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18 ottobre 2015

Il posto sicuro

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Il Vangelo della XXIX domenica del tempo ordinario ci mette di fronte a tematiche importanti, quali il bisogno umano di potere e dominio, il bisogno di garanzia di salvezza e gloria, il tema del servizio, il farsi ultimi e, non ultimo, lo sbilanciamento tra i piani di Gesù e i piani dell’uomo.

Giacomo e Giovanni, apostoli di Gesù, che lo seguivano con amore e fedeltà, si rivolgono a Gesù con una domanda precisa, quasi perentoria: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Non c’è nulla di allusivo, niente di inespresso. I due hanno una richiesta ben precisa: la salvezza e la gloria. Non vogliono fare parte della vita celeste, ma vogliono una collocazione nella vita celeste. È una domanda che riappacifica anche gli eventuali conflitti terreni tra i due fratelli, vogliono sistemarsi uno alla destra e l’altro alla sinistra di Gesù. Come nel vangelo di domenica scorsa siamo nuovamente messi di fronte al bisogno di sentirsi a posto, di avere garanzie di salvezza e gloria. Se ci fermiamo un attimo a pensare, è anche un modo per non soffermarsi sul momento presente, sul qui e l’ora. Che vita è una vita che ha garantita la salvezza e i posti in cielo? Che vita è una vita che “sistemata” nell’aldilà? Che vita di fede è una vita che si garantisce il posto in Paradiso, tenuto conto che nella ‘casa del Padre suo ci sono molti posti’?

Giacomo e Giovanni camminano con Gesù, credono che davvero egli è il Figlio di Dio e, in cambio della loro fedeltà, della loro sequela, del loro essergli amici hanno una domanda pienamente umana. Chi non rivolgerebbe una domanda simile?

Gesù, però, non è l’uomo delle garanzie. Dà una risposta breve e diretta: sedere nella gloria è possibile se si beve il mio calice e se si è battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato, ma non è possibile nemmeno per me concedere il sedere alla mia destra e alla mia sinistra.

Fa andare oltre il discorso Gesù. Sa che la debolezza e la fragilità umana sono costituzionali, sa che per noi uomini basta poco per partire per la tangente del prestigio e della forza. Forse Giacomo e Giovanni nel profondo erano pronti a gloriarsi, ad innalzarsi, invece si trovano di nuovo davanti alla cruda realtà della Passione. Chi vuole seguire Gesù deve bere il suo calice e ricevere il suo battesimo, deve patire, partecipare della sua Passione che non è addossarsi la Croce a tutti i costi, ma sentire con Gesù, partecipare del suo stare nel mondo e del suo farsi carico.

Non è la gloria che ci rende discepoli di Cristo, non è la garanzia di un posto sicuro che ci fa essere cristiani, la vita futura è tutta una scommessa, ma è proprio la dimensione del qui ed ora che ci rende fratelli di Cristo.

Gesù ribadisce la dimensione cristiana del farsi servi e del dare la vita in conclusione a questo dialogo tra lui, Giacomo e Giovanni e gli altri discepoli che nel frattempo intervengono. Perché intervengono gli altri discepoli in un dialogo che dovrebbe riguardare semplicemente Gesù e gli altri due? Apparentemente potrebbe essere perché hanno compreso che la garanzia dei posti, in Cielo e sulla terra, non è Vangelo, perché hanno in cuore la gratuità della sequela? E se invece non fosse così? Non potrebbe essere forse che gli altri apostoli temono la supremazia di Giacomo e Giovanni? O semplicemente non potrebbe essere che anche loro vogliono farsi vedere a posto davanti a Gesù, garantendosi, così, implicitamente il posto sicuro?

Gesù li ascolta, li segue e sente di doverli mettere di fronte alla sua verità sulla sequela: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

La vita in Cristo non è dominio, ma servizio. La vita in Cristo non è oppressione, ma servizio. La vita in Cristo non è nel primeggiare, ma nel farsi servi. La vita in Cristo è, in sintesi, nell’agape.

Il cristianesimo che è religione di speranza, di salvezza, senza dubbio, ma soprattutto di servizio.

