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27 febbraio 2008

Due pozzi, due strade


È strano come nel giro di pochi giorni abbiamo sentiamo parlare di un “pozzo”. Da un pozzo dell’incontro, della nuova vita (il Vangelo della Samaritana - Gv 4,5-42- ), ad un pozzo che restituisce dolore fisico (il bambino che vi è caduto dentro) e morte (i fratelli Gravina).

Ed è proprio come la nostra vita! Anche noi abbiamo un pozzo: lo possiamo vivere  come occasione di incontro con Colui che ci riempie di significato, che si fa umile per noi, pur di incontrarci, di conoscerci e cambiarci la vita. C’è da commuoversi fino alle lacrime, se si pensa alla pedagogia di Gesù che per incontrarci chiede Lui a noi da bere, chiede Lui a noi quel pochissimo che abbiamo per poi farci diventare sorgente. È l’occasione che ognuno di noi ha di avvicinarsi ad avvenimenti e riflessioni di ascolto profondo, nel profondo “pozzo” della nostra anima. Nel Vangelo la Samaritana si è stupita di come Gesù l’ha letta nel profondo,  ma proprio grazie a questo lasciarsi leggere ed incontrare, Lui si è rivelato: “Sono io che ti parlo”.

Ma nel momento in cui rifiutiamo quest’esperienza  del pozzo, o la  vogliamo “manipolare” a modo nostro, se non ci lasciamo “leggere” dalla Parola di Dio,  ecco il pozzo diventa pericoloso, diventa sofferenza e anche morte.

I fatti di cronaca ci parlano di  sofferenza e morte fisica, ma c’è anche la sofferenza e la morte della nostra anima.

In questo tempo di quaresima, è importante riflettere su questo nostro lasciarci incontrare. Spesso abbiamo davanti due strade: la strada di Gesù (la via, la Verità e la Vita), che in concreto significa occasioni di incontri di preghiera, riflessione,  ritiri, week end che ci aiutano ad “abbeverarci”, o la strada del “un’altra volta” ; “poi” ; “non fa per me” ; “vedremo” ; “adesso non ne ho voglia”.

Un pozzo sorgente d’acqua viva o un pozzo vuoto che lascia l’amaro in bocca e nel cuore?

La scelta spetta a ciascuno.

 

Rosa C.  


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25 febbraio 2008

De vita

 

1. - La vita in gioco: una riflessione giuridica

Forse non tutti sanno che in Italia non esiste né è mai esistita una legge sull’aborto. A dirla tutta, questo termine ricorre appena due volte nel testo della tanto celebrata legge 194/78, alla quale è stato imposto un titolo quanto meno curioso: «Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza». Non “legge sull’aborto”, ma prima di tutto legge sulla “tutela della maternità”. Non si tratta di un dettaglio irrilevante. Tanto più se si considera che l’art. 1 della suddetta afferma: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.»

Tutelare la vita dal suo inizio? Suona strano in una legge laica di uno stato democratico. Ma uno Stato non sussiste senza cittadini. E, sembrerà banale, ma niente gravidanza, niente cittadino.

Ora, una premessa: per la legge italiana la persona ha rilevanza giuridica al momento della nascita (art. 1 Codice Civile). Non esiste però una legge che definisca la realtà o il concetto di “persona”, ovvero una norma che specifichi chi può essere considerato persona e chi no. Quello di “persona” è un concetto filosofico estremamente complesso. Non esistono nemmeno argomentazioni o dati di fatto scientifici, della medicina o della biologia, che possano stabilire quando comincia ad sussistere una persona. Quindi la 194/78 non entra nel dibattito sullo statuto personale dell’embrione: è tuttavia indiscutibile che il prodotto del concepimento porterà, al termine del periodo gestazione, ad un individuo appartenente alla medesima specie dei genitori, nel nostro caso il genere umano. E la legge, sotto questo punto di vista, si preoccupa di tutelarlo.

Nelle righe successive non si intende quindi affrontare né il concetto di persona, né se l’interruzione di gravidanza si configuri o no come omicidio. Alla luce di recenti e sempre identiche polemiche – che manifestano soltanto la grande (vera o pretestuosa) ignoranza nei confronti della 194/78 – andremo solo ad evidenziate i punti principali della legge.

Gli scopi che si prefigge la 194/78 sono:

· prevenire e punire pratiche illegali di interruzione volontaria di gravidanza (da qui in poi, IVG),

· tutelare la gravidanza.

Sul primo punto non c’è molto da discutere: le pratiche illegali di IVG comportano elevati rischi di salute per la donna, con conseguenze che vanno dalla sterilità alla morte (si pensi a quanto fosse “igienico” un ferro da maglia, usato in passato per praticare l’aborto).

Sul secondo punto la legge è chiara: l’art. 2 affida ai consultori il compito di informare la donna in gravidanza dei suoi diritti riguardanti la tutela in ambito lavorativo. Ma, soprattutto, il compito di contribuire «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza.» coinvolgendo enti locali e strutture sociali. In altre parole, in virtù della gravità di una scelta come l’IVG, si dovrebbero attuare una serie di provvedimenti per aiutare la donna a non interrompere la maternità, qualora vi siano delle cause che, contro la sua volontà, la inducono a una tale decisione. A tale scopo è previsto anche un colloquio con un medico (vedi oltre). Si afferma insistentemente che è indice di civiltà salvaguardare la libertà di una donna di abortire: tuttavia si omette di dire che, in una società civile, nessuna donna dovrebbe trovarsi costretta ad interrompere la gravidanza. Questo aspetto preventivo della legge è forse il più trascurato, ovvero meno applicato.

