalisse di Luca.

Apocalisse, sappiamo, non significa distruzione, bensì rivelazione di una cosa ignota, rivelazione del senso profondo del presente.

Così la liturgia oggi ci vuole invitare a scrutare sapientemente il nostro presente alla luce delle letture che abbiamo ascoltato.

Il tempio e i tempi di cui esse ci parlano non riguardano solo l’escatologia e nemmeno i contesti cui si riferivano Luca, Paolo o Malachia.

Quel tempio e quei tempi parlano a noi oggi.

I conflitti decritti da Luca, le guerre e le rivolte che ancora viviamo oggi  fanno parte del vecchio mondo che si ritempra nella morte, sono il frutto marcio della ricerca di potere , il marchio di appartenenza alla morte.

Si va verso il Fine e non verso la fine, e l’inizio e il termine del mondo è il Padre:

Colui che si affida al Padre non si fida dei falsi profeti, non segue le efficaci e potenti lusinghe della bestia e del suo addetto alla propaganda: “Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, contro Dio, il suo nome, la sua dimora: Fa guerre, ha tutto il potere e tutti gli abitanti della terra la adorano. (Ma senza l’altra bestia questa non avrebbe potere). Essa costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia operando grandi prodigi seducendoli e costringendoli ad adorare una statua della bestia”.

Bestia, anticristo, termini che sembrano distanti, lontani, appartenenti ad una letteratura mitologica d’altri tempi e invece si rivelano oggi di estrema attualità

L’uomo e la donna, allora come oggi, si lascia guidare dalla paura piuttosto che dalla fiducia nel Padre, cerca principalmente di salvare la pelle cade velocemente nella rete della bestia che lo porta a rinnegare, tradire (Paolo), tentando un’impossibile autosalvezza.

Come suggerisce padre Vannucci, l’anticristo, i falsi profeti, la bestia assume tre forme attuali:

l’edonismo: la bramosia del benessere, l’avidità di guadagno, il pingue pascere e il tranquillo dormire

la paura: dell’uomo, dell’aria, delle persecuzioni, del diverso, dell’amore sovrabbondante e folle di Dio.

Fanatismo religioso: uomini che combattono altri uomini nel nome di Dio, mani di sacerdoti che benedicono armi omicide.

 

Quando siamo schiavi della ricchezza, sia che siamo poveri oppure il quarto uomo più ricco del mondo, sappiamo che essa è pula che verrà spazzata via. Le pietre ammirate cadranno e il tempio definitivo avrà per base la pietra angolare, scartata, irrisa, messa da parte.

I doni votivi svaniranno, verranno bruciati nel forno, mentre il dono della vedova renderà gloria a Dio.

I figli di Dio non sono oziosi, mantenuti, di peso, sfaticati, disordinati, agitati; mangiano il proprio pane, lavorando in pace (Tess), sono pazienti e attenti a non essere ingannati.

Quando ogni azione è mossa dalla paura di perdere i nostri privilegi e dal terrore della morte noi sappiamo che la vita va oltre.

Quando il fanatismo ci porta a violare la vita e la dignità dell’altro, a separarci sappiamo che la fede unisce, pone in comunione, perché i figli di Dio, sono i cultori del suo nome (Mal) custodi fedeli, in certo senso curatori di quel nome, Padre, rivelato da Gesù, per essi sorgerà il sole di giustizia, la luce della vita.

Noi siamo sulla via, nel mezzo, conviviamo con l’uno e con l’altro.

La coscienza cristiana ci suggerisce che quello che è mio non è mio, ma di chi ha bisogno (le tasse che agevolano i ricchi);

quello che io so non lo so per me ma per comunicarlo a chi non sa (medicine, scoperte tecnologiche);

quello che possiedo lo possiedo per distribuirlo (l’iniqua finanza).


Arrigo Anzani


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29 settembre 2013

Il ricco e la pratica dell'attenzione

La parabola (Lc 16, 19-31) della XXVI domenica del tempo ordinario può essere letta a vari livelli. Sicuramente la chiave immediata di lettura è quella sulla ricchezza e la povertà e sulla differenza tra il destino di coloro che hanno avuto tutto e coloro che sono stati privati di tutto in vita, se non il nome.

Tra le diverse sfumature della parabola colpisce il cuore del ricco.

Ha vissuto tutta la sua vita tra banchetti, senza accorgersi del povero Lazzaro e delle sue piaghe, gozzovigliando e senza preoccupazione.

Lazzaro attende alla porta del ricco. Non viene detto altro di lui, se non che alla sua morte viene portato dagli angeli accanto ad Abramo. Forse, nel corso della sua esistenza, questa era la sua attesa, la sua consolazione, la sua speranza.