Questo passo del Vangelo è utile per la revisione della propria vita famigliare, lavorativa, comunitaria, di relazione in generale.

Quante volte, anche benignamente, senza evidenti desideri di prestigio e di potere, ci facciamo padroni, dominatori dell’altro, invece che suoi fratelli, servitori?

Quante volte chi ha responsabilità, vive tale responsabilità come motivo di prestigio, anziché come prendersi cura dell’altro, del qui ed ora?

E quante volte chi non ha alcuna responsabilità, invece di farsi ugualmente carico della vita, vive con invidie e gelosie i ruoli dell’altro?

Quante volte l’altro che ha fatto qualche passo in più rispetto a me, mi fa problema e mi impedisce di accostarmi a lui come fratello?

E quante volte, infine, i nostri gesti quotidiani sono garanzia per un posto in cielo?

Sono tutte domande scomode che quella sera probabilmente, contestualizzate, Gesù rivolse ai suoi apostoli. Oggi, con questo passo del Vangelo, le rivolge a noi.

 

Annalisa Margarino


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permalink | inviato da sognandoemmaus il 18/10/2015 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



20 settembre 2015

Quando si ha timore del profondo...

Ascoltando e meditando le letture della XXV domenica (Sap 2,12.17-20; Giac 3,16-4,3; Mc 9,30-37), sembra di ripercorrere tanti discorsi che spesso la nostra anima fa tra sé e sé.

Quante insidie tendiamo alla nostra interiorità, al nostro sentire, a ciò che è d’incomodo:

 

Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo

e si oppone alle nostre azioni;

ci rimprovera le colpe contro la legge

e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta.

 

Questi versetti dal libro della Sapienza non ricordano tanti discorsi che facciamo dentro di noi, quando i percorsi diventano faticosi, quando ci scontriamo con le nostre contraddizioni, quando domina la disillusione sul desiderio, il sogno, gli orizzonti esistenziali?

Diventiamo così traditori di noi stessi, di ciò che ci è stato affidato e non siamo capaci di portare responsabilità sull’esistenza.

 

Vediamo se le sue parole sono vere,

consideriamo ciò che gli accadrà alla fine.

 

Questi versetti hanno sicuramente valore cristologico e raccontano, al tempo stesso, la sorte di molti profeti e uomini e donne di ogni tempo. Ma quante volte anche dentro di noi non viene a crearsi questa scissione, questa divisione profonda tra autentico e inautentico, tra speranza e bisogno di collaudare, verificare, mettere alla prova ogni cosa.

Mettiamo alla prova l’esistenza, desideriamo possederla, impediamo che scorra e spesso la condanniamo alla morte, impediamo il suo fluire, proprio perché la fiducia, la speranza, il sogno, l’abbandono in noi vengono meno.

 

Leggendo la Lettera di Giacomo emergono possibili discorsi della nostra anima, in particolare negli ultimi versetti:

 

Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.

 

Anche questa lettera ci mette di fronte alle divisioni dell’anima, davanti all’inautentico. È significativa l’espressione “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere, siete invidiosi e non riuscite a ottenere…”.

Non è una condanna al desiderio, ma una messa in guardia rispetto all’inautenticità dello stare nelle cose, nella vita. Non abbiamo perché non chiediamo. Non abbiamo perché non ci fidiamo e facciamo noi stessi come autoreferenti della domanda. Non abbiamo perché non guardiamo verso un oltre. Quanti discorsi dell’anima chiudono orizzonti.

 

Il passo del Vangelo di Marco ci fa prestare attenzione verso altre domande dell’anima. Gesù ha appena annunciato la sua morte e la sua risurrezione. Ha messo i suoi davanti al mistero pasquale che non possono comprendere. Non gli pongono domande per timore. La morte fa paura e la risurrezione spiazza. Non interrogano Gesù, ma interloquiscono tra di loro su chi sia il più grande. È una disquisizione comunitaria. I discepoli camminando si pongono questo interrogativo tra di loro, discutono, si scontrano, pretendo il primato. Gesù li invita alla minorità, al farsi servi, a farsi ultimi ed accogliere i piccoli.