Leggiamo l’art. 5:

«Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.»

Colpo di scena: pare che la 194/78 abbia proprio trai suoi scopi quello di prevenire l’aborto!

Ma passiamo oltre…

La legge distingue tre periodi per l’IVG. In tutti i casi, solo la donna può farne domanda, anche se minorenne (con alcune specifiche in tal caso). Si faccia attenzione alla terminologia usata per indicare le motivazioni dell’IVG. I tre periodi sono

1) entro i 90 giorni dal concepimento: la procedura prevede che la donna incontri un medico di sua fiducia o gli operatori di un consultorio, con cui svolgerà un colloquio, volto ad esaminare le cause della richiesta e a trovare per esse delle soluzioni. Al termine verrà redatto un documento attestante lo stato di gravidanza e la richiesta. La donna è invitata a soprassedere per 7 gg., dopo i quali può praticare l’IVG presso un ospedale pubblico o una casa di cura autorizzata. L’IVG può essere motivata da un serio pericolo per la salute psichica o fisica della donna.

2) dopo il 90° giorno, fino alla possibilità (esclusa) di vita autonoma del feto: l’IVG può essere richiesta solo quando la gravidanza, il parto, o malformazioni fetali comportino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Il grave pericolo va accertato da un ginecologo del servizio sanitario nazionale e l’IVG praticata solo in un ospedale pubblico.

3) da quando sussiste possibilità di vita autonoma del feto: la possibilità di vita autonoma del feto non è fissata per legge, in quanto dipende non solo dallo sviluppo fetale, ma anche dal luogo dove la donna partorisce. In alcuni ospedali, a seconda della qualità tecnica dei reparti, il limite può ridursi a 23 settimane (un parto a termine è compreso tra la 38°-42° settimana). L’IVG, a questo punto, può essere praticata solo per un grave pericolo per la vita della donna, accertato da un ginecologo di un ospedale pubblico.

In sintesi, la legge prevede una progressiva equiparazione tra feto (non ancora persona fisica) e donna (già persona fisica), man mano che si procede con l’età gestazionale. Se entro i 90 giorni la vita del feto ha un valore inferiore rispetto alla salute (complessiva) della donna, dopo il 90° giorno solo il pericolo grave per la salute della donna – pericolo accertato da un medico – può giustificare l’intervento contro la vita del feto. Quando il feto acquisisce possibilità di vita autonoma, la sua vita è quasi equiparata a quella della donna, che deve trovarsi in “grave pericolo di vita”, ovvero un pericolo attuale, urgente, non evitabile in alcun modo. Ma, nonostante tale pericolo, il feto guadagna una sua tutela. Per il legislatore, infatti, a questo punto è sufficiente una possibilità di vita per il feto: infatti, più sono avanzate le settimane di gestazione, più ci si avvicina all’evento della nascita, che fa del feto un cittadino tutelato dalla legge. La 194/78, quindi, predispone una tutela giuridica per così dire “anticipata”. Il medico è obbligato ad «adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto» (art. 7), ovvero salvaguardare la vita del nascituro. Tutto ciò, ovviamente, non ha nulla a che vedere con l’accanimento terapeutico: anche un nato a termine, senza la dovuta assistenza, non riuscirebbe a sopravvivere lasciato a se stesso; si tratta quindi di un semplice atto medico.

Segnaliamo poi l’art. 9 prevede l’obiezione di coscienza per i medici per la pratica di IVG.

Concludendo: la legge 194/78 è senz’altro un segno di civiltà in quanto:

· punisce l’IVG illegale e altre pratiche, come l’interruzione di gravidanza operata senza il consenso della donna;

· si prefigge di rimuovere le condizioni che possono “costringere” la donna ad una pratica dolorosa come l’IVG, e quindi di tutelare la maternità, prevenendo la pratica abortiva.

E’ una legge cattolica? Certamente no. Per il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2270 ss.) l’aborto è omicidio di innocente, e il Codice di Diritto Canonico (n. 1398) prevede per tale atto la scomunica latae sentetiae. Pretendere che venga applicata in tutti i suoi articoli, compresi quelli riguardanti l’azione preventiva dei consultori, è una forma di ingerenza o di oscurantismo? Certamente no, poiché si tratta di una azione chiaramente prevista dalla legge stessa. Si tratta allora di una legge laica? Dipende da come si intende l’aggettivo “laico”, oggi vittima di ingiuste manipolazioni… A mio avviso è semplicemente razionale che, prima di una non meglio precisata libertà di abortire, si cerchi di tutelare il diritto della donna alla maternità, compatibilmente al suo inviolabile diritto alla salute personale, e di tutelare la vita in via di maturazione – poiché senza vita, ogni libertà, ogni etica e ogni diritto, per quanto democratici e raffinati, perdono di sensatezza.


Massimiliano Colucci


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23 febbraio 2008

Ho sete



Cristo e la Samaritana, miniatura del Monte Athos del XIII secolo.
Un'immagine per meditare la III Domenica di Quaresima e per sentire la sete di Dio e per Dio.


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22 febbraio 2008

"Ho parlato contro la Chiesa"

 

Una persona a me vicina ultimamente mi ha fatto leggere un suo scritto e chiedendomi un parere, mi ha domandato: “Me lo pubblicheranno?”. Le ho risposto: “Perché non dovrebbero, è molto bello”. E lei: “Perché ho parlato contro la Chiesa”.

Mi ha risuonato molto a lungo questa espressione: “Ho parlato contro la Chiesa”. Quale Chiesa? E contro quale Chiesa?

