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Non moriremo per la paura

Inizia il tempo d’Avvento, un periodo importante per la vita cristiana, di ascolto e attesa. È un tempo in cui siamo invitati ad aprire gli animi alla speranza e alla progettualità, a dischiuderci ad orizzonti nuovi. Inizia il tempo dell’inedito. Si apre lo spazio dei germogli giusti, come dice la prima lettura tratta dal libro di Geremia: “In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto”.
Sappiamo che nel libro di Geremia il ‘germoglio giusto’ è il Messia atteso. Ma nelle nostre vite qual è il germoglio giusto? Quali sono le promesse di bene, di cui parla il profeta, che si devono realizzare?
Avvento è apertura ai germogli nuovi nella nostra vita e alle promesse di bene che sono chiamate a realizzarsi.
Non è facile in un tempo di crisi, in cui spesso la vita reale nella sua concretezza ci restituisce fatica, sensi di oppressione e scoraggiamento. Eppure, l’Avvento, ci invita a cambiare lo sguardo, a fare prevalere la speranza e la fiducia.
Chi non associa questo periodo dell’anno alla dimensione della speranza?
Il Vangelo di questa domenica è chiaro. Le immagini che vengono offerte sono di angoscia e di morte. Eppure risuona un invito a sperare, a rimanere vivi, a non farsi travolgere dai segni e dagli eventi di distruzione. L’invito che irrompe in questa pagina del Vangelo è di non morire per la paura, ma disporsi alla liberazione vicina (Lc 21,25-28.34-36).
Le immagini che vengono da questa pagina di Vangelo rievocano disordine, distruzione, catastrofe. Emerge però un contrasto, una dialettica evidente tra esterno e interno: i cieli si oscureranno, verranno a mancare gli astri di riferimento, il mare farà sentire le sue onde e i suoi flutti, persino le potenze dei cieli (che possiamo intendere come i punti di riferimento dello Spirito) saranno sconvolte, voi avrete paura, ma state attenti a non farvi travolgere in affanni, ubriachezze e dissipazioni. Se sapremo alzare lo sguardo, se nutriremo fede anche in tutto questo, la liberazione è vicina e potremo comparire davanti al Figlio dell’uomo.
Può essere un errore leggere queste righe puramente in chiave apocalittica. Non sono righe per la fine dei tempi, ma per l’oggi dell’uomo costantemente invitato a non morire, a nutrire la speranza e a credere che, se rimaniamo aperti, non le bufere, non i terremoti, non i frastuoni ci coglieranno, ma qualcosa di totalmente inedito e altrettanto sconvolgente, per la vita, non per la morte.

Annalisa Margarino

Pubblicato il 29/11/2015 alle 19.40 nella rubrica Diario.

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