Se riportiamo questa situazione ai nostri dialoghi dell’anima quante volte anche parti di noi stessi non accettano la condizione di minorità, vorrebbero prevalere su altre, diventano arroganti e aggressive?

Gesù parla di morte e risurrezione e spesso la nostra anima rimane ferma a logiche terrene, senza elevarsi al mistero pasquale che domanda capacità di apertura all’altro, all’oltre e a orizzonti nuovi.

 

Le tre letture di questa domenica possono essere rilette anche facendoci porre attenzione sulle nostre dinamiche comunitarie, spesso costituite di rapporti di forza, aggressività, violenza, prepotenza e presunzione dell’uno sull’altro. Non dobbiamo però dimenticare che tutto questo è partire dalla nostra anima che spesso è sottomessa a logiche di chiusura e non sa accogliere l’oltre dell’annuncio del Regno.

Se l’anima supererà le scissioni in un atteggiamento di fiducia, speranza e apertura ai sogni condivisi, non prevaricherà più, ma si aprirà sempre più a un dialogo d’amore con l’altro.

 

Annalisa Margarino




20 settembre 2015

Quando si ha timore del profondo...

Ascoltando e meditando le letture della XXV domenica (Sap 2,12.17-20; Giac 3,16-4,3; Mc 9,30-37), sembra di ripercorrere tanti discorsi che spesso la nostra anima fa tra sé e sé.

Quante insidie tendiamo alla nostra interiorità, al nostro sentire, a ciò che è d’incomodo:

 

Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo

e si oppone alle nostre azioni;

ci rimprovera le colpe contro la legge

e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta.

 

Questi versetti dal libro della Sapienza non ricordano tanti discorsi che facciamo dentro di noi, quando i percorsi diventano faticosi, quando ci scontriamo con le nostre contraddizioni, quando domina la disillusione sul desiderio, il sogno, gli orizzonti esistenziali?

Diventiamo così traditori di noi stessi, di ciò che ci è stato affidato e non siamo capaci di portare responsabilità sull’esistenza.

 

Vediamo se le sue parole sono vere,

consideriamo ciò che gli accadrà alla fine.

 

Questi versetti hanno sicuramente valore cristologico e raccontano, al tempo stesso, la sorte di molti profeti e uomini e donne di ogni tempo. Ma quante volte anche dentro di noi non viene a crearsi questa scissione, questa divisione profonda tra autentico e inautentico, tra speranza e bisogno di collaudare, verificare, mettere alla prova ogni cosa.

Mettiamo alla prova l’esistenza, desideriamo possederla, impediamo che scorra e spesso la condanniamo alla morte, impediamo il suo fluire, proprio perché la fiducia, la speranza, il sogno, l’abbandono in noi vengono meno.

 

Leggendo la Lettera di Giacomo emergono possibili discorsi della nostra anima, in particolare negli ultimi versetti:

 

Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.

 

Anche questa lettera ci mette di fronte alle divisioni dell’anima, davanti all’inautentico. È significativa l’espressione “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere, siete invidiosi e non riuscite a ottenere…”.

Non è una condanna al desiderio, ma una messa in guardia rispetto all’inautenticità dello stare nelle cose, nella vita. Non abbiamo perché non chiediamo. Non abbiamo perché non ci fidiamo e facciamo noi stessi come autoreferenti della domanda. Non abbiamo perché non guardiamo verso un oltre. Quanti discorsi dell’anima chiudono orizzonti.

 

Il passo del Vangelo di Marco ci fa prestare attenzione verso altre domande dell’anima. Gesù ha appena annunciato la sua morte e la sua risurrezione. Ha messo i suoi davanti al mistero pasquale che non possono comprendere. Non gli pongono domande per timore. La morte fa paura e la risurrezione spiazza. Non interrogano Gesù, ma interloquiscono tra di loro su chi sia il più grande. È una disquisizione comunitaria. I discepoli camminando si pongono questo interrogativo tra di loro, discutono, si scontrano, pretendo il primato. Gesù li invita alla minorità, al farsi servi, a farsi ultimi ed accogliere i piccoli.