Spesso, persone dentro la Chiesa, impegnate, ben inserite, esprimono dissensi proprio rivolti verso un certo modo di essere Chiesa e, come diceva l’autrice dell’articolo, si trovano a parlare contro la Chiesa. Ma quale Chiesa? La Chiesa dell’istituzione, la Chiesa madre o il nostro essere Chiesa?

La dicotomia tra Chiesa istituzionale e l’essere Chiesa di diversi credenti è ormai molto forte. Si patisce la Chiesa che, invece di essere madre, consegna fardelli, è pronta a giudicare ed ammonire, senza offrire novità, spazi di salvezza. Si patisce la Chiesa che non si rinnova, che non riconosce il proprio essere nella storia e nel tempo e che è chiamata, pur a partire dalla Parola, a confrontarsi continuamente con il suo tempo e a non rimanere legata a vecchi principi. Spesso i cristiani non negano il ruolo normativo della Chiesa-istituzione, sanno anche che è un ruolo complesso, difficile da gestire e non facilmente accettabile, ma rifiutano una Chiesa immobile, che non si piega alle ferite e alle necessità del tempo, che si mette in difesa per timore di scomparire, che ha paura di essere contaminata.

Sono tutte critiche più che accettabili. Anzi, ogni cristiano, in quanto parte di questa grande comunità, è chiamato a confrontarsi, esprimersi, raccontare i vuoti, le scontentezze e quanto, anche, sente invece realmente espressione di Chiesa. La Chiesa cresce con l’impegno e la presenza di ogni membro. L’immagine della vite usata da Gesù è l’espressione più chiara dell’essere Chiesa. Nessuno è escluso, tutti danno vita alla Chiesa.

Così, riprendendo l’espressione “Ho parlato contro la Chiesa”, portavo avanti queste riflessioni, nella consapevolezza che tutti noi siamo Chiesa e nessuno è fuori. “Ho parlato contro la Chiesa” per me significa anche: “ho parlato contro il nostro essere Chiesa”, “ho parlato contro il volto distorto di Gesù Cristo che il nostro essere Chiesa restituisce”, “riconosco il limite della Chiesa, figlia di Cristo”. Dobbiamo imparare ed avere il coraggio sempre di più di parlare “contro” il nostro essere Chiesa, di fare verità, di riconoscere i vuoti, i silenzi, i timori e, non ultimo, le deformazioni del nostro essere Chiesa, senza dimenticare che i primi a farlo sono stati proprio i Papi del secolo appena trascorso.

Essere Chiesa è, innanzitutto, cercare il modo più autentico di annunciare e vivere il Vangelo di Gesù Cristo, di portarlo nella storia e di farlo sentire vivo, in un’unità di cuore che, però, non significa unificazione di espressione, ma unità nella diversità dei carismi, delle sensibilità e dei propri percorsi.

Essere Chiesa è sapersi confrontare, interrogarsi, senza timore di esprimersi, di fare dissenso quando necessario e senza l’ossessione di sporcarsi, di contaminarsi, ricordandoci che i cristiani, anche se non sono ‘del mondo’, sono ‘nel mondo’ e sono invitati a mettersi costantemente in dialogo con quanto questo mondo, a volte silenziosamente, a volte con insistenza, domanda.

Annalisa Margarino




20 febbraio 2008

Dal Vangelo secondo Homer: i Simpson e la religione

 


La rivista Jesus si occupa dei Simpson. Forse più che l’articolo in sé – non male ma nemmeno fuori dalle righe! – è questa la notizia interessante. Perché tra gli appassionati e, in particolare tra gli appassionati operatori pastorali, la consapevolezza che questo cartone animato sia portatore di qualcosa di interessante è radicata da tempo.

Nei Simpson è liberante l’approccio non castrato – come invece avviene sistematicamente in ambito italico – alla questione religiosa. Nei confini dello stivale televisivo  e cinematografico, la fede – e in particolare quella cattolica - o si esalta in modo grottesco (fiction su Padre Pio e via dicendo); o si attacca in modo altrettanto grottesco (Luttazzi & company); o si ignora in modo patetico (quasi tutto il resto).

Quindi ben venga la buffa famiglia gialla dove la fede fa discutere, divide e unisce… così come avviene nella realtà.

Riportiamo l’articolo apparso su Jesus perché ben scritto, leggero quanto basta, ma capace di ammiccare al sodo.

Sotto sotto, coviamo il sogno di un utilizzo pastorale della serie Tv… prossimamente su queste pagine!

E … “ciucciatevi il calzino!”

 

Patrizio Righero

 

 

Dio, Homer e la ciambella
di Brunetto Salvarani

  

La famiglia a fumetti più sgangherata e irriverente del piccolo schermo non ha soltanto una sua filosofia e una sua morale. Esprime anche, con acuta ironia, una sua visione del cosmo e del Trascendente che va al di là dei consueti luoghi comuni.
  

«Di solito non sono un uomo religioso, ma se tu sei lassù, salvami... Superman!». Lo spiazzamento offertoci dalla battuta di Homer Simpson sottintende due cose: entrambe cruciali. La prima, che il microcosmo del sacro, all’interno della saga a cartoni animati attualmente più famosa sul pianeta (23 Emmy e l’omaggio della rivista Time, che l’ha eletta a «migliore serie televisiva del ventesimo secolo»), ha un peso specifico notevole: proprio come capita negli Stati Uniti, unica porzione del mondo occidentale in cui le fedi risultano in gran spolvero e in evidente aumento. La seconda, che il motivo del successo che essa sta ottenendo, in buona misura, risiede nell’aver intercettato con straordinaria felicità espressiva il cuore di quella che ci siamo abituati a chiamare postmodernità: vale a dire il gioco della citazione, del rimando, dell’allusione insistita a linguaggi, temi, generi, opere d’arte note o notissime.