Il ricco muore e viene sepolto.

Il cielo e la terra. Sono le due dimensioni con cui hanno vissuto. Lazzaro, nella fame e nel dramma della povertà, probabilmente alzava gli occhi al cielo, il ricco, sfamandosi, festeggiando e banchettando, aveva come attenzione i vestiti di porpora e lino e i suoi lauti banchetti: la terra.

Siamo chiamati ad amare la terra, ma qui per terra si intende la materialità, l’immediatezza della vita, il qui e ora.

Il ricco non ascolta Lazzaro e non ascolta nemmeno il proprio cuore, la propria interiorità, non si pone domande sull’orientamento del proprio esistere. Il pensiero del valore della vita non lo sfiora. Vive l’istante.

Muore. Viene sepolto e vive il senso della condanna, tra tormenti, sensi di colpa, solitudine. La fiamma da cui cerca consolazione possiamo intenderla come la fiamma del rimorso o, se si prosegue la lettura, della solitudine, dell’abbandono, del vuoto vissuto.

Dopo aver domandato che Lazzaro gli bagni le labbra, cosa impossibile perché dopo la morte la distanza che separa ‘ricchi’ e ‘poveri’ è incolmabile, domanda ad Abramo che Lazzaro vada ad avvisare i suoi parenti.

La risposta di Abramo è netta, chiara: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.

Apparentemente possiamo cogliere la durezza di Abramo. Possibile che il ricco non ha redenzione? Possibile che non c’è occasione di ritorno?

Non è così. Non c’è possibilità di ritorno per il cuore di questo ricco che pecca nella pratica dell’attenzione a cui non è abituato. La sua, infatti, non è una richiesta d’amore, d’attenzione, di cura, ma una richiesta dettata dalla paura, dal senso di colpa, dal timore che questo giudizio impietoso ricada anche sui suoi familiari.

Nessuna conversione di cuore per il ricco, abituato a guardare al proprio interesse, anche da morto.

Nessuna ascolto dell’interiorità nel ricco, anche da morto, travolto dalla paura, dal senso di colpa, dall’egoismo. Non si preoccupa di comprendere cosa gli sia accaduto, non si domanda il perché della sua sorte, ma rimane chiuso nella sua dimensione materiale. Prima amava i lauti banchetti, ora odia le fiamme degli inferi, ma non riesce comunque a vivere la pratica dell’attenzione, non riesce a portare in sé uno sguardo diverso, dettato dalla legge di Dio, trasmessa da Mosè e i profeti, che è amore e, prima di tutto, relazione.

Per questo anche gli altri ricchi se non cambieranno lo sguardo, se non impareranno la pratica dell’attenzione, non troveranno salvezza, perché il loro animo è ostinato e sono incapaci di alzare gli occhi al cielo. Il Signore non vuole che ci trasformiamo per nostro interesse, per paura, ma perché comprendiamo che la vita si gioca nella pratica dell’attenzione e nello slancio d’amore che sostituisce ai banchetti la condivisione fraterna, a partire da ciò che si ha e si è.

 

Annalisa Margarino




29 settembre 2013

Ha rimandato i ricchi a mani vuote

Questa parabola provoca, mette i crisi la nostra coscienza, soprattutto di noi che viviamo nella parte straricca del mondo.

Parla di due uomini un ricco senza nome e un povero Lazzaro

Il ricco senza nome non fa niente di male, non maltratta Lazzaro. Egli non ama e per questo lascia morire.

Un uomo così, pur avendo osservato piamente le leggi sull’elemosina non ha mai vissuto la carità, non si è mai piegato sull’uomo, su qualsiasi uomo.

La sua ricchezza oltre a rubargli il nome gli ha rubato tutti i sogni, i desideri, gli orizzonti e difatti quest’uomo non si pone nemmeno il problema dell’aldilà. Tutto inizia, si compie e finisce nel suo piccolo regno di luccichii e di morte.

Questo ricco è lontano dall’uomo di Dio descritto da Paolo, l’uomo che tende alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza, cerca di raggiungere la vita eterna. Le sue compagne sono infatti solo la stoltezza e l’indifferenza, che lo isolano, lo separano. Il ricco senza nome infatti sta dentro e pensa che il mondo sia tutto ciò che abita quella sua casa, senza accorgersi che quello è solo il suo mondo, non quello che il Padre gli ha affidato in custodia.

Noi siamo quel ricco senza nome.