Se riportiamo questa situazione ai nostri dialoghi dell’anima quante volte anche parti di noi stessi non accettano la condizione di minorità, vorrebbero prevalere su altre, diventano arroganti e aggressive?

Gesù parla di morte e risurrezione e spesso la nostra anima rimane ferma a logiche terrene, senza elevarsi al mistero pasquale che domanda capacità di apertura all’altro, all’oltre e a orizzonti nuovi.

 

Le tre letture di questa domenica possono essere rilette anche facendoci porre attenzione sulle nostre dinamiche comunitarie, spesso costituite di rapporti di forza, aggressività, violenza, prepotenza e presunzione dell’uno sull’altro. Non dobbiamo però dimenticare che tutto questo è partire dalla nostra anima che spesso è sottomessa a logiche di chiusura e non sa accogliere l’oltre dell’annuncio del Regno.

Se l’anima supererà le scissioni in un atteggiamento di fiducia, speranza e apertura ai sogni condivisi, non prevaricherà più, ma si aprirà sempre più a un dialogo d’amore con l’altro.

 

Annalisa Margarino




24 novembre 2013

Preghiera per un re alla rovescia

Signore, spesso e a lungo cerchiamo ancora il tuo regno secondo le categorie umane, ma tu sei un re alla rovescia.

Sei un re che non vuole dominio e potere.

Sei un re che non cerca onori, ma amore.

Sei un re che serve e non chiede di essere servito.

Sei un re che non opprime, ma doni spazi di vita.

Sei un re che ama incondizionatamente.

Sei un re che paga, invece di essere pagato.

Sei un re che non segue logiche di potere, ma di amore.

Sei un re che non condanna, ma viene condannato.

Sei un re  che non vive nelle regge, ma nei cuori di coloro che ti accolgono.

Sei un re che non fa selezioni, ma che vive del prossimo, chiunque egli sia.

Sei un re inutile secondo le logiche del potere, del dominio.

La  tua unica e sola legge è l’amore.

Per questo, Signore, puoi dirti re e signore dell’universo, perché la tua legge vale per tutti.

Re per tutti, re eternamente scomodo, perché re dell’amore.

Re che ama e insegna l’amore.

Re che muore in croce per amore.

Re che risorge e vince la morte. Re della vita.

Re alla rovescia, rovescia un po’ anche le nostre concezioni di potere.

Fa’ che le nostre responsabilità si facciano servizio.

Fa’ che testimoniamo il tuo regno.

Fa’ che si diffonda universalmente, a partire da noi, la legge dell’amore e del servizio.

Converti le nostre categorie di regno nelle tue per un regno d’amore e di pace, di servizio e fratellanza.

Re scomodo e alla rovescia fa’ che ciascuno di noi si metta con più attenzione in ascolto della verità che tu annunci, la verità del Vangelo.

 

Annalisa Margarino


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19 luglio 2013

Non Marta, non Maria, ma donne amanti


Il mondo si è spesso diviso in Marta e Maria. Il cuore di ognuno si è spesso esposto manifestando simpatia per Marta o Maria. Più volte nelle nostre vite abbiamo dovuto decidere se disporci dalla parte di una delle due.

Si sono costruite visioni sulla donna a partire da questa concezione del mondo diviso in Marta e Maria.

Donne d’ascolto e donne di servizio.

Ci siamo a lungo concentrati sull’essere adorante e sull’essere servizievole di queste due amiche di Gesù. Forse il mondo, sempre diviso in Marta e Maria, si è poco concentrato sul modo dell’atto, ponendo attenzione più che altro sull’azione.

Qualcuno si è mai domandato come ascoltasse Maria, donna adorante e innamorata di Gesù?

Qualcuno si è mai chiesto come servisse Marta, amica di Gesù?

Non deve sorprendere l’ascolto o il servizio, ma la radicalità di queste due donne.

Maria, radicale nell’ascoltare, nel contemplare, Marta radicale nel servire.