Cosa sarebbe la nostra giornata senza la famiglia Simpson? Personalmente, sono disposto a sostenere sotto giuramento che, se nel lontano anno di grazia 1987 il versatile fumettista yankee Matt Groening non avesse fatto irruzione nel panorama delle tivu americane (da noi qualche anno dopo) con la sua tribù di facce gialle, molti miei amici, me compreso, sarebbero più tristi, più rompiscatole e, probabilmente, anche più accidiosi.

Un fulmineo ripasso per chi – nessuno è perfetto – si fosse perso le (oltre quattrocento, ad oggi) puntate della serie. I Simpson rappresentano la tipica famiglia della middle class che da sempre affolla l’immaginario cinematografico e televisivo a stelle e strisce. Distante anni luce dal canonico modello mieloso delle sit-com di maniera, essa appare connotata in particolare di uno smisurato spirito dissacratorio, pur essendo a propria volta quanto mai massificata.

Integralmente schiava del piccolo schermo, dei fenomeni di massa e di una cospicua messe di pregiudizi parossistici, col suo stile di vita per nulla politicamente corretto, la sit-com dei Simpson spolpa però alla radice ogni mito e ogni consuetudine, riscattandosi così dal baratro dell’assoluta mediocrità. Con l’istituzione-famiglia che permane al centro di tutto il plot narrativo: sbeffeggiata di continuo, ovvio, ma anche riconosciuta come l’unico (e l’ultimo) autentico punto di riferimento in chiave sociale, e a conti fatti il più solido, con un reciproco e ben saldo attaccamento fra ogni suo membro.

Il papà, grasso, pigro e devoto a birra e a ciambelle, Homer; la mamma, la casalinga perbenista e azzurrocrinita Marge; i tre figlioletti (Bart lo scavezzacollo impenitente, Lisa la saputella ecologista e l’ancora bebè Maggie): ecco la formazione base per intessere un’enorme quantità di ministorie, con mille ingredienti ulteriori fatti di altri personaggi e di situazioni solo all’apparenza paradossali. Tra fantasia sfrenata e rassicurante serialità.

Il primo segreto della loro accoglienza così universalmente positiva è ciò che Umberto Eco ci ha definitivamente rivelato a proposito di Mike Bongiorno in anni lontani (nel Diario minimo, 1963): il fatto che Mike – e Madame Bovary, e papà Homer, appunto – c’est moi. Ci siamo noi nell’ingenua fiducia nel consumismo di quest’ultimo, nel suo tentativo reiterato di sgattaiolare lontano dai doveri lavorativi, nella ricerca continua di un quarto d’ora di celebrità, nella bulimia rassegnata davanti al frigorifero o alla scatola della tele. Ci piaccia o no; lo vogliamo confessare apertamente, oppure no.


C’è, però, un secondo filone di lettura più raffinato, che non contrasta il primo ma anzi – a mio parere – lo arricchisce di parecchio. Non è difficile leggere in quelle sgangherate esistenze, infatti, il sogno antico dell’uguaglianza e delle pari opportunità. Con Homer uomo qualunque, Bart teppistello qualunque, e la famiglia intera famiglia qualunque, tuttavia capaci di dichiarare in controluce l’eccezionalità di ogni storia, ogni vicenda umana: persino della più (apparentemente) banale, frustrata, patetica, demenziale. Come appare la loro e quella della compagnia di giro della loro stralunata Springfield: il nonno più di là che di qua e l’integralista ultras della fede vicino di casa, il preside frustrato e mammone perennemente dedito a rimpiangere l’epopea del Vietnam e l’induista gestore di minimarket alla ricerca di un’anima gemella, il mefistofelico industriale disinteressato dei disastrosi esiti ambientali della sua produzione e il bullo della scuola bisognoso di affetto.

Da questo punto di vista, i Simpson mettono in scena l’ansia e la possibilità di un riscatto dall’abisso in cui quotidianamente rischiano (rischiamo?) di cadere. E soprattutto, l’irripetibilità assoluta delle infinite biografie che si danno nel mondo. Lo fanno, beninteso, con leggerezza e ironia, tenerezza e irriverenza, tenendoci avvinti al tubo catodico per quei poco più di venti minuti di ogni puntata, e dimostrando definitivamente (ce n’era bisogno?) che cartoons e fumetti non sono solo e necessariamente cibo infantile.

Basterebbe, per convincersene, dare un’occhiata veloce a un ponderoso libro uscito nel 2005 da noi, e quattro anni prima negli Usa, dal titolo I Simpson e la filosofia (Isbn Edizioni), firmato da tre serissimi docenti di filosofia, Irwin, Canard e Skoble (che insegna addirittura all’Accademia militare di West Point...). C’è dentro di tutto! Ad esempio, chi si occupa di quel miserabile musone del signor Burns (l’industriale vampiresco di cui sopra) per capire se possiamo o no imparare qualcosa sulla natura della felicità umana dalla sua sostanziale infelicità. E chi si chiede se il rigetto dell’etica tradizionale da parte di Nietzsche giustifichi in qualche modo la cattiva condotta del discolo Bart («Non sono stato io!», dice, con le dita nel barattolo della marmellata). E, ancora, chi si spinge a recuperare il vecchio Marx (Karl, non Groucho) per comprendere le dinamiche profonde della società di Springfield. Ma non è finita qui.