Il povero Lazzaro ha invece un nome, che il nome dell’amico per cui Gesù ha pianto, sul quale Gesù si è chinato, per il quale ha sfidato il fetore della morte, che lo ha preso per mano e lo ha riaccompagnato nella vita.

La povertà, tema centrale nel vangelo di Luca, permette a Lazzaro di uscire dall’anonimato, gli regala un nome proprio, il suo, non un nome comune qualsiasi, banale e indifferente. Lui che ha subìto l’indifferenza, ora è l’oggetto di un amore totale e personale. La ricchezza, invece, ha relegato all’anonimato e all’indifferenza quel ricco prima riverito e pieno di amici.

Anche lui potrebbe correre un rischio, quello che corriamo spesso anche noi: aspirare ad un cielo in cui inebriarsi dell’umiliazione dei nemici. Se così fosse anche la povertà potrebbe rubarti il nome rendendoti un povero senza nome.

Lazzaro sta fuori, solo, emarginato, col suo desiderio di briciole, le sue piaghe esposte, la sua mano tesa, e la sua insistente presenza lì sulla soglia di quella casa dell’abbondanza.

Luca ci dice che il Padre non è lontano, immerso nel suo mondo celeste. È lì e vede tutto, nota anche le piccole cose, i vestiti dell’uno e dell’altro, ogni particolare della loro condizione di vita. Il Dio Padre rivelato da Gesù Cristo è un Dio incarnato, che guarda con attenzione e interesse la vita dei suoi figli.

La morte, come dice mirabilmente Totò, livella, tira le somme, fa ricominciare tutto da capo, misura quanto si è amato, donato, consolato.

Qui si apre l’abisso della separazione che provoca la richiesta del miracolo.

Il primo miracolo richiesto dal ricco senza nome è quella di una goccia d’acqua. Come può una goccia d’acqua anche solo assopire per un attimo l’arsura di quelle fiamme. Le fiamme della separazione, della presa di coscienza del peccato che ti ha separato dai fratelli e dal Padre. Un vero miracolo, una piccola goccia che ha il potere di creare comunione, un nulla che valica l’abisso.

Ma poi arriva la richiesta di un secondo miracolo, quello di rendere possibile una comunicazione interrotta, di mostrare la vittoria sulla morte. Una richiesta che nasce dal pensiero di quei cinque fratelli, che erano del tutto indifferenti allo stesso ricco senza nome che rappresentano bene gli spensierati di Sion, i sicuri della montagna di Samaria, gli indifferenti alla rovina di Giuseppe, descritti nella prima lettura. Il loro esilio è quell’inferno in cui è immerso il ricco senza nome, quella separazione lacerante dalla comunione col padre.

Perché questa richiesta di miracoli quando ce ne sono fin troppi, ne siamo quasi sommersi?! Certamente non hanno le forme eclatanti delle lacrime o delle guarigioni, sono miracoli quotidiani che i nostri occhi, disabituati allo stupore e alla meraviglia, non riescono più a vedere.

Basterebbe lo sbocciare di una rosa o il sorrido di un bambino per commuovere. Se il tuo occhio non sa cogliere questi che sono i veri miracoli resterà del tutto indifferente anche all’apparire di un morto. I miracoli non servono a far pensare chi è corto di mente , chi è immerso nel mare delle avidità.

Non solo i nostri occhi non colgono i miracoli ma anche le nostre orecchie sono diventate sorde non sanno più ascoltare la voce dei tanti profeti e dei tanti Lazzari di cui la terra è piena. Ascoltateli!!! Dice il Signore in risposta alla richiesta.

 

Il ricco è benedetto da Dio e il povero parimenti maledetto.

Gesù ci dice che queste sono menzogne: Dio non abita nella tasche del ricco senza nome bensì nelle piaghe del povero Lazzaro.

 

Arrigo Anzani


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permalink | inviato da sognandoemmaus il 29/9/2013 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



25 agosto 2013

Meditando ancora sulla porta stretta. Alleggerire l'anima

Le persone un po’ in carne sanno che non è sempre facile passare per spazi stretti e attraversare per porte, antri scomodi, strettoie. Spesso bisogna rinunciarci o aspettare che la cura dimagrante faccia il suo effetto.

Lo stesso vale se abbiamo un carico con noi, come uno zaino, una borsa ingombrante, dei sacchi… tante volte siamo costretti a depositarli a terra, prenderli uno ad uno dopo essere passati in mezzo a piccoli spazi, altre volte dobbiamo cambiare strada.

Anche le persone alte a volte devono abbassarsi per attraversare porte o ingressi troppo bassi per loro.

La vita ci domanda di rinunciare a fare certi passaggi oppure di prendere la forma giusta.