Marta e Maria non sono donne passive, rassegnate, ma donne che prendono parte alla vita di Gesù. Il mondo diviso tra Marta e Maria ha dimenticato la dimensione più reale e profonda di queste due donne che è consistita nel prendere parte, nell’essere attive compagne nella vita di Gesù, una nell’ascolto e nella confidenza, l’altra nel servizio.

Non sono state ferme ad osservare, ma si sono fatte donne attive, donne partecipi, donne forti.

Non sono rimaste ai margini della vita del loro amico, maestro e compagno di cammini.

Hanno preso parte con il cuore. Hanno messo in dialogo con Gesù il loro animo. Hanno esposto il loro cuore di donne innamorate, attive, vitali, partecipi e pensanti.

Il mondo, diviso in Marta e Maria, deve ripartire da qui, da un cuore partecipe, pensante e coinvolto e non da un cuore sterilmente ridotto a servizio o ascolto. Il mondo deve ripartire dall’essere amante di queste due donne.



Annalisa Margarino




25 novembre 2012

Preghiera per un re alla rovescia

Signore, spesso e a lungo cerchiamo ancora il tuo regno secondo le categorie umane, ma tu sei un re alla rovescia.

Sei un re che non vuole dominio e potere.

Sei un re che non cerca onori, ma amore.

Sei un re che serve e non chiede di essere servito.

Sei un re che non opprime, ma doni spazi di vita.

Sei un re che ama incondizionatamente.

Sei un re che paga, invece di essere pagato.

Sei un re che non segue logiche di potere, ma di amore.

Sei un re che non condanna, ma viene condannato.

Sei un re  che non vive nelle regge, ma nei cuori di coloro che ti accolgono.

Sei un re che non fa selezioni, ma che vive del prossimo, chiunque egli sia.

Sei un re inutile secondo le logiche del potere, del dominio.

La  tua unica e sola legge è l’amore.

Per questo, Signore, puoi dirti re e signore dell’universo, perché la tua legge vale per tutti.

Re per tutti, re eternamente scomodo, perché re dell’amore.

Re che ama e insegna l’amore.

Re che muore in croce per amore.

Re che risorge e vince la morte. Re della vita.

Re alla rovescia, rovescia un po’ anche le nostre concezioni di potere.

Fa’ che le nostre responsabilità si facciano servizio.

Fa’ che testimoniamo il tuo regno.

Fa’ che si diffonda universalmente, a partire da noi, la legge dell’amore e del servizio.

Converti le nostre categorie di regno nelle tue per un regno d’amore e di pace, di servizio e fratellanza.

Re scomodo e alla rovescia fa’ che ciascuno di noi si metta con più attenzione in ascolto della verità che tu annunci, la verità del Vangelo.

 

Annalisa Margarino




22 ottobre 2012

Il servizio come apertura al 'per noi'

Dal vangelo di ieri:

"Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti".

Per riflettere...

Questo versetto apre domande e riflessioni sulla logica del servizio e della cura, in un tempo in cui spesso il pensiero di fondo è il 'per me', più che il 'per noi'...
Farsi servi significa soprattutto saper vivere la logica del 'per noi'...

A. M.


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16 luglio 2010

Non Marta, non Maria, ma donne amanti

Il mondo si è spesso diviso in Marta e Maria. Il cuore di ognuno si è spesso esposto manifestando simpatia per Marta o Maria. Più volte nelle nostre vite abbiamo dovuto decidere se disporci dalla parte di una delle due.

Si sono costruite visioni sulla donna a partire da questa concezione del mondo diviso in Marta e Maria.

Donne d’ascolto e donne di servizio.

Ci siamo a lungo concentrati sull’essere adorante e sull’essere servizievole di queste due amiche di Gesù. Forse il mondo, sempre diviso in Marta e Maria, si è poco concentrato sul modo dell’atto, ponendo attenzione più che altro sull’azione.

Qualcuno si è mai domandato come ascoltasse Maria, donna adorante e innamorata di Gesù?

Qualcuno si è mai chiesto come servisse Marta, amica di Gesù?