Poiché l’esperimento ha dato buoni frutti, e il marchio-Simpson pare funzionare, ora un giornalista scientifico italiano, Marco Malaspina, ha realizzato un curioso – e per nulla peregrino – La scienza dei Simpson (Sironi Editore), sottotitolo "Guida non autorizzata all’Universo in una ciambella". D’altra parte, gli episodi sono costellati di riferimenti ai traguardi della ricerca e all’attualità tecnico-scientifica: nucleare, emergenza rifiuti, psicofarmaci, ogm, missioni spaziali. Non manca neppure – come potrebbe, di questi tempi? – il dibattito tra evoluzionisti e creazionisti; e affiorano qui e là parodie di grandi scienziati più o meno noti.

Non stupirà troppo, a questo punto, che, più modestamente ma forti di tali illustri precedenti, si sia tentati di abbozzare le tracce di una teologia simpsoniana. Sì, perché i personaggi scaturiti dalla matita di Groening (nato da famiglia ebraica ma autodefinitosi agnostico), in effetti, interpretano come pochi altri il bisogno di socializzazione, di legami sociali in genere oggi negati, ma anche di andare oltre, di cieli almeno parzialmente aperti in tempi di cieli chiusi, della generazione del dopo 11 settembre: considerandola capace di sentimenti, preda di paure irrisolte, aperta al racconto di storie che prendono di petto il groviglio che alberga in tante vite.

Gli abitanti di Springfield dimostrano, infatti, a ogni piè sospinto di essere in primo luogo una vera e propria comunità, una compagnia di amici più che di concittadini, con tanto di mito fondatore, feste ricorrenti e tradizioni locali. E fungono da conferme viventi che il soprannaturale e le sue deviazioni fanno parte a pieno titolo del teatro della quotidianità, ed è assai più interessante imparare a gestirli che temerli ossessivamente. Certo, irridendo, il più dei casi, gli scenari del sacro, a partire dalla civil religion di marca squisitamente americana («Ma Marge, e se avessimo scelto la religione sbagliata? Ogni settimana faremmo solo diventare Dio più furioso!», dice Homer alla moglie per sfuggire alla funzione domenicale; mentre Lisa si scandalizza della strumentalizzazione delle orazioni al Cielo del fratello con un perentorio: «La preghiera: l’ultimo rifugio di una canaglia!»; ed è ancora Homer a lasciarsi scappare un «Dio è il mio personaggio immaginario preferito»).

Al tempo stesso, si inneggia esplicitamente a un dialogo interreligioso fatto di prassi più che di riflessioni metafisiche, come nell’episodio che vede unirsi le forze dell’ebreo Krusty il Clown, dell’indù Apu e del cristiano fondamentalista Ned Flanders per salvare la casa dei Simpson ormai carbonizzata a causa dell’incorreggibile negligenza del pater familias. E ci si rivolge in presa diretta a Dio (raffigurato secondo i crismi dell’iconografia classica come un uomo enorme dotato di lunga barba bianca, di cui non si vede il volto) nei momenti di maggiore crisi. Mentre il reverendo Lovejoy, pastore di una non meglio precisata chiesa evangelica cittadina, regolarmente sbeffeggiato dal duo Homer/Bart, e più intento a conservare una qualche autorità sociale che a rispondere alle richieste dei suoi fedeli: tanto che a un certo punto sarà la stessa Marge a prenderne il posto, come Signora Ascolta, per replicare attivamente ai loro dubbi e problemi.

In realtà, a essere presa di mira non è tanto l’istituzione Chiesa, ma i suoi rappresentanti. La domenica, infatti, c’è tutto il paese alla funzione, magari con livelli di attenzione diversi al sermone: come nell’episodio in cui il solito Homer si isola da tutto, grazie a una minuscola radio, per non perdersi l’esito finale di un match sportivo. Mentre Bart convoca l’Altissimo anche in relazione alla propria passione preferita: «Fino a oggi non sapevo perché Dio mi aveva messo sulla terra. Ora lo so: per comprare quel fumetto!».

Come osserva l’esperto Luca Raffaelli, il fatto è che «i Simpson sono l’unica serie televisiva animata che si permette di parlare di Dio, e di quello con la D maiuscola». E i contatti diretti di Homer con Lui, del resto, gli confermano l’inutile prolissità delle prediche di Lovejoy, in un episodio in cui il capofamiglia si rifiuta di accettare la noiosità del rito di ogni domenica. Mentre Homer litiga con Marge che fa la parte di quella ligia a ogni dovere civilreligioso, è infatti lo stesso Padreterno che – dalle nuvole in cui abita con veste fluente e sandali ultracomodi – lo rassicura sull’effettiva insignificanza di una partecipazione puramente rituale. Quasi un monito sull’urgenza di rinfrescare il linguaggio ecclesiale!

Ma il passaggio più esilarante è forse, al riguardo, un monologo homeriano, in uno dei suoi (rari) momenti di grazia, che produce la seguente preghiera, davvero sui generis: «Caro Dio: gli dei sono stati benevoli con me. Per la prima volta nella mia vita, ogni cosa è assolutamente perfetta. Quindi ecco il patto: tu fermi ogni cosa così com’è, e io non ti chiederò mai più niente. Se è ok, per favore non darmi assolutamente nessun segno... (silenzio). Ok, affare fatto. In gratitudine, io ti offro questi biscotti e questo latte, se vuoi che li mangi per te, non darmi nessun segno... (silenzio) sarà fatto!».