A volte dobbiamo piegarci, altre volte strisciare, altre volte scavalcare staccionate, altre volte metterci di fianco e inventare posizioni inusuali.

Questa immagine ci permette di comprendere meglio il passaggio della porta stretta che ci invita a fare il Vangelo. Dobbiamo alleggerirci.

Nessuna dieta dimagrante, ma una dieta che ci conduca a stili di vita più essenziali, meno formali, ma più autentici.

Se non è facile passare per spazi fisici stretti e spesso siamo costretti a prendere forme e posizioni strane, soprattutto ad abbassarci, chinarci, snellirci, altrettanto impegnativo è entrare nel Regno.

Il Vangelo è chiaro. Non è questione di formule. Non è questione di norme. Non è questione di rigore. Molti, in forma, non riescono ad entrare per la porta stretta.

Siamo invitati ad abbandonare i pesi sullo stomaco, ovvero tutti i giudizi, i preconcetti, le supposizioni, le critiche e i commenti negativi che spesso buttiamo sugli altri.

Siamo chiamati ad abbandonare i pesi sulle spalle, ovvero tutte quelle sovrastrutture che gravitano sulle nostre esistenze. Gli ossequi, le regole, le formalità non sono criterio adeguato per accedere al Regno.

Siamo invitati a lasciare i pesi dell’anima, ovvero le paure, le fobie, le angosce, le ansie, i fantasmi, le illusioni e le delusioni per un’anima più leggera abitata da fiducia e speranza.

Passare per la porta stretta significa anche avere mani libere per poter accogliere gli altri e essere disposti a prendere i loro pesi in eccesso.

Tra un varco largo e facile da attraversare e una strettoia, quasi tutti passerebbero per lo spazio più semplice da percorrere. Ma quale paesaggio ci attende oltre? Vale la pena dimagrire, alleggerirsi, togliere di dosso pesi, se attraversata la soglia il paesaggio che ci attende è luminoso, vasto, di maggior respiro.

Anche questo sa chi ha qualche chilo di troppo! Leggeri si sta meglio.

La porta stretta diventa così un’immagine a cui tendere in ogni momento della nostra vita. Non è preclusione per nessuno. Quante volte abbiamo letto questa pagina interpretandola come una salvezza destinata a pochi. È invece invito a considerare i pesi che mettiamo nella nostra e altrui vita. Per tutti c’è una porta stretta d’attraversare, secondo criteri diversi dalla norma, dalla regola e dal rigore. È la porta stretta dell’amore, quella che hanno attraversato i patriarchi e i profeti. Sono andati, si sono esposti, hanno vissuto una radicale esperienza di esposizione alla vita e non hanno avuto timore di attraversare strettoie.

La porta stretta allora si fa invito alla responsabilità, al fare spazio dentro di sé per l’unica legge di Dio, l’amore. La porta stretta si fa allora accesso al riconoscimento della via di salvezza aperta da Cristo. Quanti si salvano? Gesù non risponde direttamente a questa domanda, ma invita a rivolgere lo sguardo innanzitutto alla coscienza di ciascuno. Non è un invito all’individualismo, ma semplicemente a non sostituirci a Dio. La salvezza è una questione universale, perché vivere da salvati ci invita a uno sguardo d’amore sul Regno, ma è anche questione personale perché nessuno è esente dal farsi responsabile del Regno di Dio e nessuno è esente dal rispondere alla chiamata all’amore.

 

Annalisa Margarino




24 agosto 2013

La porta stretta del cuore

“Vado a messa ogni domenica, sono un buon cristiano”.

“Ho dato l’elemosina a un povero che insisteva, ho fatto il mio dovere”.

“Mi confesso spesso, a differenza dei più”.

“Sono in regola. Non vado contro ciò che dice la Chiesa”.

 

Sono alcune delle espressioni comuni che spesso pronunciamo e sentiamo ripetere. Espressioni che ci mettono al riparo, che ci fanno sentire a posto in coscienza.

Quante parole ripetiamo dentro di noi o con le persone che ci sono accanto per autogarantirci la salvezza.

Quante volte, non partecipando a una messa domenicale, ci siamo sentiti dentro il rimorso, non tanto perché abbiamo mancato ad un appuntamento importante per noi, ma perché non abbiamo rispettato un dovere che ci garantisce un’eventuale salvezza?

Quante volte ci siamo preoccupati del nostro essere ‘puri’, del nostro essere ‘a posto’, del nostro essere con le carte in regola?

Quante volte, dentro di noi, ci siamo detti “Se non faccio così non mi salvo!”.