Non deve sorprendere l’ascolto o il servizio, ma la radicalità di queste due donne.

Maria, radicale nell’ascoltare, nel contemplare, Marta radicale nel servire.

Marta e Maria non sono donne passive, rassegnate, ma donne che prendono parte alla vita di Gesù. Il mondo diviso tra Marta e Maria ha dimenticato la dimensione più reale e profonda di queste due donne che è consistita nel prendere parte, nell’essere attive compagne nella vita di Gesù, una nell’ascolto e nella confidenza, l’altra nel servizio.

Non sono state ferme ad osservare, ma si sono fatte donne attive, donne partecipi, donne forti.

Non sono rimaste ai margini della vita del loro amico, maestro e compagno di cammini.

Hanno preso parte con il cuore. Hanno messo in dialogo con Gesù il loro animo. Hanno esposto il loro cuore di donne innamorate, attive, vitali, partecipi e pensanti.

Il mondo, diviso in Marta e Maria, deve ripartire da qui, da un cuore partecipe, pensante e coinvolto e non da un cuore sterilmente ridotto a servizio o ascolto. Il mondo deve ripartire dall’essere amante di queste due donne.


Annalisa Margarino




20 novembre 2009

Preghiera per un re alla rovescia

Signore, spesso e a lungo cerchiamo ancora il tuo regno secondo le categorie umane, ma tu sei un re alla rovescia.

Sei un re che non vuole dominio e potere.

Sei un re che non cerca onori, ma amore.

Sei un re che serve e non chiede di essere servito.

Sei un re che non opprime, ma doni spazi di vita.

Sei un re che ama incondizionatamente.

Sei un re che paga, invece di essere pagato.

Sei un re che non segue logiche di potere, ma di amore.

Sei un re che non condanna, ma viene condannato.

Sei un re  che non vive nelle regge, ma nei cuori di coloro che ti accolgono.

Sei un re che non fa selezioni, ma che vive del prossimo, chiunque egli sia.

Sei un re inutile secondo le logiche del potere, del dominio.

La  tua unica e sola legge è l’amore.

Per questo, Signore, puoi dirti re e signore dell’universo, perché la tua legge vale per tutti.

Re per tutti, re eternamente scomodo, perché re dell’amore.

Re che ama e insegna l’amore.

Re che muore in croce per amore.

Re che risorge e vince la morte. Re della vita.

Re alla rovescia, rovescia un po’ anche le nostre concezioni di potere.

Fa’ che le nostre responsabilità si facciano servizio.

Fa’ che testimoniamo il tuo regno.

Fa’ che si diffonda universalmente, a partire da noi, la legge dell’amore e del servizio.

Converti le nostre categorie di regno nelle tue per un regno d’amore e di pace, di servizio e fratellanza.

Re scomodo e alla rovescia fa’ che ciascuno di noi si metta con più attenzione in ascolto della verità che tu annunci, la verità del Vangelo.

 

Annalisa Margarino




16 ottobre 2009

Il posto sicuro

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Il Vangelo della XXIX domenica del tempo ordinario ci mette di fronte a tematiche importanti, quali il bisogno umano di potere e dominio, il bisogno di garanzia di salvezza e gloria, il tema del servizio, il farsi ultimi e, non ultimo, lo sbilanciamento tra i piani di Gesù e i piani dell’uomo.

Giacomo e Giovanni, apostoli di Gesù, che lo seguivano con amore e fedeltà, si rivolgono a Gesù con una domanda precisa, quasi perentoria: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Non c’è nulla di allusivo, niente di inespresso. I due hanno una richiesta ben precisa: la salvezza e la gloria. Non vogliono fare parte della vita celeste, ma vogliono una collocazione nella vita celeste. È una domanda che riappacifica anche gli eventuali conflitti terreni tra i due fratelli, vogliono sistemarsi uno alla destra e l’altro alla sinistra di Gesù. Come nel vangelo di domenica scorsa siamo nuovamente messi di fronte al bisogno di sentirsi a posto, di avere garanzie di salvezza e gloria. Se ci fermiamo un attimo a pensare, è anche un modo per non soffermarsi sul momento presente, sul qui e l’ora. Che vita è una vita che ha garantita la salvezza e i posti in cielo? Che vita è una vita che “sistemata” nell’aldilà? Che vita di fede è una vita che si garantisce il posto in Paradiso, tenuto conto che nella ‘casa del Padre suo ci sono molti posti’?