E
sauritesi le preoccupazioni degli inizi degli anni Novanta – quando la serie sbarcò in sordina nel Belpaese – con le riserve di genitori e pedagogisti sul linguaggio un po’ crudo e qualche scena violenta (Grattachecca e Fichetto), oggi il consenso sembra unanime. Il turpiloquio, a ben vedere, è ridotto al minimo; mentre gli accenni di violenza sono caricaturali e grotteschi, e dunque pieni di autoironia, fino a schiudersi in un effetto catartico.

La morale dei Simpson – sì, c’è anche una morale! – e insieme la loro idea vincente è, lo si accennava, che, alla fine, dopo il classico tsunami di peripezie e disavventure, ciò che può salvare il salvabile è solo il focolare domestico. Il nucleo familiare, per sgarrupato che sia, come bene-rifugio, investimento a lungo termine, àncora di salvezza in un universo denso di trappole: per dirla con un proverbio inglese, «east, west, / home’s best».

Anche il film uscito nei cinema, approdato in Italia nel settembre scorso, ce ne dà conferma: è attorno al desco di cucina che vengono ricompattate le tensioni e si ricompone l’ordine sociale, mentre tra un tacchino da ringraziamento e una bisteccona succulenta fioriscono le discussioni e le proposte più balzane. In una parola, c’è dialogo. Frizzante, altalenante, in grado di produrre sorprese e novità. Il che non è davvero poco, se ci pensiamo, di questi tempi malati di pochi happy end e di troppe banalità, per un universo fatto a forma di ciambella.


Brunetto Salvarani


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18 febbraio 2008

La luce della Trasfigurazione (a cura di Patrizio Righero)

Domenica scorsa - II di Quaresima - abbiamo ascoltato il brano della Trasfigurazione.
Per gli apostoli uno sguardo su quella resurrezione che faticheranno a credere vera.
Per noi uno spiraglio di luce sul mistero del tempo e della salvezza.
Riporto di seguito uno stralcio dell'omelia che mons. Riboldi invia ogni settimana a tutti coloro che sono iscritti alla mailing list del sito www.vescovoriboldi.it

«Chi vive una fede, che è dialogo con Dio, sempre, anche nella vita quotidiana, anche nella sofferenza, porta il segno della gioia che trasfigura. Come quando si ama veramente...ci si trasfigura!

Davvero il Tabor è possibile a tutti, ma occorre che Dio ci conduca per mano sul Tabor, ossia fuori dalla ‘terra ferma’, dove domina la ‘carcassa della tribolazione senza speranza’».



L'immagine è del Beato Angelico.





12 febbraio 2008

Quaresima: si celebra un Dio impotente e forte nell'amore

 


Particolare della Trinità di Masaccio

La Quaresima è un tempo per ridare volto a Dio. Ognuno ha le sue immagini di Dio, secondo la propria storia personale, i propri sogni, le proprie aspirazioni, i propri sensi di colpa, i fantasmi che porta dentro, i sensi, l’immagine del padre ricevuta e, a propria volta, rivissuta. La Quaresima ci dà occasione di rivedere il volto di Dio.

Nella prima domenica di Quaresima, Dio ci svela il suo volto di Dio impotente.

Nella Prima Lettura (Gen 2, 7-9; 3, 1-7) emerge un Dio che crea e che lascia spazio all’uomo.

Colpisce sempre quell’atto di libertà di Adamo ed Eva compiuto nel Giardino dell’Eden. È, si dice, l’inizio del peccato originale. Così è. Ma è anche il primo segno della libertà che Dio concede all’uomo.

Nulla è impossibile a Dio, ma per nulla, in nome della sua forza, Dio decide di limitare l’uomo, nel bene e nel male.

Il Dio della Creazione è un Dio che lascia spazio, che non ‘intrappola’ l’uomo, che permette che ognuno si sperimenti, erri, si metta alla prova. Un Dio che solo non ammette che l’uomo esca dalla relazione. La dannazione ricevuta nel Paradiso è proprio perché l’uomo ha scelto senza Dio, ha dimenticato il Creatore da cui proviene, si è reso ‘autonomo’.

Dio, così, si manifesta come estremamente impotente, perché non può costringere nessun uomo a rimanere ‘a tu per tu’ con Lui, perché la relazione che domanda è gratuita, è una relazione paterna che lascia liberi e che, al tempo stesso, perché sia tale, richiede riconoscimento.

Anche il passo del Vangelo (Mt 4, 1 -11) ci mette di fronte ad un Dio impotente.

Tre volte Satana tenta Gesù, tre volte Gesù resiste.

Sarebbe stato un segno di forza, di potere eseguire le opere di Satana. Il male sarebbe stato sconfitto per sempre e Dio, tramite il gesto del Figlio, si sarebbe rivelato come un Dio forte, potente, invincibile, come il Dio degli eserciti celebrato dai Salmi.

Invece, Gesù ci presenta un volto del tutto inatteso. Per il Figlio di Dio la forza è nella relazione con il Padre, non nel mostrarsi ‘abile’ rispetto a Satana.

Il Diavolo vorrebbe dividere il Padre e il Figlio, rendere fragile la loro relazione, ma Gesù resiste e non cede alla scissione. La sua forza è nell’amore del Padre. L’invito di Satana è un continuo appello ad uscire dalla relazione, la risposta di Gesù, invece, fino all’ultimo rimanda a quella relazione fondante con il Padre: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto» .