Ci siamo comportati come i discepoli di Gesù  nel momento in cui gli hanno posto la domanda sulla salvezza “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.

Gesù non risponde dicendo quanti sono. Forse teme la domanda successiva: “Noi siamo tra quelli che si salveranno?”. Conosce il cuore dei suoi discepoli e sa dove vogliono arrivare.

Ci importa forse che il nostro fratello, la nostra sorella sia salva? Forse per un dolce senso di convivialità speriamo di ritrovarla nella vita futura, ma alla fine, ciò che conta per noi è essere salvati.

Gesù sa che l’uomo è disposto a diventare asservitore e fedele osservatore della legge per salvarsi. Se ci sono garanzie, l’uomo si sottopone a ogni disposizione, ogni comando, ogni norma, così ammonisce subito i suoi: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”.

Se si entrasse dalla porta stressa eseguendo norme, vivendo in ordine, molti ci entrerebbero, invece, pochi ci entrano.

La porta stretta non è la porta dell’ossequio, dell’adeguazione obbediente, ma è la porta della relazione.

È la porta della vita che si fa sequela. È la porta che domanda costante coinvolgimento.

Non entra dalla porta stretta chi esegue passivamente, ma chi lascia scorrere in sé domande di relazione e sequela.

Non entra dalla porta stretta chi vuole sentirsi a posto, ma chi costantemente si interpella e interpella il Vangelo su cosa sia vita cristiana.

Non entra dalla porta stretta chi vive per garantirsi la salvezza, ma chi vive da salvato nella consapevolezza che siamo già salvi.

Siamo già salvi in Cristo.

La salvezza è relazione, non ossequio silenzioso.

Non entra dalla porta stretta chi vive esteriormente in ordine, ma chi vive integro dentro e fuori.

Non entra dalla porta stretta chi non fa della propria fede la guida intera della vita. È sufficiente assolvere un rito per essere salvi? No.

È sufficiente dichiararsi credenti? No.

È sufficiente operare amore e giustizia per essere salvi? Sì.

“Il regno di Dio sta in mezzo a voi” (Lc 17,20). Solo vivendo secondo i criteri d’amore, giustizia, pace, benevolenza e ascolto reciproco delle istanze dell’altro, ha senso porsi domande sulla salvezza.

Siamo salvi in Cristo morto e risorto per noi, ma saremo salvi qui e ora, solo quando riusciremo a compiere nelle nostre vite un regno di giustizia e di pace, dove regna l’amore fraterno.

Dobbiamo ripartire da qui, nelle nostre vite, nelle nostre comunità, nelle nostre azioni quotidiane.

A quel punto, stando nella relazione, riconoscendo quel rapporto d’amore che circola in Dio e che arriva a noi, non ci porremo domande di salvezza, ma vivremo da salvati.

Siamo salvati, infatti, non nell’ossequio, ma nell’amore.

 

Annalisa Margarino




9 dicembre 2012

Quando la Parola cade

Seconda domenica di Avvento. Siamo a metà del cammino.

Colpisce un’espressione leggendo il Vangelo di questa domenica, secondo la nuova traduzione della CEI: “La parola di Dio cadde su Giovanni”.

La vecchia versione usava l’espressione ‘venne su’, la nuova invece usa quest’espressione più forte, più ricca di simbolismo e più efficace nell’immagina: la Parola cade su un uomo, lo colpisce, lo coglie, lo prende, lo afferra, lo abita all’interno.

Cosa succede quando la Parola di Dio cade su Giovanni?

Innanzitutto percorre un’intera regione, la regione del Giordano. Si mette in cammino, non rimane fermo nel deserto, dove si era fatto incontrare dalla Parola. Cammina, va, attraversa un territorio, non più come colui che ascolta, ma come colui che annuncia ciò che ha ricevuto: predica il battesimo di conversione.

Su Giovanni è caduta una parola di novità e ora può annunciare questa parola agli uomini e alle donne che incontra, come parola che dà vita, che propone un cambiamento possibile e soprattutto un riorientamento dello sguardo:

“Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!

Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”.

L’annuncio di Giovanni è un annuncio possibile, perché è parola vissuta che l’ha colto mentre si trovava nel deserto, in attesa di uno sguardo, di un incontro, di una proposta.

È profezia che si fa esperienza. È esperienza che può annunciare che è possibile riempire i burroni del proprio esistere, abbassare e spianare le increspature della propria anima, rendere diritti, semplici e lineari i propri percorsi e vedere la salvezza di Dio.

La seconda domenica di Avvento, allora, è per noi annuncio di salvezza possibile per noi, anche in mezzo a un deserto.

 

Annalisa Margarino



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