Giacomo e Giovanni camminano con Gesù, credono che davvero egli è il Figlio di Dio e, in cambio della loro fedeltà, della loro sequela, del loro essergli amici hanno una domanda pienamente umana. Chi non rivolgerebbe una domanda simile?

Gesù, però, non è l’uomo delle garanzie. Dà una risposta breve e diretta: sedere nella gloria è possibile se si beve il mio calice e se si è battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato, ma non è possibile nemmeno per me concedere il sedere alla mia destra e alla mia sinistra.

Fa andare oltre il discorso Gesù. Sa che la debolezza e la fragilità umana sono costituzionali, sa che per noi uomini basta poco per partire per la tangente del prestigio e della forza. Forse Giacomo e Giovanni nel profondo erano pronti a gloriarsi, ad innalzarsi, invece si trovano di nuovo davanti alla cruda realtà della Passione. Chi vuole seguire Gesù deve bere il suo calice e ricevere il suo battesimo, deve patire, partecipare della sua Passione che non è addossarsi la Croce a tutti i costi, ma sentire con Gesù, partecipare del suo stare nel mondo e del suo farsi carico.

Non è la gloria che ci rende discepoli di Cristo, non è la garanzia di un posto sicuro che ci fa essere cristiani, la vita futura è tutta una scommessa, ma è proprio la dimensione del qui ed ora che ci rende fratelli di Cristo.

Gesù ribadisce la dimensione cristiana del farsi servi e del dare la vita in conclusione a questo dialogo tra lui, Giacomo e Giovanni e gli altri discepoli che nel frattempo intervengono. Perché intervengono gli altri discepoli in un dialogo che dovrebbe riguardare semplicemente Gesù e gli altri due? Apparentemente potrebbe essere perché hanno compreso che la garanzia dei posti, in Cielo e sulla terra, non è Vangelo, perché hanno in cuore la gratuità della sequela? E se invece non fosse così? Non potrebbe essere forse che gli altri apostoli temono la supremazia di Giacomo e Giovanni? O semplicemente non potrebbe essere che anche loro vogliono farsi vedere a posto davanti a Gesù, garantendosi, così, implicitamente il posto sicuro?

Gesù li ascolta, li segue e sente di doverli mettere di fronte alla sua verità sulla sequela: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

La vita in Cristo non è dominio, ma servizio. La vita in Cristo non è oppressione, ma servizio. La vita in Cristo non è nel primeggiare, ma nel farsi servi. La vita in Cristo è, in sintesi, nell’agape.

Il cristianesimo che è religione di speranza, di salvezza, senza dubbio, ma soprattutto di servizio.

Questo passo del Vangelo è utile per la revisione della propria vita famigliare, lavorativa, comunitaria, di relazione in generale.

Quante volte, anche benignamente, senza evidenti desideri di prestigio e di potere, ci facciamo padroni, dominatori dell’altro, invece che suoi fratelli, servitori?

Quante volte chi ha responsabilità, vive tale responsabilità come motivo di prestigio, anziché come prendersi cura dell’altro, del qui ed ora?

E quante volte chi non ha alcuna responsabilità, invece di farsi ugualmente carico della vita, vive con invidie e gelosie i ruoli dell’altro?

Quante volte l’altro che ha fatto qualche passo in più rispetto a me, mi fa problema e mi impedisce di accostarmi a lui come fratello?

E quante volte, infine, i nostri gesti quotidiani sono garanzia per un posto in cielo?

Sono tutte domande scomode che quella sera probabilmente, contestualizzate, Gesù rivolse ai suoi apostoli. Oggi, con questo passo del Vangelo, le rivolge a noi.

 

Annalisa Margarino

 

 

 



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