Un Dio impotente, secondo le logiche del dominio, della autoesaltazione, dell’onore, ma un Dio forte nell’amore che desidera solo essere riconosciuto come Padre, Creatore, datore di vita, e, Dio Salvatore. Questo è anche il volto che ci restituisce Paolo nella Seconda Lettura (Rm 5, 12-19): Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dá vita.

Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti».

La prima domenica di Quaresima, così, ci apre alla nostra Pasqua, Pasqua di riconoscimento del vero volto di Dio, che non domina, non intrappola, non chiude, ma lascia spazi, porta pace e giustizia e desidera semplicemente essere riconosciuto come Padre, fondamento del vivere.

Sia per tutti noi questo tempo un’occasione per revisionare le maschere del nostro Dio e di ricerca del vero volto.

Annalisa Margarino




8 febbraio 2008

non a destra non a sinistra non al centro ma in alto


Sognandoemmaus ripropone per questo tempo un testo di 59 anni fa, ma che sembra scritto per l'uomo e la storia di oggi. Sono parole di un uomo saggio, forse ancora oggi poco ascoltato.


Foto inedita di don Primo Mazzolari con don Giovanni Barra


Direte che non c’è un alto in politica e che, se mai, vale quanto la destra, la sinistra, il centro. Nominalismo mistico in luogo di un nominalismo politico: elemento di confusione non di soluzione.

E’ vero che una nuova strada non cambia nulla se l’uomo non si muove con qualche cosa di nuovo, e che un paese può andare verso qualsiasi punto cardinale .e rimanere qual è. Ma se gli italiani fossero d’accordo su questo fatto, la fiducia, della tonomastica parlamentare sarebbe felicemente superata.

Fa comodo ai neghittosi credersi arrivati per il solo fatto li muoversi da destra invece che da sinistra. Saper la strada o aver imbroccato la strada giusta non vuoi dire camminarla bene o aver raggiunto la méta.

Il fariseismo rivive in tanti modi e temo che questo sia uno dei più attuali.

La giustizia è a sinistra, la libertà al centro, la ragione a destra. E nessuno chiede più niente a se stesso e incolpa gli altri di tutto ciò che manca, attribuendosi la paternità di ogni cosa buona.

Non dico che siano sbagliate le strade che partono da destra da sinistra o dal centro: dico solo che non conducono, perché sono state cancellate come strade e scambiate per punti d’arrivo e di possesso.

La sinistra è la giustizia - la destra è la ragione - il .centro libertà. E siamo così sicuri delle nostre equazioni, che nessuno s’accorge che c’è gente che scrive con la sinistra e mangia con la destra: che in piazza fa il sinistro e in affari si comporta come un destro: che l’egoismo di sinistra è altrettanto lurido di quello di centro, per cui, destra, sinistra e centro possono divenire tre maniere di «fregare» allo stesso modo il Paese, la Giustizia, la libertà, la Pace.

L’alto cosa sarebbe allora?

Una destra pulita, una sinistra pulita, un centro pulito, in virtù di uno sforzo di elevazione e di purificazione personale che non ha nulla a vedere con la tessera.

Come ieri per la salvezza non contava il circonciso né l’incirconciso, così oggi non conta l’uomo di destra né l’uomo di sinistra, ma solo la nuova creatura: la quale lentamente e faticosamente sale una strada segnata dalle impronte di Colui, che arri­vato in alto, si è lasciato inchiodare sulla Croce a braccia spalancate per dar la sua mano forata a tutti gli uomini e costruire il vero arco della Pace.

PRIMO MAZZOLARI

Tratto da ADESSO, quindicinale di don Primo Mazzolari
Anno 1° n. 3 Martedì 15 febbraio 1949




6 febbraio 2008

Mercoledì delle Ceneri - Di terra e di umiltà


 

Mi sono chiesta spesso il significato del Mercoledì delle Ceneri e diverse volte, all’uscita dalla celebrazione liturgica, mi sono interrogata sul senso di vedere tante fronti cosparse di cenere. Ricordo in Gregoriana le fronti di compagni che provenivano dal Collegio Americano e che portavano sulla fronte un segno nero grande.

La Cenere apre così la Quaresima.

La Cenere rievoca sicuramente la penitenza, il ricordarci che siamo polvere, come diceva una volta il celebrante al momento dell’imposizione, diventa, così, segno di conversione e memoria del nostro limite.

La Quaresima è sicuramente tempo di silenzio, di digiuno, di astinenza e di riflessione, ma in quelle ceneri mi piace vedere anche un altro elemento che, forse, spesso viene dimenticato, messo da parte, perché subito si coglie il simbolo della penitenza e della conversione. La Cenere è anche invito a riprendere contatto con la terra, recuperare il nostro rapporto con la terra, nel ricordo della nostra finitudine, della nostra piccolezza.

Cospargere il capo di Cenere diventa memoria del nostro essere creature fragili e figlie. La Cenere diventa invito a vivere in pace, a farsi umili. La parola umiltà viene proprio da humus, terra. Il tempo di Quaresima sia così, un tempo, per recuperare il contatto con la terra, tenendo gli occhi rivolti al Cielo e le Ceneri ci ricordino che siamo di terra, ma figli di un unico Padre che ci chiede di alzare gli occhi al Cielo.

Nessuna parola è un invito a recuperare l’umiltà più del Vangelo che si legge proprio all’inizio della Quaresima:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

La Quaresima sia tempo per ciascuno di noi per recuperare il nostro essere di terra, il nostro essere finiti, per non sentirci onnipotenti, per non ragionare al posto di Dio, ma per lasciare spazio a Dio, a quel Dio Padre che vede nel segreto, che scruta i cuori e che ci conosce uno ad uno.

Quaresima è anche lasciare il posto di Dio a Dio.


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5 febbraio 2008

Quaresima: una riflessione "giovane"

Dopo un anno è ritornato il tempo della Quaresima e io mi sento in dovere di farvi delle esortazioni. Anche voi infatti siete debitori verso Dio di azioni adeguate al tempo che state vivendo, azioni che possano giovare a voi, non a Dio. Il cristiano anche negli altri tempi dell'anno deve essere fervoroso nelle preghiere, nei digiuni e nelle elemosine. Tuttavia questo tempo solenne deve stimolare anche coloro che negli altri giorni sono pigri in queste cose. Ma anche quelli che negli altri giorni sono solleciti nel fare queste opere buone, ora le debbono compiere con più fervore. La vita che trascorriamo in questo mondo è il tempo della nostra umiltà ed è simboleggiata da questi giorni nei quali il Cristo Signore, il quale ha sofferto morendo per noi una volta per sempre, sembra che ritorni ogni anno a soffrire. Infatti ciò che è stato fatto una sola volta per sempre, perché la nostra vita si rinnovasse, lo si celebra tutti gli anni per richiamarlo alla memoria.

Così Sant’Agostino in un suo sermone esorta i fedeli del suo tempo e i lettori di oggi a voler puntare sulla Quaresima con determinazione e fiducia, con speranza e umiltà. Come fare questo? Non è un po’ antico come discorso? Facciamo risuonare allora l’invito alla conversione del “Mercoledì delle Ceneri”: Convertiti e credi al Vangelo!

E’ tempo di  Quaresima ed è tempo di prepararsi all’evento centrale del cristianesimo: la Pasqua! Prepararsi sì, come quando lo si fa per una festa di 18 anni o per il primo appuntamento. Insomma bisogna metterci la stessa passione e dedizione, cura e desiderio, chiaramente in questo caso moltiplicando tutto per Dio; dunque una bella occasione fatta di quaranta giorni intensi da vivere puntando sulla preghiera, sul digiuno e sulle opere buone. Difficile? Certo non facile, ma perché non credere che sia “felice”? Si tratta di accogliere questo tempo liturgico come un dono, di sceglierlo come impegno personale o comunitario, di mettersi in gioco. Solo sperimentando si potrà dire se la nostra Pasqua sarà di Resurrezione, e ai giovani la voglia di provare non manca di certo.

Questo tempo possiamo vederlo allora come una specie di palestra dell’anima (ma anche del corpo) per esercitarsi verso un’esperienza di vita sempre più aderente al Vangelo e quindi autentica e piena. Da dove partire? Quali attrezzi usare? Il programma è tracciato e le letture della Domenica sicuramente sono il punto di partenza. Partiamo dalla preghiera. Direte: “Ma io già prego”, che devo fare di più? Beh! Anche il “giovane ricco” del Vangelo aveva la risposta pronta, ma non il coraggio di lasciare tutto. Forse alla preghiera usuale si può aggiungere qualcosa, magari dandosi un ritmo più costante, dedicando più tempo. Qualcuno potrebbe scegliere di partecipare ogni giorno alla Messa, un altro di essere costante nella preghiera delle Lodi e dei Vespri, altri potrebbero “puntare” sul Rosario, altri ancora su una preghiera a partire dalla lettura del Vangelo, dei Padri della Chiesa, delle vite dei Santi, degli scritti dei Pontefici.

Quando si parla di digiuno o di astinenza si rischia di cadere nell’eccessivo e poco fruttuoso devozionalismo legato al non mangiare carne il venerdì e al digiuno il “Mercoledì delle Ceneri” e il “Venerdì Santo”. Non che tutto ciò non debba essere rispettato o tenuto in considerazione, ma si tratta di farlo con intelligenza e cuore libero. Il rischio è che diventi un cappio che nulla ha a che fare con la Quaresima, che ci vuole disponibili e liberi. Che senso avrebbe digiunare nei giorni stabiliti e mangiare l’inverosimile il giorno prima o dopo? E per chi non mangia carne quasi mai per gusto, che sacrificio sarebbe non farlo il venerdì? E se anche fosse un sacrificio e in compenso mangiasse il miglior e più costo pesce del mercato? Il digiuno o l’astinenza dovrebbero partire dalla riflessione sulla Parola di Dio e dal cuore, puntando verso qualcosa che davvero ci rende schiavi. Pensiamo a quale digiuno significativo potrebbe essere limitare l’uso del cellulare, della sigaretta, dell’alcool, delle “parolacce”, del computer, dell’i-pod, della play station, della televisione,ecc. E tutto ciò non per se stessi, ma offrendo a Dio ogni cosa.

Infine il programma relativo alle opere buone, cioè la carità, l’amore. Anche qui si potrebbe avere la coscienza pulita apparentemente da qualche versamento economico per le missioni, una monetina in più data al semaforo, un po’ di commozione davanti a terribili scene viste in televisione. Si può partire da qui, ma la meta è il coinvolgimento totale e il tempo che si spende per l’amore. Dare soldi è fin troppo facile, soprattutto il superfluo, ma mettere in gioco se stessi per la solidarietà, togliendo del tempo ad altro, questo sì che è il banco di prova. Certo non tutti possono fare volontariato o i missionari, ma tutti però abbiamo accanto almeno una persona che può aver necessità di cure, di attenzioni, di un sorriso costante, di una parola buona. La carità può cominciare a casa nostra, sul pianerottolo, per strada, a scuola, all’università, al lavoro, con gli amici.

 

Marco Pappalardo


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